La missione spaziale Orion 2, progettata per supportare la ricerca sugli effetti della microgravità sulla fertilità femminile, si è conclusa ufficialmente. Al lancio, avvenuto con successo dalla base di Cape Canaveral alle ore 00.05 (ora italiana) di sabato 16 maggio, sono seguiti sette giorni di sperimentazione a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (Iss).
L’esperimento Orion 2, finanziato dall’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e ideato dal team del Dipartimento B.E.S.S.A. dell’Università La Sapienza di Roma coordinato da Mariano Bizzarri, si è svolto nel MiniLab 1.0, un mini-laboratorio ideato e realizzato dalla società Ali del Gruppo Space Factory.
Al termine della sperimentazione il MiniLab 1.0 verrà recuperato dal modulo orbitale. Sono inoltre previste acquisizioni fotografiche e video all’interno della Cupola della Iss prima della preparazione del sistema per il rientro sulla Terra all’interno di un contenitore termalizzato, necessario alla conservazione dei campioni biologici. Il rientro è previsto nel mese di giugno 2026, con splashdown nell’Oceano Pacifico e successivo recupero del materiale sperimentale per le analisi scientifiche a Terra.
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L’obiettivo della missione Orion 2
La missione Orion 2 rappresenta un primo passo concreto nello studio degli effetti della microgravità sulla fertilità femminile, un tema destinato a diventare centrale con l’avvio delle future missioni spaziali di lunga durata previste dal programma Nasa Artemis.
L’obiettivo dell’esperimento è stato quello di studiare il comportamento di due tipi diversi di cellule ovariche bovine in co-cultura. Queste cellule sono essenziali per assicurare il controllo endocrino e la funzione riproduttiva dei follicoli ovarici e verrà studiata la loro interazione in condizioni di microgravità con e senza mio-inositolo, uno zucchero con potenziale funzione protettiva dei processi di sintesi degli ormoni steroide.
L’interesse scientifico dell’esperimento è stato motivato dalla opportunità di approfondire genesi e sviluppo del processo riproduttivo in assenza di gravità, aspetto per il quale esiste una scarsa letteratura e che le maggiori agenzie spaziali ritengono di interesse per le future prospettive dell’esplorazione e abitabilità umana dello spazio.
Gli studi svolti nel contesto della biomedicina spaziale si collocano sulla frontiera della medicina innovativa e si riveleranno fondamentali non solo per assicurare la salute degli astronauti, ma anche per far progredire discipline emergenti, come la systems biology e la medicina personalizzata. Le conoscenze sulla regolazione ormonale e sulla funzione endocrina ovarica potranno rafforzare la ricerca sull’endometriosi, patologia legata anche ad alterazioni del microambiente estrogenico che sarà studiato nell’ambito del progetto Diana e supportato da Adsi – Austrian Drug Screening Institute GmbH.
L’importanza degli esperimenti in condizioni di microgravità
“Orion 2 è un’evoluzione di Ovospace, il primo esperimento diAsi con Sapienza Università di Roma sulla Iss. Con Orion 2 è stato compiuto un passo avanti, facendo crescere cellule di tipo diverso insieme in co-cultura, ricostruendo le strutture presenti nel follicolo ovarico e in presenza di myo-inositolo come possibile contromisura. Le analisi dei campioni che torneranno a terra aumenteranno la comprensione degli effetti della microgravità sulla funzione riproduttiva e permetteranno l’identificazione di target critici su cui poter intervenire per via farmacologica per ristabilire il corretto assetto ormonale nello spazio, ma anche per eventuali applicazioni sulla Terra”, spiega Barbara Negri, vicedirettore Scienza e Innovazione di Asi.
“La microgravità altera la funzione ovarica perché riduce significativamente la secrezione di ormoni steroidei (gli estrogeni)”, aggiunge Mariano Bizzarri, P.I Missione Orion 2. “Questo pregiudica non solo la funzione riproduttiva, ma minaccia l’integrità dell’osso e dell’apparato cardio-vascolare, aggravando ulteriormente la perdita di massa ossea e muscolare. L’esperimento Orion 2 è essenziale per valutare alcune contromisure farmacologiche che verranno testate per la prima volta e che possono attenuare il blocco della steroidogenesi indotto dall’ambiente spaziale e microgravitazionale”
Ma è solo l’inizio: Norberto Salza, ceo di Ali, anticipa che “stiamo sviluppando piattaforme per effettuare esperimenti capaci di raccogliere dati biologici in tempo reale, per arrivare a una medicina sempre più personalizzata, predittiva e preventiva. Le tecnologie nate per le missioni spaziali, come i MiniLab, avranno ricadute concrete sulla diagnostica portatile, sulla telemedicina e sulla cura delle patologie croniche anche sulla Terra; dispositivi capaci di misurare parametri biologici e molecolari, in affiancamento a quelli chimici e clinici, consentendo di valutare l’efficacia dei trattamenti farmacologici in modo più preciso e individualizzato. La ricerca spaziale, quindi, non è solo una sfida scientifica ma una spinta concreta verso una medicina più intelligente, personalizzata e sostenibile”.


