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D’Angelo (Agcom): “Ngn, concorrenza sui servizi”

Per il Commissario dell’Authority “le nuove regole devono tener conto della situazione di mercato. Il caso Collina Fleming è emblematico: c’è la fibra, ma gli utenti non la usano”

06 Giu 2011

Garantire la connotazione di rete aperta all’infrastruttura di
nuova generazione di Telecom Italia. Svincolare gli operatori
alternativi dalle scelte architetturali dell’incumbent, lasciando
libera scelta fra Gpon e P2P. Assicurare che il servizio wholesale
di accesso end to end si configuri come la soluzione di accesso
disaggregato più prossima all’ unbundling su rame in centrale.
Facilitare l’accesso a tutte le infrastrutture civili in rete di
accesso, per consentire la posa dei cavi. Applicare il principio
dell’orientamento al costo per il pricing nelle aree a scarsa
concorrenza infrastrutturale. Spingere il co-investimento nella
realizzazione delle nuove reti, in particolare delle infrastrutture
passive e del cablaggio, per ridurre il rischio di investimento,
specialmente nelle aree meno profittevoli. E favorire gli
investimenti riconoscendo un risk premium in caso di realizzazione
delle reti da parte di un unico operatore. Queste, in sintesi, le
proposte messe nero su bianco dall’Agcom nello “Schema di
provvedimento per la regolazione dei servizi di accesso alle reti
di nuova generazione”. Il documento – oggetto di consultazione
pubblica nazionale di qui ai prossimi mesi e già inviato alla
Commissione Ue, che dovrà esprimersi a riguardo in vista della
messa a punto delle regole definitive da parte dell’Autorità
presieduta da Corrado Calabrò – ha stabilito nel dettaglio, seppur
ancora in via provvisoria, gli obblighi in capo a Telecom Italia
sulle modalità di accesso alle reti Ngn.
“L’Authority ha tenuto in massima considerazione i principi
della Raccomandazione Ue sulle Nga nonché le osservazioni dei
player di mercato e delle associazioni di categoria nell’ambito
della consultazione pubblica avviata sulla prima proposta di
regolazione – spiega il consigliere Agcom Nicola
D’Angelo
-. La proposta non è definitiva, quindi
ulteriori aggiustamenti saranno possibili prima di arrivare alla
versione finale, ma contiene gli orientamenti dell’Authority su
alcune questioni cardine a partire dalle modalità di accesso alle
infrastrutture. L’introduzione del Vula, l’unbundling virtuale,
rappresenta una novità e caratterizza la proposta italiana”.
Consigliere D’Angelo, c’è chi sostiene che il Vula non
sia la soluzione tecnica ideale, tanto più che non è stata mai
testata sul campo.

Non è possibile ragionare in questi termini. Le reti Ngn non
esistono quindi quello che accadrà da un punto di vista operativo
lo si potrà toccare con mano solo quando saranno realizzate. Non
siamo più ai tempi della liberalizzazione del settore delle Tlc,
quando la rete di Telecom era già esistente e quindi era più
semplice definire anche le modalità tecniche. I regolatori oggi
sono chiamati a mettere mano a una materia nuova. E i problemi sono
due: da un lato è necessario stabilire le modalità di accesso ad
un’infrastruttura inesistente e dall’altro bisogna fare in modo
che le regole creino le condizioni per favorire gli
investimenti.
A parte il Vula quali sono le novità rispetto alla
proposta iniziale?

Ci sono stati aggiustamenti sul fronte del modello di pricing, che
è doppio, ossia orientato al costo nelle aree non infrastrutturate
e al mercato in quelle in cui c’è ampia disponibilità di reti.
Si è infatti introdotto il principio di “misurazione” della
concorrenza non solo da un punto di vista della quantità di
infrastrutture presenti, ma soprattutto dell’offerta effettiva di
servizi. Non va sottovalutato questo aspetto: ci sono aree in
Italia in cui le reti in fibra ci sono già ma la domanda non si è
sviluppata, dove quindi, non si può parlare di una vera
concorrenza.
Ad esempio?
Il caso di Collina Fleming a Roma è emblematico: ci sono reti in
fibra concorrenti ma la domanda non c’è. Quindi è
indispensabile che le regole tengano conto anche della concorrenza
dei servizi.
E poi che altro?
Poi è stato rafforzato l’aspetto della vigilanza anche e
soprattutto per valutare come si evolverà il mercato e quindi
poter intervenire in caso le condizioni di partenza dovessero
mutare in particolare nelle aree non infrastrutturate. Tenga conto
fra l’altro che è in corso l’indagine conoscitiva sulla net
neutrality: ciò che verrà fuori sarà determinante ai fini del
quadro regolatorio. Non a caso nelle norme transitorie dello schema
di regolamento la questione è stata specificata. L’Agcom si
riserva quindi di avviare un procedimento per valutare eventuali
profili regolamentari connessi alla fornitura di diverse classi di
qualità del servizio e la gestione di diversi livelli di priorità
del traffico, coerenti con l’evoluzione verso nuove architetture
di rete, fermo restando l’incancellabile principio della net
neutrality.
Si punta sul co-investimento.
Sì, l’Agcom propende in questa direzione sebbene l’Europa sia
orientata su una competizione di tipo infrastrutturale per favorire
la concorrenza: considerate le difficoltà degli operatori a
reperire risorse in un momento economico fra l’altro non facile,
appare improbabile o quanto meno difficile che si sviluppi più di
una rete.
Si sta facendo strada il modello della cooperazione
pubblico-privata a livello locale. Diremo addio alla Ngn
nazionale?

La rete unica è senza dubbio il punto di arrivo. Ma è evidente
che almeno inizialmente la realizzazione delle reti vedrà
impegnate singole aree geografiche dove, tra l’altro, le
amministrazioni pubbliche stanno spingendo sugli investimenti in
fibra. Ma non si può pensare a una doppia velocità: il rischio
concreto è che si inasprisca il digital divide e che non si riesca
a soddisfare la crescente domanda di banda lasciando addirittura
fuori dalla partita intere porzioni di territorio. Se così fosse
si creerebbero esclusioni sociali gravissime. Quindi non bisogna
perdere di vista l’obiettivo: dare vita ad un’infrastruttura di
carattere nazionale.