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I costi nascosti della pirateria? 1.200 euro per utente e 34 mila posti di lavoro a rischio



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Secondo la ricerca realizzata dall’Istituto per la Competitività, la produzione e la distribuzione di contenuti illegali implica, tra truffe e attacchi cyber, perdite economiche in continua crescita (+14% nel triennio 2022-2024), con un valore complessivo di oltre 1,4 miliardi di euro

Pubblicato il 1 apr 2026



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La pirateria audiovisiva non costituisce solo un illecito e un danno per l’economia: è anche un fenomeno che determina una minaccia concreta per la sicurezza digitale degli utenti.

In Italia, in particolare, gli utenti dei servizi pirata vittime di furti di dati personali e truffe digitali subiscono una perdita economica media di circa 1.200 euro a persona, che supera i 1.500 euro nella fascia di età compresa tra i 45 e i 64 anni. Dati coerenti con quanto rilevato anche nel Regno Unito, dove una ricerca di BeStreamWise del 2025 ha evidenziato che il 40% degli utenti pirata ha subito una perdita media pari a 1.680 sterline.

Nel complesso, si tratta di un contraccolpo che ha registrato un incremento del 14,5% nell’arco di tre anni, passando da un valore di 1,2 miliardi di euro nel 2022 a 1,3 miliardi nel 2023, fino a superare quota 1,4 miliardi di euro nel 2024.

La ricerca realizzata da I-Com

A evidenziarlo è la ricerca “Il prezzo nascosto della pirateria”, realizzata dall’Istituto per la Competitività (I-Com) sulla popolazione italiana over 16 e presentata ieri alla Camera dei Deputati, per approfondire la relazione tra streaming illegali e cybersicurezza tramite l’analisi dei rischi per gli utenti e la stima della perdita economica media per le vittime.

Il report sottolinea che il danno non è solo per chi fruisce di contenuti piratati, ma anche per chi li produce e li trasmette: da un lato, chi accede a contenuti pirata si espone, come detto, a seri rischi legati alla cybersecurity. Dall’altro, le aziende coinvolte nella creazione e distribuzione dei contenuti subiscono perdite anche consistenti in termini di fatturato, valore economico e posti di lavoro, compromettendo la sostenibilità dell’intero ecosistema audiovisivo.

Lo studio I-Com, infatti, stima che entro il 2030 la pirateria potrebbe costare all’Italia oltre 34mila posti di lavoro nell’industria creativa, di cui circa 27mila concentrati nella produzione cinematografica, televisiva e audiovisiva.

Rimanendo sul fronte dell’utente finale, i risultati mostrano che il danno economico pro capite è più elevato nella fascia 45-54 anni (1.507 euro), seguita a breve distanza dagli individui tra i 55 e i 64 anni (1.505 euro) e si mantiene per quasi tutte le altre classi di età al di sopra dei mille euro. Come detto, il valore medio pro capite si attesta infatti a 1.204 euro nel periodo considerato.

I-Com rimarca che le piattaforme illegali non sono solo semplici canali per offrire la fruizione illegale di contenuti, ma sono spesso progettate anche per sottrarre dati, generare frodi e alimentare mercati paralleli di informazioni personali. In questi ambienti, estremamente vulnerabili, proliferano infatti malware, attacchi di phishing e altre minacce informatiche, oltre alla rivendita sistematica nei database del dark web dei dati personali sottratti. Il fenomeno assume dimensioni particolarmente rilevanti, se si pensa che secondo i dati Fapav/Ipsos, la pirateria interessa il 40% della popolazione adulta italiana.

Gli attacchi sferrati sfruttando i contenuti illegali

“Con questo studio vogliamo offrire un contributo concreto al dibattito sulla pirateria, portando l’attenzione su un ambito ancora poco esplorato: i rischi per la sicurezza digitale degli utenti che accedono a contenuti illegali”, commenta Stefano da Empoli, presidente di I-Com. “Si tratta di un fenomeno allarmante, anche perché le piattaforme illegali sono uno dei principali veicoli di diffusione di malware, attacchi di phishing e di sottrazione dei dati personali sensibili degli utenti, poi rivenduti sul dark web. È quindi fondamentale aumentare la consapevolezza sui pericoli della pirateria, in particolare tra i giovani che, oltre a essere tra i soggetti più esposti ai rischi digitali, sono anche i più penalizzati dagli effetti sempre più rilevanti in termini di perdita di posti di lavoro”.

Più nel dettaglio, le principali fonti tramite le quali i malware infettano il dispositivo utilizzato per consumare prodotti pirata sono tre: siti web verso cui l’utente viene attirato e che contengono software malevolo mascherato da giochi, aggiornamenti di sistema e/o promesse di denaro; meccanismi di “P2P File Sharing”, con il download di contenuti pirata tramite file .torrent, i quali a loro volta nascondono un malware auto-eseguibile sul dispositivo della vittima; e-mail di phishing contenenti link o allegati con un malware incorporato, così come app indicate come necessarie alla fruizione dei contenuti pirata – che all’apparenza possono sembrare lecite, ma sono sostanzialmente malevole – fatte scaricare da siti web anziché da app store ufficiali. Gli allegati possono essere di diverse tipologie, pdf o file video condivisi tramite app di messaggistica, che risultano malevoli una volta aperti dall’utente.

A giugno 2025 è stata resa nota una nuova metodologia di attacco in base alla quale gli utenti ricevono una e-mail di phishing che richiede il pagamento di una sanzione, che sarebbe stata irrogata da un fantomatico Servizio clienti – Piracy Shield di AgCom. Nello stesso periodo, la Polizia Postale ha reso nota una campagna di phishing avente ad oggetto una presunta attività di sorveglianza tecnica legata all’accesso a “contenuti informatici vietati dalla legislazione italiana”. Pertanto, I-Com ipotizza che questi attacchi prendano di mira gli utilizzatori del cosiddetto “pezzotto” e di altri servizi pirata, ricorrendo all’escamotage di “finte” multe o avvisi, in quanto i dati personali delle vittime possono essere stati compromessi proprio utilizzando i servizi illeciti gestiti, spesso, da organizzazioni criminali.

Tra le conseguenze più diffuse per chi incappa in queste trappole, I-Com rileva innanzitutto l’accesso illecito agli account social, al fine di raccogliere maggiori informazioni relative all’identità digitale da vendere o sfruttare in successive truffe. Ma si registrano anche il furto di informazioni sensibili presenti nelle caselle e-mail (documenti di identità e di varia natura amministrativa e sanitaria, conferme di registrazione a siti ed iniziative, ecc.) e l’accesso non autorizzato a siti di e-commerce e account di pagamento digitale.

L’impatto sulla filiera produttiva

Come anticipato, la ricerca evidenzia che la pirateria audiovisiva sta avendo un impatto devastante sull’occupazione dell’intera filiera produttiva, colpendo non solo i broadcaster. Solo nel 2025 I-Com stima una mancata crescita di oltre tremila posti di lavoro.

L’impatto della pirateria si è, infatti, manifestato prima sui broadcaster, immediatamente penalizzati dalla fuga di consumatori verso soluzioni illegali. Tuttavia, anche i produttori subiranno le conseguenze nei prossimi anni, a causa del calo degli investimenti e dalla riduzione del valore del prodotto derivante dal periodo in cui il fenomeno non era ancora stato efficacemente contrastato. Questa tendenza sarà accentuata dal fatto che al danno immediato (ad esempio l’impatto della pirateria sui contenuti live) è destinato a sommarsi il danno differito (come la perdita di valore dei contenuti non live nell’arco di tutto il periodo di sfruttamento). Il risultato sarà una crescita più contenuta rispetto alle potenzialità del settore.

Più nel dettaglio, I-Com in luce un impatto della pirateria in termini occupazionali di 3.399 unità guardando solamente al 2025, di cui 2.677 imputabili alla “Attività di produzione cinematografica, di video e di programmi televisivi”, 200 alla “Edizioni di software”, 260 alle “Trasmissioni radiofoniche”, 213 alle “Attività di registrazione sonora e di editoria musicale”, 200 alle “Edizioni di software”, e solamente 25 e 24 rispettivamente alla “Attività di programmazione e trasmissioni televisive” ed alla ”Edizione di libri, periodici ed altre attività editoriali”. Rispetto al 2024, quando si registravano 2.316 posti di lavoro persi, nel 2025 si osserva un aumento di 1.083 posti di lavoro persi, pari a un incremento del 47%. In termini relativi, la perdita occupazionale passa dal 2,93% degli occupati nel 2024 al 4,31% nel 2025.

Ampliando invece lo sguardo all’intero arco temporale 2025-2030, l’impatto stimato complessivo è di 34.012 unità, di cui ben 26.786 nella ”Attività di produzione cinematografica, di video e di programmi televisivi”, 2.916 nella “Trasmissioni radiofoniche”, 2.148 nella ”Attività di registrazione sonora e di editoria musicale”, 1.880 nella ”Edizione di software”, 142 nelle “Attività di programmazione e trasmissioni televisive” e 140 nella “Edizione di libri, periodici ed altre attività editoriali”. In termini relativi, la perdita di occupazione complessiva rappresenta il 7,2% dell’occupazione nei settori considerati, con un incremento di oltre 3 punti percentuali rispetto al solo 2025.

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