l'intervista

Cavi sottomarini, Teot: “L’Italia può guidare le nuove rotte dei dati”



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“Il traffico è sempre più tra data center e piattaforme digitali”: l’Head of OTT, Media & Telco di Retelit spiega perché approdi, ridondanza e filiera tecnologica sono decisivi per rafforzare il ruolo dell’Italia nelle rotte globali dei dati

Pubblicato il 27 lug 2026

Federica Meta

Direttrice



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I cavi sottomarini sono una delle infrastrutture più decisive e meno visibili dell’economia digitale. Sotto mari e oceani viaggiano comunicazioni, servizi cloud, applicazioni AI e scambi tra grandi piattaforme, ma il loro peso strategico emerge soprattutto quando si guarda alla continuità dei servizi e alla capacità di collegare i territori ai grandi snodi internazionali. Diego Teot, Head of OTT, Media & Telco di Retelit, spiega perché il tema non può essere letto soltanto in chiave tecnologica.

Al centro ci sono ridondanza, sicurezza degli approdi, integrazione con le dorsali terrestri e ruolo dell’Italia nel Mediterraneo. Un posizionamento che passa anche dalla filiera, dalla ricerca ottica alla produzione di cavi, fino alla cantieristica necessaria per realizzare e mantenere collegamenti sempre più critici.

I cavi sottomarini trasportano oltre il 95% del traffico dati internazionale, ma restano poco conosciuti. Perché le aziende dovrebbero considerarli strategici?

Il primo punto è capire di quale traffico stiamo parlando. Quando si cita quel dato- che le rilevazioni più recenti collocano ormai oltre il 99% -viene naturale pensare alle mail, alle telefonate, alle applicazioni che usiamo ogni giorno. Sono certamente parte della questione, ma oggi una quota sempre più importante riguarda il traffico tra macchine (M2M), e tra Datacenter (DCI). È qui che il tema diventa centrale per le imprese, perché molte attività aziendali dipendono da servizi distribuiti su più ambienti e da piattaforme che devono comunicare senza interruzioni. Non è un dato astratto: nel 2024 le reti di content e cloud – Google, Meta, Microsoft, Amazon – hanno rappresentato quasi tre quarti della domanda internazionale di banda, con punte oltre l’80% sulle grandi rotte transatlantiche e transpacifiche.

La continuità operativa non si gioca più soltanto sulla connettività della singola sede o sulla disponibilità di un data center. Dipende dalla tenuta dell’intera catena che collega applicazioni, dati, cloud, servizi di sicurezza e partner tecnologici. Se un’azienda opera su mercati internazionali, usa ambienti cloud o gestisce processi digitali critici, deve sapere che sotto quei servizi esiste un’infrastruttura fisica da progettare con criteri di capacità, resilienza e prossimità ai principali nodi di scambio.

Per questo i cavi sottomarini non sono un tema riservato agli operatori. Sono un fattore di competitività. Più cresce la dipendenza dalle piattaforme digitali, più diventa importante conoscere la qualità dei collegamenti che sostengono quelle piattaforme e la disponibilità di percorsi alternativi in caso di guasti, congestioni o eventi critici.

Cloud, AI e servizi digitali stanno spingendo la domanda di connettività. Come cambia la progettazione delle reti e quale ruolo gioca Retelit?

La domanda non aumenta solo in termini di volume. Cambia anche il modo in cui deve essere servita. I flussi devono essere più prevedibili, sicuri e distribuiti, con latenze coerenti con le esigenze applicative e con una maggiore capacità di instradamento su percorsi diversi. Il punto non è semplicemente portare un cavo a terra, ma fare in modo che quell’approdo sia inserito in un sistema più ampio. Le rilevazioni di mercato danno la misura della spinta: la domanda globale di banda è triplicata tra il 2020 e il 2024, superando i 6,4 Pbps, mentre la disponibilità di energia per i data center è diventata un vincolo, con attese che in alcuni mercati superano i quattro anni.

Retelit lavora su questa integrazione. Il valore sta nel collegare i punti di arrivo dei sistemi sottomarini alle dorsali nazionali, agli Internet exchange, ai data center e agli hub europei. Negli ultimi anni si sono create alternative rispetto ai vecchi modelli di concentrazione degli approdi. Prima il traffico tendeva ad atterrare su pochi punti. Oggi diventa essenziale moltiplicare le opzioni, e Genova è uno degli esempi più rilevanti di questa evoluzione.Oggi a Genova approdano sette sistemi – tra cui i cavi internazionali 2Africa, BlueMed e Medloop – e la diversificazione si estende lungo la costa ligure: a Savona è già approdata la dorsale intercontinentale India Europe Xpress, che sarà attivata nel corso del 2026 e collega anche Marsiglia. Complessivamente l’Italia conta 32 sistemi sottomarini internazionali, oltre a 5 collegamenti nazionali tra isole e continente: un pluralismo di approdi che riduce la storica concentrazione su pochi poli. 

Infrastrutturare il Paese significa quindi agire in due direzioni: verso l’esterno, per intercettare i flussi internazionali, e verso l’interno, per portarli dove si concentra la domanda. In questa logica si colloca anche il lavoro sulla rete ottica e su One Net, sviluppata con partner tecnologici come Nokia e Cisco. La rete sottomarina, da sola, non basta. Serve continuità tra mare, approdo, backbone e poli digitali.

La resilienza è diventata una priorità geopolitica oltre che economica. Quali sono oggi le principali sfide?

La prima sfida è evitare la concentrazione eccessiva. Se il traffico passa da pochi corridoi o da pochi punti di ingresso, l’intero sistema diventa più esposto. Servono approdi distribuiti, dorsali terrestri robuste e architetture che consentano di reindirizzare i flussi quando un tratto non è disponibile. La ridondanza, in questo contesto, è una componente della qualità del servizio.

Poi c’è la protezione dell’infrastruttura. I cavi sono asset critici, ma la sicurezza non riguarda soltanto il tratto in mare. Comprende le landing station, gli apparati ottici, le reti di trasporto, i data center e le procedure operative. Monitoraggio, capacità di intervento e coordinamento tra operatori, industria e istituzioni diventano indispensabili per ridurre l’impatto di incidenti o atti ostili.

C’è infine una dimensione industriale. Avere infrastrutture resilienti significa disporre anche di competenze e asset per costruirle, gestirle e ripararle. La flotta mondiale delle navi posa-cavi conta una cinquantina di unità, e solo una parte fa manutenzione a tempo pieno: costruirne una nuova richiede anni e non è una capacità che si crea all’occorrenza.Nel dettaglio, appena una ventina di quelle unità è dedicata stabilmente alla manutenzione, l’età media è di 25 anni e – secondo l’associazione di settore – quasi metà della flotta raggiungerà il fine-vita di progetto entro il 2040, mentre una nuova nave costa intorno ai 300 milioni di dollari. Per questo sicurezza e sovranità tecnologica sono temi collegati: dipendono anche dalla solidità della filiera.

Guardando ai prossimi cinque-dieci anni, quali saranno le direttrici di sviluppo e quale impatto avranno sull’Italia?

Nei prossimi anni conteranno tre elementi: più capacità, più rotte e una maggiore integrazione tra infrastrutture sottomarine e terrestri. Cloud e AI continueranno ad alimentare il traffico tra piattaforme e data center, ma la capacità dovrà essere portata vicino ai luoghi in cui viene effettivamente consumata. La sfida sarà costruire architetture meno concentrate e più adatte a sostenere applicazioni data intensive.

L’Italia parte da una posizione geografica favorevole. Può essere un punto di accesso naturale tra Europa, Mediterraneo, Medio Oriente, Africa e Asia. Ma la geografia va trasformata in infrastruttura, servizi e capacità operativa. Nuovi approdi, collegamenti verso gli snodi europei e reti nazionali ad alta capacità sono le condizioni per rendere questo ruolo effettivo.

A questo si aggiunge il patrimonio industriale. L’Italia ha una tradizione importante nelle telecomunicazioni, fin dai tempi di Marconi, e conserva competenze nella ricerca ottica, nella produzione di cavi, nei sistemi di trasmissione e nella cantieristica. Penso al ruolo di player come Nokia, Prysmian e Fincantieri. Valorizzare queste competenze significa rafforzare la capacità del Paese di partecipare alla costruzione delle infrastrutture digitali, non soltanto di utilizzarle.Non a caso l’Italia è descritta come uno degli hub centrali del Mediterraneo, con un approccio “di sistema” che coordina difesa, istituzioni e operatori industriali, e con il Polo Nazionale della Dimensione Subacquea di La Spezia dedicato alla protezione dei fondali.

Per le imprese italiane l’impatto può essere rilevante: collegamenti più robusti, maggiore vicinanza ai flussi globali e migliori condizioni per sviluppare servizi digitali avanzati. Per il Paese significa poter pesare di più nella geografia internazionale dei dati. L’Italia può giocare un ruolo primario, a condizione che agli approdi si affianchi una strategia capace di connettere Mediterraneo, hub europei e tessuto produttivo nazionale.


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