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Calabrò: “Fiber nation? Con la cooperazione tra operatori”

Intervista con il presidente Agcom. Ngn: tre i capisaldi del nuovo sistema di regole: “promozione del risk sharing fra investitori, riconoscimento del risk premium sulla tariffa di accesso per chi investe e disciplina della migrazione da rame a fibra”

14 Dic 2009

“Grazie al Pacchetto Telecom milioni di cittadini europei
beneficeranno finalmente di un quadro normativo armonizzato, che
rafforzerà non solo la concorrenza ma anche i diritti: quello di
avere una connessione Internet adeguata, di cambiare gestore
telefonico in un giorno, di essere informati in caso violazioni dei
dati personali da parte degli operatori telefonici o internet”:
Corrado Calabrò, presidente dell’Agcom, guarda
con favore alle decisioni del Parlamento Europeo in materia di
telecomunicazioni. Anche perché, osserva con giusta soddisfazione,
“molte delle novità introdotte  dal nuovo pacchetto
rappresentano interventi regolatori che replicano o rafforzano a
livello comunitario interventi già in opera da parte dell’Agcom.
Penso agli obblighi di trasparenza informativa pro-consumatore nei
contratti, agli strumenti di separazione funzionale per
l’operatore di rete, alla possibilità di imporre agli operatori
la condivisione di elementi della rete e risorse correlate”.
Non teme i condizionamenti della nuova Autorità
europea?

No, anzi.  È il riconoscimento dell’ottimo lavoro svolto
dall’Erg di cui Agcom è stata presidente in un momento di grande
rilevanza. Il Berec non è un’imposizione autoritaria
dall’esterno: è un’opportunità di confronto aperto e di
coordinamento a livello comunitario tra le Autorità indipendenti
nazionali per promuovere una applicazione armonizzata della
regolazione a livello europeo – con il sistema delle
raccomandazioni “graduatamente vincolanti” -, e per portare a
fattor comune le best practice nel rispetto dell’autonomia dei
regolatori nazionali. Agcom, da tempo, è innovatore, con modelli
d’avanguardia, nel contesto regolamentare europeo. Ad esempio, al
sistema di Open Access, e alle sue aperture sulle reti di nuova
generazione.
Strasburgo  spinge per le  Nga.
È un tema che mi sta particolarmente a cuore. Da anni mi batto per
promuovere la realizzazione delle reti in fibra anche in Italia, al
pari dei più importanti Paesi dell’Occidente, ma anche di
economie emergenti. Riscontro una condivisione di massima in merito
alla necessità di investire, ma ancora il progetto fiber Nation
stenta a decollare fattivamente. È un investimento a prova di
futuro, ma, paradossalmente, la fase di crisi che attraversiamo
rende l’investimento in fibra ancora più d’attualità, come
exit strategy.
Il problema sono le risorse.
Sì, ma non possiamo chiudere gli occhi: in tutto il mondo
s’investe in fibra; chi non lo fa perde il contatto. Il settore
pubblico può, nei limiti di un intervento non distorsivo della
concorrenza, investire nelle cosiddette “zone bianche”, a
fallimento di mercato. Nelle altre un ruolo fondamentale e
insostituibile spetta al settore privato. La CDP ha  una
disponibilità finanziaria importante per investire o per
finanziare con prestiti a modico tasso. E ci sono anche altri
investitori istituzionali.
Ma chi coordina?
La gestione di un programma nazionale per l’ultra banda postula
la creazione di una cabina di regia da parte del Governo e un piano
che integri le diverse iniziative, nel cui contesto l’Autorità
disegni il sistema delle regole e governi l’implementazione
tecnica. Nell’ambito delle sue competenze – e lasciando a
Cesare quel ch’è di Cesare – l’Autorità può essere il pivot
del processo di transizione alle Ngn, come l’Ofcom nel Regno
Unito e la FCC negli Stati Uniti. Le linee guida della Commissione
Ue sugli aiuti di stato prevedono espressamente che le autorità
nazionali siano coinvolte nella definizione dei programmi
d’intervento.
Per le Nga ha proposto un modello di cooperation fra gli
operatori. Non le sembra di predicare nel deserto?

Si, a volte. Ma m’incoraggia il fatto che fino a un anno e mezzo
fa  ero io  solo a predicare (vox clamantis in deserto) mentre
oggi sono in tanti: esperti qualificati, giornalisti, sociologi….
Lo canta pure il coro… Il tema di come realizzare e finanziare la
nuova rete è una questione complessa. E l’Autorità è aperta e
laica rispetto a tutte le soluzioni di implementazione. Il dato di
fatto da cui occorre partire è che non esiste un solo soggetto
privato che riesca a sostenere il costo di una nuova rete.
L’articolo 81 del trattato di Roma vieta le intese restrittive
della concorrenza, ma consente una deroga per gli accordi necessari
a promuovere l’evoluzione tecnologica ed il benessere di un
Paese. E la banda larga è decisiva, indispensabile per lo
sviluppo. Se poi fare una società, un consorzio o accordi tra
imprese che restano separate, questa è una decisone che spetta
agli operatori.
A “cantare” è soprattutto il territorio.
In effetti, il contesto più vivace è quello locale. Gli enti
locali più lungimiranti si sono fatti promotori del cablaggio del
territorio guidati da progetti di industria in rete, di pubblica
amministrazione in rete, di cittadinanza in rete. Purché, lo
ribadisco, ogni iniziativa sia inserita in un solido e coerente
progetto-paese. Il modello a macchia di leopardo, che propongo da
tempo come quello più flessibile e capace di essere implementato
anche in tempi di crisi, non è incoerente con l’idea di una
fiber Nation.  Un unico piano, condiviso e che contenga in sé
quella visione necessaria per sostenere un progetto così complesso
e strategico, e diversi contesti di operatività locali che
rispondono a specifiche esigenze territoriali. Coerenti con
standard di rete, di interoperabilità, di accesso. Le opzioni non
mancano; la volontà di partire è da verificare: verrà fuori –
se c’è – entro qualche mese.
La fibra rivoluzionerà le regole?
La fibra comporterà una rivoluzione nel modo di comunicare e di
essere cittadini nel mondo di domani. Ma mi pare eccessivo parlare
di rivoluzione per le regole. Parlerei piuttosto di evoluzione; se
vogliamo di evoluzione accentuata. C’è una nuova rete da
costruire e cambia la prospettiva di regolamentazione: non più un
intervento ex post sulla legacy del monopolio (come per la rete in
rame), ma un intervento ex ante per disegnare la regolamentazione
come una variabile del progetto “fibra”. Ritengo che tre
debbano essere i capisaldi del nuovo sistema di regole, anche
ricorrendo a strumenti ad oggi non esistenti: la promozione del
risk-sharing fra investitori; l’adeguato riconoscimento al risk
premium per chi investe sulla tariffa d’accesso; la disciplina
della migrazione da rame a fibra. La calibrazione di queste leve è
la prova più alta per il regolatore, cercando di contemperare
interessi e inventivi diversi, con l’obiettivo finale di creare
le condizioni per favorire gli investimenti nelle Nga e di
garantire la concorrenza fra operatori.
Non sarà facile accontentare tutti.
È chiaramente una situazione nuova in cui si deve ragionare per
forza in termini di contemperamento di diversi interessi, con un
obiettivo di ottimizzazione del sistema. Il rischio di creare
qualche scontento non mi preoccupa; mi preoccupa di più quello di
essere inefficace. Per essere espliciti, l’esito di una replica
meccanica della regolamentazione in rame sulle Ngn non può che
essere quello di frenare e scoraggiare gli investimenti.
Anche l’Italia applicherà la  regolazione regionale dei
mercati?

Il nuovo pacchetto introduce nuovi strumenti che consentono alle
autorità nazionali di definire i mercati a livello subnazionale e,
conseguentemente, declinare i rimedi in correlazione con le
situazioni da regolare. Non è una regionalizzazione
dell’impianto regolamentare che rimane nazionale. È un nuovo
strumento che può essere interessante per le nuove reti Ngn che
non avranno uno sviluppo omogeneo su tutto il territorio. E quindi
potrebbero richiedere un’analisi anche ambito per ambito.
Ora è possibile imporre la separazione
funzionale.

È  uno strumento in più. Che va inquadrato anch’esso con la
dovuta cautela nella prospettiva di incentivo all’investimento
per le nuove reti, in particolar modo in un contesto di crisi. Se
mi consente, però, l’impianto di Open Access rappresenta già un
grado di separazione operativa (operational) importante. E
sull’efficacia degli impegni di Open Access, l’Agcom ha potere
di vigilanza e di sanzione sul rispetto degli impegni da parte di
TI. Abbiamo un gruppo di lavoro interno che sta monitorando e
iniziamo a registrare risultati importanti, anche sul tema caldo
dei cosiddetti KO di rete.
Solo impegni o diventeranno obblighi?
Gli impegni di Open Access dovrebbero diventare in buona parte
obblighi regolamentari secondo le richieste della Commissione
europea. La relativa delibera sull’accesso alla rete fissa è
prossima ad essere definitivamente adottata dall’Autorità dopo
la fase di consultazione. Peraltro, la Commissione europea ha dato
un riscontro positivo, sottolineando come ciò  abbia contribuito
alla trasparenza e alla certezza del diritto.
C’è chi si lamenta di Open Access.
Io ho un giudizio differente. Il modello Open Access nasce con
impegni di Telecom che aprono la rete agli OLO con una trasparenza
ed un’equivalenza di accesso del tutto nuove. E questo in un
contesto di calo di 18 punti in 4 anni della quota di mercato
dell’incumbent nell’accesso di rete fissa e di uno sviluppo del
full unbundling  che non ha pari in Europa, per quantità e
prezzo. Open Access ha riscosso il vivo apprezzamento delle
istituzioni comunitarie. Ancora recentemente, la Conferenza europea
dei regolatori ha dato atto che la regolamentazione italiana in
materia è la più progredita d’Europa. Vero è che gli impegni
hanno una prospettiva temporale modulata. Non sono un tutto e
subito. Bisogna avere un po’ di pazienza. Abbiamo creato e
testeremo un modello nuovo per dimostrare come la rete, anche di un
solo operatore, possa servire a tutti in condizioni di equivalenza.
Inoltre – ed è questa la novità assoluta, anche rispetto
all’Ofcom –  è previsto che la regolazione pro-concorrenziale
così configurata si proietti prospetticamente anche verso la
infrastrutturazione e la gestione di reti di nuova generazione.