Trasformare le frequenze mobili in una nuova fonte di finanziamento per l’Unione europea, superando l’attuale sistema nel quale i ricavi delle assegnazioni confluiscono esclusivamente nei bilanci nazionali. È l’idea avanzata da Kyriakos Pierrakakis, ministro delle Finanze greco e presidente dell’Eurogruppo, che immagina di destinare a livello comunitario una quota rilevante delle somme versate dagli operatori di telecomunicazioni per ottenere le licenze necessarie all’utilizzo dello spettro radio.
In un’intervista a Politico.eu, Pierrakakis propone di convogliare il 75% delle entrate generate dalle procedure di assegnazione nel Quadro finanziario pluriennale, il bilancio di lungo periodo dell’Unione, destinando il restante 25% a un fondo gestito attraverso la Banca europea per gli investimenti. Una soluzione che potrebbe creare una nuova “risorsa propria” europea e, allo stesso tempo, utilizzare una parte del denaro raccolto per finanziare lo sviluppo delle tecnologie digitali e delle infrastrutture mobili.
L’iniziativa va a toccare uno dei temi più delicati per il settore europeo delle telecomunicazioni. Gli operatori denunciano da anni un sistema frammentato, caratterizzato da regole, calendari, durate delle licenze e condizioni economiche differenti da Paese a Paese. Secondo i dati di Connect Europe, dal 2020 le compagnie hanno speso complessivamente oltre 50 miliardi di euro per ottenere diritti d’uso sulle frequenze.
Risorse che, in molti casi, sono state assorbite dai conti pubblici senza essere reinvestite nel comparto. In questo scenario, per Pierrakakis, una gestione coordinata potrebbe contribuire a ridurre la frammentazione del mercato, sostenere gli investimenti nelle reti e rafforzare la capacità tecnologica dell’Europa.
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Una politica delle telecomunicazioni “alla Draghi”
Pierrakakis definisce l’idea in una forma di “politica delle telecomunicazioni alla Draghi”, richiamando le raccomandazioni contenute nel rapporto sulla competitività europea presentato dall’ex presidente del Consiglio italiano ed ex presidente della Banca centrale europea.
Il rapporto Draghi ha individuato nella frammentazione normativa e industriale una delle principali debolezze dell’Unione. Nel settore delle comunicazioni elettroniche, questa divisione si traduce nella presenza di numerosi mercati nazionali, regole differenti e operatori che devono confrontarsi con procedure amministrative non omogenee.
Le frequenze rappresentano uno degli esempi più evidenti. Pur essendo una risorsa essenziale per lo sviluppo delle reti mobili, vengono assegnate dai singoli Stati attraverso modalità che possono variare sensibilmente. Cambiano i prezzi di riserva, i criteri di aggiudicazione, la durata delle concessioni e gli obblighi di copertura imposti alle aziende.
La proposta punta quindi a spostare il baricentro delle politiche sullo spettro dal livello nazionale a quello europeo.
“Questa idea si articola su più livelli. Il livello più evidente consiste semplicemente nel sincronizzare le aste”, ha spiegato Pierrakakis a Politico.eu. Secondo il presidente dell’Eurogruppo, anche un intervento limitato al coordinamento dei calendari e delle condizioni di assegnazione rappresenterebbe un passo significativo nella costruzione del mercato unico.
“Il valore per i nostri campioni industriali e per i nostri operatori di telecomunicazioni è evidente, ancora prima di entrare nella discussione sulle entrate”, ha aggiunto.
Frequenze considerate troppo a lungo una fonte di cassa
L’ex commissario europeo Thierry Breton aveva definito lo spettro una “cash cow”, una mucca da mungere per i governi, denunciando l’approccio adottato da molti Stati membri. Il problema riguarda soprattutto le assegnazioni nelle quali il prezzo pagato dagli operatori raggiunge valori molto elevati, comprimendo la capacità delle aziende di finanziare il successivo sviluppo delle reti.
Un costo eccessivo per l’accesso allo spettro può quindi tradursi in minori risorse disponibili per le infrastrutture, proprio mentre il settore europeo è chiamato a finanziare la diffusione del 5G standalone, la densificazione delle reti, l’edge computing e l’evoluzione verso architetture sempre più automatizzate.
Il modello sperimentato dalla Grecia
Per spiegare meglio la proposta, Pierrakakis richiama l’esperienza condotta dalla Grecia nel 2020, definita dal ministro come una delle procedure di assegnazione più innovative realizzate in Europa. Atene decise di riservare il 25% delle entrate ottenute dalla vendita dei diritti d’uso a un fondo di venture capital incaricato di investire nell’ecosistema 5G.
L’obiettivo era evitare che l’intero ammontare versato dagli operatori finisse nella spesa pubblica generale, utilizzando una quota delle risorse per sostenere imprese, applicazioni e servizi basati sulle nuove reti mobili. Il modello ha permesso di collegare direttamente la valorizzazione di un bene pubblico allo sviluppo del mercato tecnologico che utilizza quello stesso bene.
La proposta europea riprende questa impostazione, ma ne amplia notevolmente la portata: prevedendo di destinare , un quarto degli introiti dovrebbe alimentare un fondo della Banca europea per gli investimenti, le risorse andrebbero a generare investimenti superiori alla somma inizialmente raccolta. “Si arriverebbe complessivamente a una somma molto più elevata nelle mani dell’Europa”, ha sostenuto il ministro.
Il fondo potrebbe sostenere lo sviluppo delle reti, delle piattaforme digitali e dell’ecosistema industriale collegato al 5G e alle future tecnologie mobili. La misura assumerebbe quindi una duplice funzione: finanziare direttamente il bilancio comunitario e favorire la crescita di aziende europee nei settori strategici.
I ricavi legati alle frequenze potrebbero rappresentare una nuova “risorsa propria”, ossia un’entrata attribuita direttamente all’Unione e non dipendente dai trasferimenti annuali dei governi. Bruxelles dispone già di alcune fonti di questo tipo, ma la maggior parte del bilancio continua a essere finanziata attraverso i contributi nazionali.
Il meccanismo immaginato da Pierrakakis avrebbe il vantaggio di utilizzare una base economica direttamente collegata al mercato unico digitale. Le frequenze, pur essendo gestite a livello nazionale, abilitano servizi che operano sempre più su scala transfrontaliera e sostengono un’infrastruttura essenziale per l’intera economia europea.
Il ministro descrive l’iniziativa come una soluzione “a somma non zero”: gli Stati rinuncerebbero a una parte delle entrate immediate, ma l’Europa potrebbe moltiplicare quelle risorse attraverso il bilancio comune e gli strumenti finanziari della Bei.
L’obiettivo di rafforzare i campioni industriali europei
Come evidenzia Politico.eu, la proposta non riguarda esclusivamente i conti pubblici. Pierrakakis intende collegarla alle politiche per la sovranità tecnologica e per la crescita dei campioni industriali europei.
L’Unione dipende fortemente da tecnologie e piattaforme sviluppate da imprese statunitensi e asiatiche. La dipendenza riguarda il cloud, i semiconduttori, l’intelligenza artificiale e numerosi componenti delle infrastrutture digitali. Nel mercato delle telecomunicazioni, l’Europa dispone ancora di operatori e fornitori di rete di primo piano, ma fatica a trasformare queste competenze in una scala industriale paragonabile a quella dei concorrenti globali.
Il coordinamento delle politiche sullo spettro potrebbe favorire investimenti più omogenei e accelerare la diffusione di reti avanzate, creando un mercato più ampio per apparecchiature, software, applicazioni e servizi sviluppati nel continente.
Una programmazione sincronizzata permetterebbe inoltre di ridurre le differenze nei tempi di introduzione delle tecnologie. In passato, la disponibilità delle bande necessarie al 4G e al 5G è avvenuta con ritmi differenti nei vari Paesi, rallentando la diffusione di servizi paneuropei e rendendo più complessa la pianificazione per gli operatori presenti in più mercati.
Le resistenze degli Stati membri
La proposta è destinata a incontrare una forte opposizione da parte dei governi. Un funzionario governativo citato in forma anonima da Politico.eu ha affermato di non ritenere possibile un ampio sostegno all’iniziativa. “In generale, consentire alla Commissione di incassare i canoni per lo spettro non è una prospettiva gradita agli Stati membri”, ha confermato un secondo rappresentante governativo.
Le resistenze potrebbero emergere anche nel negoziato sul Digital Networks Act; qui uno dei punti più sensibili riguarda proprio il coordinamento delle frequenze, insieme alla durata delle licenze e alle condizioni per il rinnovo.
Gli Stati temono che una maggiore armonizzazione possa limitare la loro autonomia nella definizione delle politiche industriali e nella gestione delle risorse pubbliche.
In Italia attesa per la decisione Agcom sul rinnovo delle frequenze
La proposta di Pierrakakis arriva mentre anche in Italia si riaccende il confronto sulla gestione dello spettro radio. Il rinnovo delle frequenze per la telefonia mobile si prepara a diventare uno dei dossier più delicati dell’estate per il settore delle telecomunicazioni, con conseguenze che potrebbero riguardare anche la qualità dei servizi, gli investimenti nelle reti e i costi sostenuti dagli utenti finali.
Al centro della partita ci sono i lotti nelle bande a 900 e 1.800 megahertz, attualmente utilizzati dagli operatori mobili e in scadenza nel 2029. Sulle modalità di rinnovo sarà chiamata a esprimersi l’Agcom nella riunione del Consiglio fissata per il 29 luglio. La decisione dell’Autorità contribuirà a definire condizioni economiche, durata dei diritti d’uso e obblighi a carico delle compagnie, in una fase in cui il comparto chiede maggiore certezza regolatoria e una politica dello spettro maggiormente orientata agli investimenti.
Il confronto italiano si inserisce così nella più ampia discussione europea sul ruolo delle frequenze. La scelta riguarda l’equilibrio tra valorizzazione economica di una risorsa pubblica e sostenibilità degli investimenti necessari a sviluppare le reti mobili, lo stesso nodo su cui interviene la proposta del presidente dell’Eurogruppo. La decisione Agcom offrirà quindi un primo banco di prova concreto per capire quale direzione potrà assumere la gestione dello spettro nei prossimi anni.








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