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TRIPWIRE. PA, quella e-mail “libera tutti”

02 Nov 2010

L’Agenzia delle Entrate mi chiede taluni documenti mediante una
lettera, giuntami per posta e che io vedo dopo 25 giorni. Talvolta
viaggio e il postino non può inseguirmi. Potrei mandare i
documenti per raccomandata oppure portarli a mano durante
l’orario di ufficio (non riferito nella lettera). Opto per la
consegna a mano: ho dubbi su quanto devo consegnare e sono curioso
di tastare l’efficienza del sistema, stimolato dall’eccellente
qualità del sito del Mef. Arrivo alle 09.45. La regolazione
elettronica della fila è ottima, ci scagliona secondo le varie
esigenze. Sebbene alla chiusura manchino tre ore, ben presto
capisco che la mattinata non basterà.

Non pensate a banali mance o squallide raccomandazioni, se dico che
adotto uno stratagemma che confonde il sistema elettronico e
accelera la mia pratica: funziona pure all’ufficio postale ma non
lo svelo neppure sotto tortura; non di meno dovrò tornare nel
pomeriggio. Altri 100 minuti, finalmente è il mio turno. Domando
perché non accettano i documenti via e-mail. Mi rispondono con
cortesia: “Ci spiace, ma arriverebbero oltre 200 e-mail al giorno
e non c’è un ufficio per smaltirle”. In 200 eravamo dal
mattino. Se due o tre impiegati pertanto fossero stati designati a
smaltire le e-mail, il risultato finale sarebbe dovuto essere
soddisfacente per l’utente e per l’ufficio, obietto.
L’impiegato scuote il capo senza aggiungere altro: ha capito che
ho capito.

La trasmissione delle e-mail impone i tempi dell’utente al loro
lavoro; con la fila è l’impiegato che impone i tempi. Una
conferma che la carenza di scambio online con la PA è misura della
subordinazione del cittadino.

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