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Tecnologie di frontiera, un mercato da 16 mila miliardi. Ma la crescita non è inclusiva



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Senza infrastrutture, competenze e governance adeguate, l’impatto di intelligenza artificiale, robotica e quantum resta concentrato nei Paesi più avanzati, ampliando i divari globali. Il paper Ispi–Deloitte presentato per il Next Milan Forum analizza rischi e leve per trasformare il progresso tecnologico in crescita diffusa

Pubblicato il 13 apr 2026



Tecnologie di frontiera, un mercato da 16 mila miliardi. Ma la crescita non è inclusiva
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Le tecnologie di frontiera stanno entrando in una fase di maturità che ne amplia l’impatto economico, ma ne mette anche in evidenza i limiti strutturali. Secondo le stime Unctad, entro il 2033 questo insieme di innovazioni – dall’intelligenza artificiale alla robotica avanzata, dal calcolo quantistico alle clean tech – varrà 16,4 mila miliardi di dollari. Un mercato enorme, che però non distribuisce i suoi benefici in modo uniforme. La crescita si concentra soprattutto nelle economie già più avanzate, dove infrastrutture, capitale umano e governance consentono di integrare le nuove tecnologie nei processi produttivi.

È questo il nodo centrale del paper “Innovation and Emerging Technologies: from Progress to Prosperity”, realizzato da Ispi e dal Public Policy & Stakeholder Relations Centre di Deloitte Italia e presentato nel contesto del Next Milan Forum che si terrà dal 4 al 6 maggio. Il messaggio è chiaro: il progresso tecnologico non si traduce automaticamente in prosperità diffusa. Senza condizioni abilitanti solide, l’innovazione rischia di restare confinata a pochi Paesi, imprese e settori.

Un valore sistemico che va oltre la singola tecnologia

Le tecnologie di frontiera non avanzano più come compartimenti stagni. Al contrario, operano come uno stack integrato. AI, robotica, droni, quantum e clean energy si rafforzano a vicenda, generando effetti che vanno ben oltre l’automazione di singole attività. L’AI, in particolare, agisce come moltiplicatore di investimenti in capacità di calcolo, reti, data center ed energia, con ricadute macroeconomiche significative.

Le evidenze raccolte nel paper mostrano come l’adozione dell’AI nelle imprese europee sia associata a un aumento della produttività e dei salari, senza effetti negativi sull’occupazione. In alcuni casi, i guadagni di efficienza superano il 25% in attività specifiche, come la scrittura o il coding, soprattutto quando l’AI generativa viene integrata nei flussi di lavoro. Tuttavia, questi benefici emergono solo dove l’innovazione è accompagnata da investimenti complementari.

Adozione rapida, benefici concentrati

Il tasso di diffusione delle tecnologie di frontiera è elevato, soprattutto per l’AI. I costi di utilizzo dei Large language model stanno crollando, con riduzioni fino a 900 volte rispetto alle fasi iniziali. Questo abbassa le barriere all’ingresso e accelera la sperimentazione anche tra le piccole e medie imprese. Un’indagine Ocse indica che il 31% delle Pmi nelle economie avanzate utilizza già strumenti di AI generativa.

Eppure, la geografia dei benefici resta squilibrata. Le stime Ocse suggeriscono che l’AI potrebbe aumentare la produttività del lavoro fino a 1,3 punti percentuali annui nel Regno Unito e negli Stati Uniti. In Italia e in Giappone, invece, l’impatto atteso è più contenuto. La causa non è tecnologica, ma strutturale. La diffusione dell’AI lungo le filiere è disomogenea e i vincoli di implementazione restano forti, soprattutto per le imprese meno digitalizzate.

Infrastrutture digitali, il primo vero spartiacque

Il paper Ispi–Deloitte insiste su un punto spesso sottovalutato: l’accesso alla tecnologia non coincide con la capacità di usarla. A livello globale, solo il 23% della popolazione nei Paesi a basso reddito è online, contro il 94% delle economie ad alto reddito. In termini assoluti, 2,2 miliardi di persone restano ancora escluse dalla connettività.

Anche dove Internet è disponibile, la qualità dell’infrastruttura fa la differenza. La copertura 5G raggiunge l’84% della popolazione nei Paesi più avanzati, ma si ferma al 4% in quelli a basso reddito. Questo divario si riflette nella distribuzione dei data center, elementi chiave per l’AI. I Paesi ad alto reddito concentrano il 77% della capacità globale, mentre quelli a basso reddito restano sotto lo 0,1%. Gli Stati Uniti dispongono di circa 200 volte più server pro capite rispetto a un’economia a reddito medio.

Energia e calcolo, due colli di bottiglia crescenti

La scalabilità delle tecnologie di frontiera dipende sempre più dalla disponibilità di energia. I data center assorbono già circa l’1,5% dei consumi elettrici globali e potrebbero raddoppiare entro il 2030. Con l’aumento dei carichi di lavoro AI, il vincolo non è più solo computazionale, ma energetico.

Questo intreccio tra transizione digitale ed energetica crea nuove dipendenze strategiche. Senza reti elettriche resilienti e investimenti in rinnovabili, l’espansione dell’AI rischia di rallentare o di concentrarsi ulteriormente nelle aree già meglio attrezzate.

Capitale umano, la variabile decisiva

Se le infrastrutture rappresentano la base materiale dell’innovazione, il capitale umano ne è il vero fattore limitante. Meno del 5% della popolazione nei Paesi a basso reddito possiede competenze digitali di base. Nelle economie avanzate la quota sale al 66%. Questo divario si traduce in una capacità molto diversa di assorbire le nuove tecnologie.

Il paper evidenzia un dato chiave: un punto percentuale aggiuntivo di investimento in formazione aumenta di circa il 6% l’effetto dell’AI sulla produttività. Lo stesso vale per la robotica avanzata, che genera valore solo se accompagnata da percorsi di riqualificazione professionale. Senza competenze adeguate, anche le tecnologie più mature restano confinate a progetti pilota.

Robotica e quantum, promesse che amplificano le disuguaglianze

Il calcolo quantistico e la robotica avanzata seguono una traiettoria simile a quella dell’AI, ma con barriere ancora più elevate. Il quantum sta passando dalla ricerca alle prime applicazioni industriali, sostenuto da investimenti pubblici crescenti. Tuttavia, i benefici si concentrano dove esistono ecosistemi di ricerca, supply chain e capitale umano già sviluppati.

La robotica, sempre più autonoma e adattiva, promette forti guadagni di produttività in settori come manifattura, logistica e agricoltura di precisione. Anche in questo caso, però, la diffusione dipende dalla capacità di integrare hardware, software e competenze. Senza questa integrazione, il rischio è un’ulteriore polarizzazione tra chi scala e chi resta indietro.

Oltre il reddito: la capacità di prepararsi conta di più

Un elemento interessante del paper riguarda il Frontier technology readiness index sviluppato dall’Unctad. L’indice mostra che la capacità di adottare le tecnologie di frontiera non dipende solo dal livello di reddito. L’India, per esempio, si colloca 76 posizioni sopra la fascia di reddito pro capite di appartenenza. Anche Filippine e Brasile performano meglio delle attese.

Questi casi dimostrano che politiche mirate su infrastrutture, competenze e governance possono ridurre il divario tecnologico prima ancora che convergano le condizioni economiche di base. Al contrario, l’assenza di investimenti rischia di trasformare le stesse leve dell’innovazione in nuove barriere.

Una questione geopolitica, non solo economica

La concentrazione delle tecnologie di frontiera ha implicazioni che vanno oltre la crescita. Come sottolinea Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca dell’Ispi, “le tecnologie emergenti sono divenute centrali nella competizione geopolitica e il controllo su dati, capacità di calcolo e competenze si traduce sempre più in potere economico e strategico”. Un numero limitato di attori domina il panorama globale, aumentando il rischio di frammentazione e tensioni.

Anche per questo la cooperazione internazionale resta cruciale, soprattutto sul fronte della governance e dell’accesso alle risorse tecnologiche. Senza un coordinamento minimo, l’ordine tecnologico globale rischia di diventare sempre più diseguale.

Dal progresso alla prosperità, la sfida delle politiche pubbliche

Il paper Ispi–Deloitte converge su una conclusione netta: le tecnologie di frontiera possono sostenere una crescita duratura solo se rafforzano la produttività dei territori, migliorano la qualità del lavoro e ampliano l’accesso alle opportunità. Per riuscirci servono politiche integrate, che affrontino insieme infrastrutture digitali, energia, formazione e governance.

“Le opportunità offerte dalle tecnologie di frontiera sono enormi, ma persistono significative disparità nell’accesso tecnologico e nelle competenze”, ha evidenziato Andrea Poggi, Head of Public Policy & Stakeholder Relations Centre di Deloitte Central Mediterranean. “La crescita diventa duratura solo quando rafforza la produttività di imprese e territori, sostiene posti di lavoro migliori, amplia l’accesso alle opportunità e aumenta la resilienza sociale”.

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