IL COMMENTO

E adesso, cosa succede a Telecom e all’Italia?

Con un pugno di euro gli spagnoli acquistano il controllo di TI. Ma per fare cosa? Per risolvere i loro problemi in Brasile e tirare a campare in Italia. Ma è veramente questo l’interesse del Paese e di Telecom?

Pubblicato il 24 Set 2013

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“L’operazione non riguarda Telecom, ma Telco. Telecom non diventa spagnola, Telco ha avuto un cambiamento di assetto azionario”: il presidente esecutivo di Telecom Italia Franco Bernabè, quando stamane ha fatto questa dichiarazione ai giornalisti che lo pressavano, aveva formalmente ragione. In Telecom Italia (per ora) non cambia nulla. Il socio di riferimento era e resta Telco con la stessa partecipazione azionaria di prima: 22,4%.

Tuttavia, a differenza di quanto sostiene Mario Spreafico, direttore investimenti di Schroders Italia, Telecom Italia non è una public company. È certamente scalabile, ma sino a Opa contraria Telco ne ha saldamente il controllo: gli azionisti fuori Telco non hanno alcun potere nella gestione. Chiedere a Fossati. Lo mostra, del resto, la storia degli ultimi 6 anni dominati da Telco: dalle presenze e votazioni in assemblea alle scelte strategiche, dalla composizione del consiglio di amministrazione alle politiche di investimento. Tutto è passato sul tavolo decisivo di Telco.

La crescita di Telefonica al 66% della finanziaria, con possibilità di salire sino al 100%, non è un mero aggiustamento di equilibri azionari. Nonostante alcuni paletti (azioni in mano a Telefonica per ora senza diritto di voto, scelta di presidente e ad di Telecom Italia quale prerogativa dei soci “italiani”, parità di presenze italo-spagnole nel cda di Telco) sarà Telefonica a decidere del futuro di Telecom Italia.

Lo fa mettendoci un gettoncino da appena 324 milioni e riservandosi di aggiungerne un altro da 117 milioni per salire al 70% di Telco. Con una call per il rimanente 30%. Per ottenere il 100% dovrà metterci in tutto 850 milioni. Quasi nulla. Passando per i salotti, ovviamente, senza che un euro entri nelle tasche dei piccoli azionisti.

Per carità, che dall’estero arrivino soldi in Italia non può fare che bene. Così come nell’Europa unita non bisogna guardare al passaporto. Ma si può per questo ignorare che Telecom Italia è una delle maggiori aziende del Paese? Che opera in un settore cruciale (se non si ama la parola strategico) per tutta una serie di ragioni: monopolio naturale della rete fissa, sicurezza, sviluppo delle nuove reti in cui correranno i servizi digitali, per dirne alcune?

E si può non parlare di posti di lavoro, indotto, fornitori italiani, fornitori di apparati internazionali radicati in Italia proprio per rispondere alle esigenze di acquisto di Telecom, know how tecnologico e professionale? E magari anche delle aziende italiane che hanno trovato mercati di sbocco in Argentina e Brasile proprio grazie alle presenza di Telecom Italia in quelle zone?

La vera domanda da porsi, dunque, non è cosa è successo o cosa succederà in Telco, ma cosa succederà in Telecom Italia. Dovrebbe chiederselo anche il governo: chiamarsi fuori in nome dell’apertura dei mercati equivale a fare lo struzzo. Enrico Letta, secondo noi, dovrebbe convocare il presidente di Telefonica Cesar Alierta e chiedergli quali siano i suoi progetti per il futuro di Telecom. Non è interferenza: ci pare il minimo sindacale per un governo in questo tipo di situazioni.

Ed invece ancora ieri abbiamo assistito ad una sconsolata quanto impotente dichiarazione del viceministro alle Comunicazioni, Antonio Catricalà: “Ci piacerebbe che le aziende restassero italiane, ma è un sogno: il mondo vero è fatto di competizione globale”. È vero. Ma il chiacchiericcio impotente della politica è una vera jattura in un mondo globalizzato. Essere prede non è la stessa cosa che essere predatori.

E ancora oggi fonti informali da palazzo Chigi hanno fatto sapere che il governo si chiama fuori.

Il 3 ottobre Bernabè presenterà il suo progetto di riorganizzazione. Ma ormai non è da lì che verranno le risposte che contano. Le risposte attese dovranno venire da Madrid.

Innanzitutto, c’è intenzione di smembrare Telecom Italia e di cedere Tim Brasil e Telecom Argentina per fare cassa, recuperare i soldi messi nel controllo di Telco e sistemare i problemi di Telefonica in Brasile?

E in questo caso, quali saranno le prospettive di una Telecom questa volta sì italianizzata, ma nel modo peggiore?

Ci sono impegni per un aumento di capitale in Telecom Italia per consentirle non solo di evitare a fine anno il downgrade di Moodys (interessata a TI, non a Telco) ma anche di acquisire nuovo slancio negli investimenti?

Si vorrà davvero investire nelle reti di nuova generazione? E con che soldi?

Cosa pensa Telefonica dello scorporo della rete, di cui sino ad oggi è stata uno dei più accaniti oppositori?

Quali sinergie potrebbero arrivare dalla fusione fra Telecom e Telefonica visto che sette anni di “alleanza” ne hanno fatto emergere ben poche?

La nostra impressione è che Telefonica sia cresciuta in Telco senza veramente avere un piano strategico per Telecom, più che altro trainata dagli eventi. Convinta dalla modestia del gettone buttato sul piatto e attirata dalla possibilità di risolvere i suoi problemi in Brasile. Ma per il resto navighi a vista. Anzi, il suo interesse è probabilmente quello di traccheggiare, anche perché se Telecom deve vedersela con 28 miliardi di debito, Telefonica non è da meno con i suoi quasi 50 miliardi.

Ma il traccheggiare non fa bene né a Telecom né all’Italia. Oggi è tutto un insorgere stupefatto della politica. Ma dove erano i politici nei mesi scorsi quando il take over di Telefonica prendeva corpo?

La politica non deve occuparsi di proprietà e passaporti, ma del futuro industriale del Paese sì. Lo fa persino Obama negli Usa.

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