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Sanità digitale, Pileri: “Project Financing per le Regioni in rosso”

La partita vale 9 miliardi di risparmio all’anno. Il presidente di Csit: “Bisogna sostenere le amministrazioni in difficoltà”

20 Set 2010

Ragionare in logica di project financing, con industria e banche a
fare da supporter al roll out dei progetti più innovativi.
Postponendo il rientro dei capitali erogati in modalità
dilazionata e in concomitanza con i primi risultati concreti sul
fronte del risparmio economico maturato. Questa la proposta di
Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici a sostegno della
digitalizzazione della sanità italiana.

“La partita è importantissima e il caso lombardo – il 95% dei
medici è in rete – fa già scuola: il progetto è partito sette
anni fa e il risparmio economico ottenuto si aggira attorno al 2%
della spesa. Non poco considerato che siamo alla prima fase del
progetto di e-health e che dunque mancano all’appello ancora il
fascicolo sanitario elettronico e la telemedicina”, spiega al
Corriere delle Comunicazioni il presidente Stefano Pileri.
Presidente, quanto vale in soldoni la
partita?
Vale 9 miliardi di euro l’anno su un totale
di 120 di spesa sanitaria. Dunque una riduzione netta dell’8% sui
costi. La maggior parte dei risparmi deriva dall’adozione della
telemedicina che da sola vale 6 miliardi. La sanità in rete,
l’e-prescribing, le prenotazioni centralizzate e il controllo
della spesa fanno il resto.
Come si arriva a questa cifra?
Attraverso sei
interventi. Si parte dalla sanità digitale in rete ovvero
dall’interconnessione di tutte le strutture. Per le oltre 300 Asl
ospedaliere il processo è già in fase avanzatissima e da questo
punto di vista l’Italia è considerata una best practice europea.
Ma per il suo completamente serve l’entrata nel network dei circa
45mila medici e delle 20mila farmacie. Il secondo step riguarda i
dati in rete e quindi il fascicolo sanitario elettronico. A seguire
le funzioni di prescrizione e certificazione elettronica. E poi le
prenotazioni digitali attraverso la creazione di portali ad hoc, la
rete della telemedicina e del mobile health per erogare prestazioni
a distanza riducendo l’ospedalizzazione laddove non necessaria.
In ultimo il flusso del controllo della spesa che accompagna il
tema dei costi standard.
C’è parecchia carne al fuoco. Molte Regioni hanno i
conti in rosso, esiste ancora il problema del digital divide.
Insomma, è un progetto davvero realizzabile e in quali
tempi?
Intanto è bene ricordare che la questione più
che tecnico-tecnologica – come spesso erroneamente si legge – è di
natura organizzativa. Il processo di digitalizzazione impone
certamente un’organizzazione diversa e quindi tempi di
elaborazione. Ma bisogna insistere. Non ci devono essere scuse. Le
Regioni devono trovare una soluzione, magari utilizzando strumenti
quali il Pf per risolvere il problema del reperimento di fondi, ma
anche incentivando i medici attraverso defiscalizzazioni.
Diciamolo: le polemiche attorno al certificati digitali non hanno
nulla a che fare con le questioni tecnologiche. I medici vogliono
un supporto economico: la Regione Lombardia a suo tempo ha
finanziato l’acquisto di pc e l’attivazione delle connessioni a
Internet obbligando i medici a informatizzarsi. Ma erano altri
tempi. Oggi la situazione di crisi e la spesa sanitaria fuori
controllo in molte regioni impongono l’adozione di strumenti
finanziari diversi, come per esempio sgravi fiscali o quant’altro
eviti un esborso all’origine. E per obbligare bisogna anche
sostenere. Bisogna inoltre accompagnare il processo di
digitalizzazione con un help desk dedicato che aiuti i medici a
velocizzare le procedure.
E la questione del digital divide?
Questa è
una questione molto seria. Bisogna azzerare il digital divide per
garantire le medesime prestazioni a tutti i cittadini.
Ma l’Adsl è sufficiente a sostenere le macchina della
sanità digitale?
Nella prima fase, quella della
territorializzazione, ossia della messa in rete delle strutture e
quella che riguarda la gestione delle certificazioni l’Adsl è
assolutamente in grado di rispondere alle esigenze. Certo, quando
si tratterà di far viaggiare in rete grosse quantità di dati
ossia di consentire ad esempio a pazienti e specialisti di
scambiarsi esami quali Tac e risonanze in Hd allora la fibra ottica
e l’Lte saranno assolutamente indispensabili.
L’Lte?
Sì, perché molte delle operazioni
saranno gestite in mobilità, ossia in modalità di mobile health.
E quindi sarà necessario disporre della rete 4G per lo scambio dei
dati.