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Crisi Nokia, effetto domino sulla supply chain

StMicroelectronics e Texas Instruments tra i chipmaker più colpiti dal calo degli ordinativi. Molti i fornitori che stanno tentando di sganciarsi della finlandese per cercare nuove opportunità di business con i competitor

28 Set 2011

I problemi di Nokia, alle prese con un forte restringimento dello
share di mercato, si riflettono a cascata sulla supply chain degli
smartphone, secondo un’analisi di oggi del Wall Street Journal.
La crisi che sta emergendo tra i fornitori di componenti è un
ulteriore segnale di come il passaggio dei consumatori dai feature
phone agli smartphone stia sconvolgendo i player più maturi
dell’industria hitech.

I produttori di chip sono i più colpiti. Molti stanno cercando di
sganciarsi dal colosso finlandese in crisi, ma si trovano a operare
in un mercato sempre più competitivo perché Apple e Samsung
Electronics, i due maggiori attori del mercato smartphone per
volumi, li tengono fuori progettando e producendo i propri chip da
sole.

StMicroelectronics, l’azienda dei semiconduttori franco-italiana
con sede a Ginevra, ha registrato una forte diminuzione delle
vendite e dei guadagni della sua divisione wireless nel secondo
trimestre, dopo che Nokia ha pubblicato un profit warning a causa
delle vendite deludenti di smartphone. StMicro, tramite la joint
venture con la svedese Ericsson, St-Ericsson, contava sui
rifornimenti di chip per i cellulari Nokia.

Anche Texas Instruments, produttore americano di semiconduttori
(sede a Dallas), ha difficoltà a causa di Nokia: l’azienda ha
distribuito l’85% dei suoi processori per applicazioni a Nokia lo
scorso anno, coprendo il 92,7% dei cellulari Symbian, ma a metà
anno ha ridotto le previsioni di vendita per i suoi prodotti per il
secondo trimestre dando la responsabilità interamente alla casa
finlandese.

E intanto i cambiamenti sul mercato dei device mobili non
colpiscono solo la supply chain di Nokia: l’ascesa dell’Apple
iPhone e degli smartphone con sistema operativo Android è avvenuta
alle spese di produttori concorrenti come Research In Motion, che a
luglio ha mandato a casa 2.000 persone e alcuni top manager. Da
parte sua Hewlett-Packard, dopo aver pagato 1,2 miliardi di dollari
per la Palm e il suo sistema operativo, ha annunciato lo scorso
mese che smetterà di produrre device con WebOS (a danno anche di
chipmaker come Texas Instruments e Qualcomm che rifornivano quei
device).

Il boom degli smartphone ha spinto molti fornitori, da Qualcomm a
Intel, a investire pesantemente nei nuovi processori per
applicazioni, i chip che alimentano il sistema operativo e le
applicazioni del device. In questo settore, Texas Instruments era
fino a poco tempo fa leader, ma la sua quota delle vendite totali
è scesa al 19,2% nel primo trimestre (contro il 34,5% di un anno
prima), perché dipende fortemente da Nokia. Al contrario Qualcomm,
che fa application processor per i cellulari Android, è ora numero
uno dei processori per applicazioni per fatturato (46,9% dello
share nel primo trimestre).

"Bisogna essere molto attenti a non legare le proprie sorti a
quelle di un’altra azienda”, commenta Jagdish Rebello, analista
di iSuppli. "Bisogna essere reattivi e agili, e alcune aziende
non ci sono riuscite”.

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