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IL CASO

“Spiano i dati degli utenti”: le cuffie Bose finiscono in tribunale

Un cliente dell’Illinois, Kyle Zak, ha portato il caso alla corte federale di Chicago: i dati sulle abitudini musicali tracciati per essere ceduti a terze parti. Ma l’azienda si difende: “Nessuna info venduta o schedata”

21 Apr 2017

Abitudini d’ascolto spiate attraverso le cuffie e poi vendute ad altre aziende, all’insaputa dell’utente: è con questa accusa che uno statunitense ha fatto causa alla società Bose, produttrice di sistemi audio, per violazione della privacy.

Nella denuncia, per cui si chiede lo status di class action, ad essere incolpate non sono tanto le cuffie wireless, dal prezzo di 350 dollari, quanto un’applicazione, chiamata “Bose Connect”, che collega le cuffie allo smartphone. Attraverso questa app, si legge nel documento, Bose avrebbe raccolto e registrato i titoli di canzoni e podcast ascoltati, e li avrebbe trasmessi, insieme a dati identificativi dell’utente, ad aziende esterne.

Per i legali dell’uomo, che si chiama Kyle Zak e vive nell’Illinois, la condotta di Bose violerebbe l’Electronic Communications Privacy Act del 1986 e una serie di leggi statali sulla privacy. “La selezione personale di materiale audio – tra cui musica, radio, podcast e letture – fornisce un’incredibile quantità di informazioni sulla personalità, il comportamento, le opinioni politiche e l’identità personale dell’utente”, scrivono gli avvocati. Ad esempio “chi ascolta una preghiera musulmana è molto probabilmente di fede musulmana, chi ascolta un podcast su Hiv e Aids ne è probabilmente affetto”. Il valore della causa supera i 5 milioni di dollari, sostengono i legali, che chiedono un’ingiunzione per fermare la presunta raccolta di dati.

Bose in risposta ha rilasciato un comunicato stampa dove assicura tutti i clienti che nessuna informazione è mai stata venduta a terzi o utilizzata per schedarli. Sui social la maggioranza dei commenti sembra sostenere la società, ma intanto la causa è stata aperta.

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