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Le Regioni bocciano il nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale

In un documento consegnato al governo, e firmato anche da Anci e Upi, la Conferenza denuncia la mancanza di un ruolo per gli enti locali: “Carente la strategia complessiva sull’innovazione”

19 Lug 2010

Il nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale non convince le
autonomie locali. La Conferenza delle Regioni e delle Province
autonome, l’Anci, l’Upi, e l’Uncem hanno approvato un

documento
congiunto sul “Codice dell’amministrazione
digitale” dove, in sostanza si rileva una totale assenza di una
strategie per l’innovazione. l testo è stato consegnato al
governo in occasione del parere espresso nella Conferenza Unificata
dell’8 luglio.

“La riforma del Codice dell’Amministrazione Digitale sembra
comporsi di un insieme di interventi che talora appaiono di
limitata visione strategica nonché in parte privi della necessaria
considerazione per l’evoluzione tecnologica e per
l’indispensabile ripensamento organizzativo che la complessiva
materia dell’innovazione dovrebbe introdurre all’interno della
pubblica amministrazione – si legge nel documento -. Si rileva
che il disegno di ripensamento della pubblica amministrazione è
solo parziale, col rischio di ridurre l’innovazione ad elemento
strumentale: si sostengono infatti strumenti quali la posta
elettronica certificata, anche tra le comunicazioni tra pubbliche
amministrazioni, svilendo il Sistema Pubblico di Connettività
(Spc) a semplice connettività al servizio degli uffici
ministeriali e non a modello di interscambio e di interazione tra i
sistemi informatici delle pubbliche amministrazioni attraverso
l’interoperabilità e la cooperazione”. Secondo le
rappresentanze degli enti, inoltre, non di valorizzerebbero
adeguatamente i sistemi di interscambio dati già completamente
attivi, regolamentati e capillarmente diffusi, come ad esempio il
sistema Ina-Saia, frutto di proficue collaborazioni tra vari
livelli di governo.

Sul versante dei servizi invece la riforma del Cad renderebbe più
complicato il processo amministrativo “con il rischio di
introdurre fratture o al peggio di frenare i modelli già evoluti
presenti sui territori”.

“Ad esempio – precisa il testo – l’eliminazione, in contrasto
con altre normative nazionali od europee, come quelle in materia di
trattamento di dati personali, della distinzione tra il concetto di
autenticazione informatica e la nozione di identificazione
informatica ed il mancato nesso di quest’ultima alla
identificazione anagrafica/identificazione primaria; la
introduzione di una nuova forma di firma, la firma elettronica
avanzata, della quale non si avverte la necessità, anche in
considerazione dei costi che questa potrebbe avere sulle
amministrazioni, l’assenza dell’immediata inclusione, tra le
banche dati di interesse nazionale, dell’anagrafe tributaria, la
quale costituisce elemento imprescindibile nella lotta
all’evasione e strumento indispensabile per l’attuazione di un
vero federalismo fiscale”.

Gli enti denunciano l’aspetto discriminatorio che la presenza di
servizi esclusivamente digitali ha sulle aree del paese e su quella
parte di popolazione che si trova in "divario digitale",
ovvero quelle aree non raggiunte dalla banda larga ovvero quei
cittadini e imprese che non hanno i mezzi necessari per poter
accedere ai servizi. “Si evidenzia il rischio connesso al fatto
che con l’elezione di domicilio digitale il cittadino o
l’impresa accetta e si vincola a ricevere, sotto la sua esclusiva
responsabilità, tutte le comunicazioni da parte della PA mediante
modalità informatiche; sono reali casi di sovraesposizione quelli
in cui il cittadino o l’impresa non aprono la posta per un mese,
non dispongono di un pc funzionante, si trovano in un’area non
raggiunta dai servizi digitali. Non esistono clausole di
salvaguardia: se vi sarà una interpretazione rigida il cittadino
decadrà dai termini per proporre un ricorso o una istanza, senza
alcuna possibilità di ulteriori garanzie di effettiva conoscenza
degli atti che allo stesso vengono inviati (art. 6)”.

Ultimo aspetto è l’assenza di chiarezza in ordine ai riferimenti
per il cittadino. “Sarebbe utile che così come esiste un unico
punto di accesso in via fisica potesse essere possibile avere un
unico accesso istituzionale in via digitale per ciascuna
amministrazione, senza moltiplicazione di canali che anziché
semplificare complicano la vita al cittadino e alle imprese –
sottolineano Regioni, Province e Comuni -. Questo significa, ad
esempio in relazione all’art.65, in materia di Istanze e
dichiarazioni presentate alle pubbliche amministrazioni per via
telematica, che l’attuale formulazione delle norme non risolve
importanti problemi dei cittadini in ordine alle modalità virtuali
di presentazione delle istanze, agli strumenti di identificazione
che deve usare il cittadino, al rapporto tra quanto da questo
dichiarato e l’attivazione del procedimento conseguente. Non è
possibile pensare che il cittadino presenti una istanza mediante
modalità telematica e dall’altra parte l’amministrazione non
abbia un fascicolo elettronico, un protocollo informatico, ma
semplicemente vi continui a essere un impiegato che stampa,
protocolla e invia in modo cartaceo il documento all’ufficio
competente. Senza l’informatizzazione del back-office delle PA,
la presentazione di moduli on-line non ridurrà né tempi né costi
dell’azione amministrativa, che è ciò che realmente interessa
ai cittadini e alle imprese”.

Altro punto dolente riguarda la carenza di risorse.
“La riforma del Codice dell’Amministrazione Digitale appare
allo stato a costo zero. L’operazione di eliminare i limiti
organizzativo e finanziario all’interno del codice è
condivisibile, laddove però si tenga conto dell’impatto in
termini economici che la creazione di nuovi diritti ha sulle
pubbliche amministrazioni. Non è possibile – alla luce della
recente manovra economico-finanziaria – pensare di poter
trasferire sui livelli territoriali minori i costi di una
operazione che è in primo luogo infrastrutturale e
organizzativa”.

A non convncere è anche la totale assenza di un ruolo degli enti
nella riforma del Cad.
“Il Codice riformato vede come grandi assenti le Regioni, gli
Enti locali e le loro politiche – denuncia il documento -. Molte
Regioni in questi anni, pur nel rispetto del ruolo di coordinamento
informativo, informatico e statistico che la Costituzione riconosce
allo Stato, si sono fatte portavoci delle istanze territoriali e
hanno disciplinato con proprie normative aspetti di grande
rilevanza dal punto di vista dell’e-government. Manca il ruolo
delle Regioni nella riforma, nulla si dice in proposito di ciò che
è stato fatto, non c’è riconoscimento né di ruolo né si fa
tesoro delle esperienze positive che in questi anni sono state
messe a frutto.
Dal canto loro gli Enti locali hanno intrapreso nell’ultimo
decennio iniziative volte alla riorganizzazione dei processi
amministrativi mediante le Ict, unendo proficuamente finanziamenti
statali e regionali a propri investimenti. Non si potranno
garantire sinergie e complementarietà, senza un utilizzo pieno ed
adeguato delle sedi di concertazione esistenti".

Infine il ruolo di Digit-PA e del ministero dell’Innovazione che
svuoterebbe le funzionidella Conferenza unificata a favore di un
“nuovo centralismo”.