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LA RICERCA

Cellulari “assolti”, l’Iss: “Non aumentano il rischio di tumori”

Secondo il Rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità non ci sono evidenze scientifiche che l’esposizione alle radiofrequenze “possa causare il cancro”. Non servono “modifiche all’impostazione degli standard di protezione correnti”. Il 5G assicura “segnali con potenze minori”

07 Ago 2019

L. O.

Non ci sono evidenze scientifiche che l’esposizione alle radiofrequenze “possa causare il cancro negli esseri umani o negli animali”. La possibile associazione tra esposizione rischio di tumori si è indebolita e non richiede “modifiche all’impostazione degli standard di protezione correnti”. Lo dice il Rapporto Istisan presentato dall’Istituto superiore di Sanità, che ha condotto una metanalisi degli studi pubblicati dal 1999 al 2017, secondo la quale “in base alle evidenze epidemiologiche attuali, l’uso del cellulare non risulta associato all’incidenza di neoplasie nelle aree pià esposte alle radiofrequenza durante le chiamate vocali”.

Rispetto agli studi pubblicati in 20 anni, non vengono rilevati “incrementi dei rischi di tumori maligni (glioma) o benigni (meningioma, neuroma acustico, tumori delle ghiandole salivari) in relazione all’uso prolungato (10 anni) dei telefoni mobili”.  Sono in corso comunque ulteriori studi orientati a chiarire le residue incertezze riguardo ai tumori a più lenta crescita e all’uso del cellulare iniziato durante l’infanzia”.

Il documento, curato da un gruppo multidisciplinare di esperti di diverse agenzie italiane (Susanna Lagorio della Iss, Laura Anglesio e Giovanni d’Amore dell’Arpa-Piemonte, Carmela Marino dell’Emea, Maria Rosaria Scarfì del Cnr-Irea), è indirizzato agli operatori del Servizio Sanitario Nazionale e ai tecnici del Sistema Nazionale di Protezione per essere utilizzato in interventi di aggiornamento professionale.

Dai nuovi studi emerge che “gli impianti per Tlc sono aumentati nel tempo ma l’intensità dei segnali trasmessi è diminuita con il passaggio dai sistemi analogici a quelli digitali“. Inoltre gli impianti Wi-fi hanno basse potenze e cicli di lavoro intermittenti “cosicché, nelle case e nelle scuole in cui sono presenti, danno luogo a livelli di radiofrequenza molto inferiori ai limiti ambientali vigenti”.

La maggior parte della dose quotidiana di energia a radiofrequenza “deriva dall’uso del cellulare – dice lo studio -. L’efficienza della rete condiziona l’esposizione degli utenti perché la potenza di emissione del telefonino durante l’uso è tanto minore quanto migliore è la copertura fornita dalla stazione radio base più vicina. Inoltre, la potenza media per chiamata di un cellulare connesso ad una rete 3G o 4G è 100-500 volte inferiore a quella di un dispositivo collegato ad una rete 2G”.

Ulteriori drastiche riduzioni dell’esposizione “si ottengono con l’uso di auricolari o viva-voce”.

Per quanto riguarda le future reti 5G, “le emittenti aumenteranno, ma avranno potenze medie inferiori a quelle degli impianti attuali e la rapida variazione temporale dei segnali dovuta all’irradiazione indirizzabile verso l’utente (beam-forming) comporterà un’ulteriore riduzione dei livelli medi di campo nelle aree circostanti”.

Per quanto riguarda i dati relativi al glioma e al neuroma acustico “sono eterogenei. Alcuni studi caso-controllo riportano notevoli incrementi di rischio anche per modeste durate e intensità cumulative d’uso. Queste osservazioni, tuttavia, non sono coerenti con l’andamento temporale dei tassi d’incidenza dei tumori cerebrali che non hanno risentito del rapido e notevole aumento della prevalenza di esposizione”.

Gli studi in corso (Cosmos, MobiKids, GERoNiMo), sottolinea l’Iss, contribuiranno a chiarire le residue incertezze. Quanto all’ipotesi di un’associazione tra radiofrequenze emesse da antenne radiotelevisive e incidenza di leucemia infantile, suggerita da alcune analisi di correlazione geografica, “non appare confermata dagli studi epidemiologici con dati individuali e stime di esposizione basate su modelli geospaziali di propagazione”.

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