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D’Angelo: “Italia digitale, politica e istituzioni facciano la loro parte”

I temi posti dal manifesto sottoscritto da 104 fra operatori ed esperti di Ict “sono centrali per lo sviluppo del Paese” sottolinea il commissario Agcom

04 Feb 2011

“L'appello di tanti operatori ed esperti del settore non può
rimanere senza risposta”. Così il commissario dell'Autorità
delle comunicazioni Nicola D'Angelo commenta il manifesto
“Diamo all’Italia una strategia digitale”, apparso a
tutta pagina sul Corriere della Sera nei giorni scorsi e firmato
dai principali top manager dell'Ict italiano.

“I temi posti – dice D'Angelo – sono centrali per lo sviluppo
del paese e non solo per la sua economia. L'Italia rischia
l'esclusione da un futuro ormai prossimo in cui Internet e le
nuove tecnologie della comunicazione svolgeranno un ruolo
fondamentale nella vita di ciascuno di noi”. Il commissario
rileva inoltre che “la politica deve fare la sua parte, ma anche
l'Autorità e tutte le altre istituzioni pubbliche devono
svolgere un ruolo importante. Per questo l'Agcom da tempo ha
posto al centro della sua azione lo sviluppo delle reti di nuova
generazione”.

Anche dal Pd si levano voci a favore del manifesto. Secondo
Giuseppe Civati, responsabile Forum Pd Nuovi linguaggi e nuove
culture e consigliere regionale lombardo, “Romani sbaglia a
prendersela con chi ha sottoscritto l'Agenda digitale"
“Il ministro di Berlusconi dovrebbe prendere anche queste
importanti manifestazioni come utile stimolo per fare molto di più
rispetto a quanto sta facendo il governo per colmare un divario non
più accettabile tra l'Italia e le principali economie europee
e mondiali”.

“Romani – continua Civati – non può nascondere, nonostante gli
annunci di piani e fondi, il grave ritardo del governo. Alle prese
con un federalismo che non può funzionare e le telefonate in
questura, il governo Berlusconi non si rende conto che il futuro
non riguarda solo le presunte nipotine di Mubarak e le giovani
amiche del premier ma dovrebbe riguardare qualche milione di
persone”.
Ma forse – conclude l'esponente Pd – il premier è preoccupato
dall'idea che qualcuno si possa organizzare, liberamente, per
indicare le cose da fare. Magari in dissenso con quello che il
governo non sta facendo”.

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