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Lanzillotta: “Demagogia e poca concretezza”

La deputata Api ed ex ministro per gli Affari regionali Linda Lanzillotta interviene sul nostro giornale per commentare l’entrata in vigore del nuovo Cad

21 Feb 2011

Il nuovo Codice delle amministrazioni digitali, contiene, oltre
all’ opportuno aggiornamento di una serie regolazioni tecniche
(firma digitale, Pec, dematerializzazione e conservazione dei
documenti), un esorbitante numero di disposizioni di carattere
programmatico ed organizzativo prive di effettiva valenza
giuridica. Norme di legge non corredate di meccanismi in grado di
farle valere con l’ulteriore difetto di legificare aree la cui
definizione dovrebbe essere lasciata a strumenti di intervento più
flessibili della legge.

Il nuovo Codice afferma in modo solenne il diritto dei cittadini e
delle imprese alla fruizione dei servizi informatizzati da parte
della pubblica amministrazione: tali roboanti affermazioni sembrano
però coprire soprattutto un vuoto di azione da parte del governo,
giunto ormai al suo terzo anno di legislatura con risultati assai
scarsi sul fronte della digitalizzazione delle amministrazioni
pubbliche: qualcuno ha più sentito parlare dei 1200 miliardi di
euro del piano E-gov 2012? Qualcuno ha più visto gli 800 milioni
di euro destinati a modesti interventi per la banda larga? E
allora: come potranno i cittadini e le imprese far valere questi
nuovi diritti telematici se intanto è loro negato l’accesso ad
una rete veloce? Come potranno ottenere un servizio online se non
si innova sull’organizzazione dei processi organizzativi?

Ciò non significa che non si debba affermare il diritto a fruire
di servizi amministrativi digitalizzati, ma che questo deve essere
il punto di arrivo di una potente azione di modernizzazione di
tutti i livelli e di tutte le aree della nostra complessa
governance amministrativa oltre che di massicci investimenti nel
settore. Un’operazione che avrebbe peraltro un triplice effetto:
sulla qualità dei servizi, sulla crescita economica, sulla
trasparenza e, di conseguenza, sulla lotta alla corruzione.

Sarà forse anche per questo che persiste nel nostro Paese un
ritardo drammatico nell’imboccare con decisione la via
dell’amministrazione digitale. E che l’affermazione giuridica
di tali diritti sia del tutto aleatoria è dimostrato dal fatto che
non sono previste sanzioni a carico delle amministrazioni che non
consentano a un cittadino di avere una certificazione o effettuare
un pagamento online; né è prevista l’entità di un risarcimento
a fronte del diritto negato. Ma i diritti o sono azionabili e
giustiziabili o non sono: e nel caso di specie, appunto, alle
dichiarazioni di principio non corrisponde alcuno strumento
giuridico efficace.

Nei confronti delle amministrazioni permane poi il limite tante
volte denunciato con riferimento al vecchio Codice delle
amministrazioni digitali: infatti, se è vero che vengono indicati
dei termini per la transizione all’uso generalizzato della Pec e
della firma digitale, è però altrettanto vero che non è fissato
in modo drastico e irreversibile lo switch off , ovvero il momento
del definitivo irreversibile passaggio all’operatività
digitale.

E il problema è ancora quello di sempre: il permanere del doppio
sistema, quello tradizionale accanto a quello informatico e
digitale fa sì che non accada ciò che l’informatizzazione deve
comportare, ovvero la reingegnerizzazione di tutti i processi
interni e quindi l’impatto dell’Ict in termini di efficienza e
produttività. Il salto culturale di cui ha bisogno
l’Amministrazione e, attraverso di essa, l’intero Paese.
Ma ci sono altri due punti chiave su cui il nuovo Codice non
interviene o interviene in modo assai parziale: il primo riguarda
la governance dell’intero sistema amministrativo, la sua
effettiva interoperabilità, semplicità e non iperduplicazione di
informazioni, servizi, siti.

Va contrastata l’idea che ogni amministrazione o, peggio, ogni
segmento di amministrazione stia sulla Rete a suo modo e la usi
come mera vetrina e non come servizio che deve garantire, da una
parte, il massimo della facilità d’uso e della comprensibilità
da parte degli utenti e, dall’altra parte sul versante interno
delle amministrazioni, essere la piattaforma unica su cui far
dialogare, coordinare, monitorare un sistema federalista che esige
standardizzazione, comparabilità, trasparenza. Il secondo è
quello dell’uso dei dati in possesso delle pubbliche
amministrazioni per la produzione di servizi. Nelle amministrazioni
pubbliche ci sono miniere inutilizzate: il Codice inizia ad
accennare al tema che tuttavia è molto, molto più vasto e carico
di potenzialità. Insomma, anche con il nuovo Cad molta demagogia e
poca concretezza