IL PARERE

Referendum on line, il Garante Privacy boccia il decreto

L’Autorità richiede una profonda revisione del Dpcm che fissa le regole della piattaforma per la raccolta delle firme. “Mancano tutele adeguate per il pieno rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali dei cittadini”

12 Apr 2022

Domenico Aliperto

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Il Garante per la protezione dei dati personali boccia, sostanzialmente, lo schema di Dpcm che fissa le regole della piattaforma per la raccolta delle firme online per referendum e progetti di legge. L’Autorità ha infatti reso al ministero per l’Innovazione tecnologica il parere sul dispositivo. Il Garante, si legge nel documento, “ritiene che siano troppi i profili critici emersi dall’esame di un provvedimento che incide su istituti di democrazia diretta costituzionalmente garantiti, quali appunto i referendum. Il testo sottoposto all’Autorità risulta infatti, secondo il Garante, “attualmente privo di adeguate tutele per il pieno rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali dei cittadini“.

Le criticità del Dpcm secondo il Garante

Come rileva l’Autorità, la piattaforma è una “infrastruttura complessa composta da un’area pubblica (che consente la consultazione delle proposte referendarie e delle proposte di legge popolare) e da un’area privata, a cui possono accedere il personale dell’ufficio centrale per il referendum presso la Cassazione, i promotori e i cittadini che intendono sottoscrivere le proposte. “Secondo la Costituzione e la legge sul referendum, il trattamento dei dati dei sottoscrittori compete ad alcuni soggetti (promotori, partiti politici, ufficio centrale per il referendum presso la Cassazione, Camera alla quale viene presentata la proposta di legge) ai quali l’ordinamento conferisce funzioni delicate e costituzionalmente garantite”, quali la raccolta dei dati personali dei sottoscrittori, la verifica della loro iscrizione nelle liste elettorali e il deposito delle firme autenticate.

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Il Dpcm contempla invece, osserva il Garante, l’intervento di ulteriori soggetti: il gestore della piattaforma, “ossia una persona giuridica individuata dalla presidenza del Consiglio, per ora del tutto indeterminata”, e la presidenza del Consiglio stessa, chiamata a realizzare la piattaforma e, seppure solo fino all’attivazione delle utenze dell’Ufficio centrale per il referendum, a inserire i dati dei cittadini che sottoscrivono il referendum e abilitare l’accesso dei promotori. Al gestore della piattaforma, inoltre, è demandato l’intero sviluppo tecnologico dell’infrastruttura, i cui profili tecnici saranno contenuti in un manuale operativo (redatto dallo stesso gestore), che non verrà sottoposto all’esame del Garante e del ministero della Giustizia. “Tale rinvio al manuale operativo, da predisporsi da parte di un soggetto non ancora identificato e senza il coinvolgimento del Garante ai fini della valutazione di una serie di aspetti che avrebbero dovuto essere disciplinati nel Dpcm”, scrive l’Autorità nel suo parere, “è incompatibile con la lettera e lo spirito della legge e non offre adeguate garanzie di protezione dei dati personali riguardo a profili essenziali del funzionamento della piattaforma“.

La richiesta di una profonda revisione del testo

Il Garante ricorda infine che i dati dei sottoscrittori di una proposta di referendum o di un progetto di legge “rientrano nell’ambito delle particolari categorie di dati per i quali il Regolamento europeo prevede rigorose tutele a garanzia della loro riservatezza. Essi rivelano infatti, oltre al dato sulla partecipazione alla consultazione referendaria, le opinioni o la posizione politica del sottoscrittore”.

Il Garante, quindi, poiché lo schema di Dpcm necessita di una profonda revisione del testo, “non ha potuto esprimere parere favorevole e ha indicato al Ministero una dettagliata serie di condizioni e osservazioni alle quali attenersi, al fine di scongiurare il rischio che si verifichino trattamenti non conformi di dati”.

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