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Web e cellulari, le armi più efficaci contro le dittature

Secondo una ricerca della Norwegian University of Science and Technology i nuovi media contribuiscono alla diffusione della democrazia e dei diritti umani più della diplomazia e dei “proiettili”. Bocciate le tv: “Megafoni della propaganda governativa”

10 Mar 2011

Più della diplomazia e delle bombe, più delle televisioni e della
stampa. Oggi le armì più efficaci per promuovere la democrazia
sono cellulari e web, mezzi che più di altri contribuiscono alla
difesa dei diritti umani, soprattutto in Paesi governati da regimi
autoritari e che, non a caso, sono diventati uno dei simboli delle
rivolte in Nord Africa e Medio Oriente.

A questa conclusione è arrivata una ricerca pubblicata
sull'International Journal of Human Rights,
coordinata da Indra De Soysa della Norwegian University of Science
and Technology di Trondheim. Esaminando il legame fra strumenti di
comunicazione e il rispetto dei diritti umani in 137 Paesi, gli
studiosi evidenziano che la presenza di connessioni a internet e la
diffusione dei cellulari costituiscono una garanzia. "In un
Paese in cui vige la dittatura – afferma De Soysa – inciderebbe di
più l'operato di una compagnia di telecomunicazioni che un
ministro degli Esteri".  E a questo proposito il ricercatore
cita l'Egitto e il caso del manager di Google (fatto sparire
per oltre una settimana dalla polizia per aver organizzato proteste
anti-Mubarak con Facebook e Twitter) che "non sarebbe riuscito
a mobilitare così tante persone senza l'aiuto dei social
media".

Tra l'affermazione delle nuove forme di comunicazione e la
nascita di movimenti spontanei di protesta c'è una
"correlazione evidente" anche per Mario
Morcellini
, preside della Facoltà di Scienze della
Comunicazione della Sapienza di Roma. "È più facile – spiega
– per il potere, controllare il giornalismo, che è una forma di
comunicazione gestita da mediatori, piuttosto che un tipo di
informazione frammentata in mille centri. Sconvolgente è il caso
della Cina, dove ci sono indizi comprovati di un sistema politico,
curiosamente competente in questo campo, che riesce a snidare anche
le forme di opposizione che si formano nella rete". Ciò –
prosegue – "non è invece avvenuto nelle piazze nordafricane
dove i poteri erano impreparati a questa forma di insurrezione
sociale" e dove i tentativi di blocco della rete sono stati
"tardivi". Chiudere "i rubinetti" alle
comunicazioni, come accade anche in Libia, non sembra giovare agli
stessi governi che, secondo il parere di Gianfranco
Lizza
, docente di Geopolitica della Sapienza,
"dimostrano così di essere non solo deboli, ma impreparati a
cavalcare la tigre".

Lo studio norvegese di De Soysa punta inoltre il dito contro la tv,
rea di prestarsi a megafono della propaganda governativa. "Non
bisogna tuttavia dimenticare – afferma Pietro
Grilli
, docente di Scienza Politica dell'Università
Roma 3 – il ruolo di un'emittente come Al Jazeera che nelle
ultime settimane ha raccontato agli egiziani cosa fosse successo in
Tunisia e ai libici cosa fosse accaduto in Egitto".
Indubbiamente, aggiunge Silvio Fagiolo, docente di
Relazioni Internazionali alla Luiss, "la condizione di
partenza deve essere sempre la maturazione della società civile,
ma strumenti come cellulari e web attenuano la possibilità per gli
Stati di impedire la circolazione delle idee".

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