L'INTERVISTA

5G, Giacomelli: dall’asta frequenze più di 2 miliardi

Il sottosegretario alle Comunicazioni: “Gettito non inferiore a quello raggiungibile con la seconda tranche di privatizzazione di Poste”. Inoltre “metterebbe l’accento sullo sviluppo industriale”. Su Telecom: “No allo scorporo rete, sì a un accordo industriale con Mediaset con l’Italia in primo piano”

Pubblicato il 21 Ago 2017

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“Si può partire da scelte meno controverse che non mirino solo a fare cassa, ma mettano l’accento sullo sviluppo industriale di un settore. Ad esempio si potrebbe varare in tempi rapidi l’asta per le frequenze del 5G”. Lo afferma il sottosegretario allo Sviluppo economico con delega alle Comunicazioni, Antonello Giacomelli, rispondendo in un’intervista alla Stampa a una domanda sullo scetticismo, all’interno del Pd, sulla privatizzazione di Poste (con la seconda tranche della vendita) e Ferrovie, che sarebbe un ostacolo rispetto all’impegno preso dal Tesoro con l’Europa. Quella dell’asta per le frequenze 5G, inoltre, secondo il sottosegretario, sarebbe una scelta conveniente anche in termini di gettito, oltre che di politica industriale. Il ricavato infatti, nonostante sia “ancora presto per dirlo”, “di sicuro non è inferiore – sottolinea Giacomelli – a quello che otterremmo con Poste” (secondo le stime circolate negli ultimi mesi superiore ai 2 miliardi di euro).

Quanto alla vicenda Telecom Italia, Giacomelli si è detto scettico rispetto all’ipotesi dello scorporo della rete, e ha avanzato dubbi sul valore finora attribuito all’infrastruttura: “Tredici miliardi sono troppi per la rete Telecom – afferma – ho forti dubbi che il valore sia così alto. Parte di quella rete è persino obsoleta”. Passando all’ipotesi di un eventuale accordo dell’operatore con Open Fiber, “ben venga” è il commento del sottosegretario.

Sempre in tema di accordi industriali, Giacomelli giudica “auspicabile” un’intesa tra Tim, controllata da Vivendi, e Mediaset, “che permetta alle due società di crescere”. Tutto questo a una condizione: “Il segno italiano – afferma – dev’essere ben presente”.

Nell’intervista Giacomelli è tornato sulla privatizzazione Telecom, ribadendo che “fu un errore”: “Dopo averla privatizzata male – aggiunge – non vorrei fosse rinazionalizzata peggio”. “Oggi la vendita della rete rischia di essere più nell’interesse di Telecom che dello Stato. Vedo che cominciano a muoversi schiere di advisor, mi sembrano lo zio Paperone con il segno del dollaro negli occhi. Non tocca a me dirlo, ma ho forti dubbi che il valore sia così alto”. Il fatto che Tim abbia accelerato gli investimenti nella banda ultralarga, secondo la lettura del sottosegretario, “è anche merito delle iniziative del governo e di Open Fiber. Noi siamo qui a fare gli interessi del Paese. Che la rete non valga le cifre di cinque anni fa è evidente, e ciò vale anche per i cavi sottomarini di Sparkle“.

In più, separare Telecom dalla rete equivarrebbe, secondo Giacomelli, a dare vita a una norma “di stampo dirigista, difficilmente compatibile con il mercato digitale europeo”.

Infine la lettura del caso Tim-Vivendi-Mediaset: “In Italia non c’è più un soggetto dominante pubblico, come esiste in Francia e Germania – afferma Giacomelli – E’ chiaro che con l’acquisizione di Telecom Vivendi ha in mano un’importante fetta di mercato italiano. Per noi conta l’interesse generale, ovvero che attorno a Telecom ci sia un progetto non meramente finanziario. Mediaset è una grande realtà di contenuti: per noi è auspicabile un accordo industriale che permetta alle due società di crescere”. Perché il riferimento all’italianità? “Penso a un problema che va ben oltre i destini del singolo azionista Berlusconi – conclude il sottosegretario – Per evitare di lasciare a Fox e Netflix la supremazia culturale dei contenuti, in Europa occorre aggregare. Nell’intrattenimento l’Italia ha un ruolo in cui può dire la sua: benissimo ogni collaborazione con la Francia purché il nostro ruolo non sia sempre quello di cedere qualcosa”.

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