BANDA ULTRALARGA

Fibra, ecco come il Digital Networks Act può rimettere in moto gli investimenti



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Sposando l’approccio graduale, il regolamento propone di ricalibrare tempi e modi dello spegnimento delle reti tradizionali. Open Fiber: “Armonizzare le condizioni garantisce parità di opportunità e aiuta le telco a investire. Bene il coinvolgimento di tutti gli stakeholder. Ora lavorare sull’adozione”

Pubblicato il 28 gen 2026



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Il Digital Networks Act (Dna), la nuova proposta normativa sulle reti digitali presentata dalla Commissione europea, delinea la roadmap per lo switch off delle reti in rame a favore della fibra ottica che arriva a casa (Ftth) e, quindi, di una vera banda ultralarga. L’esecutivo europeo, rispetto all’obiettivo iniziale dello spegnimento del rame nel 2030, ha allungato i tempi al 2035 prevedendo una gradualità che dovrebbe permettere non solo la sostenibilità degli investimenti delle telco, ma anche la reale adozione.

Condivido l’approccio graduale: la Commissione stabilisce un processo ordinato che coinvolge tutti gli attori in gioco: Stato, operatori, autorità nazionali e utenti finali”, ha commentato Francesco Rotunno, head of EU Affairs di Open Fiber, intervenuto al forum Ansa Europa dedicato alla svolta del Dna, in diretta dagli studi del Parlamento europeo. “La coerenza di questo approccio chiude il cerchio con il Codice delle comunicazioni elettroniche e gli investimenti per la copertura del Decennio digitale. Ora l’elemento su cui lavorare è il tasso di utilizzo, ancora molto basso“.

Il dibattito del forum Ansa, cui hanno partecipato anche l’eurodeputato di FdI Francesco Torselli e Stefano Da Empoli, direttore di I-Com, si è concentrato sulle opportunità sociali e territoriali della transizione e sul ruolo dei fondi europei nel garantire investimenti omogenei ed evitare divari tra territori.

Lo switch-off del rame non deve lasciare indietro nessuno

Lo switchoff delle reti tradizionali per il passaggio alla fibra entro il 2035 deve essere “un obiettivo realistico”, ma non può tradursi in “uno spegnimento di un interruttore” e “non deve lasciare indietro nessuno”, ha evidenziato Torselli. “La commissaria Henna Virkkunen ha parlato di obiettivi ambiziosi: è doveroso” passare alla fibra “perché porterebbe un aumento della qualità dei servizi, renderebbe l’Europa più appetibile per gli investimenti e aumenterebbe la competitività delle imprese”, ha sottolineato l’eurodeputato di Fratelli d’Italia. Tuttavia, il percorso deve essere “graduale e flessibile”.

“Se il mercato dovesse essere drogato da questo spegnimento e aumentassero i costi per l’utente, si genererebbe una reazione che porterebbe all’esatto contrario: un rallentamento del processo di ammodernamento”, ha avvertito. “Non dobbiamo dimenticarci, né da italiani né da europei, che il nostro territorio è pieno di aree in cui la digitalizzazione è difficile, costosa e antieconomica per le imprese“.

Anche per questo, ha evidenziato Torselli, “i Paesi possono e devono partecipare” allo switch-off “finanziando investimenti antieconomici per le imprese ma che hanno una grandissima valenza sociale”, guardando soprattutto ad “aree interne e grigie”.

Open Fiber: L’approccio dell’Ue favorisce gli investimenti

Una linea condivisa anche da Open Fiber: Rotunno auspica che la nuova legge Ue possa dare una spinta a “invertire” la tendenza del calo di investimenti nella fibra osservato di recente e scongiuri il rischio di una diffusione della banda ultra-larga a macchia di leopardo.

“L’approccio graduale riesce a intervenire su un gap: l’Ue sulla fibra stava andando a due velocità“, ha evidenziato Rotunno. “Da un lato, Paesi come Spagna, Portogallo e Francia hanno già avviato questo processo e stanno beneficiando della digitalizzazione. Altri, come Germania, Belgio e in parte l’Italia, sono più indietro. Armonizzare le condizioni garantisce parità di opportunità”.

Rotunno ha anche riferito che Open Fiber sta analizzando la valutazione di impatto fornita dall’Europa: “I benefici di crescita del Pil e di efficienza energetica indicati dalla Commissione sono molto consistenti. In particolare, “l’efficienza energetica è fondamentale in una fase in cui si spinge sull’intelligenza artificiale e su tecnologie ad alta intensità energetica”.

La fibra come abilitatore del futuro digitale dell’Italia

Rotunno ha anche sottolineato che “la fibra è un abilitatore per le tecnologie su cui l’Italia sta puntando, come il quantum computing o l’edge cloud, su cui anche Open Fiber ha dei progetti”.

La connettività in fibra è quella che supporta i sensori per il monitoraggio dei territori, la telemedicina, l’agricoltura di precisione, l’automazione industriale e molte altre innovazioni.

“Lo switch-off del rame permette di portare avanti questi progetti, partendo dalle aree dove la fibra è già presente”, ha ribadito Rotunno, “e dando maggiore certezza sul ritorno degli investimenti”.

Meno chiaro nelle politiche europee sugli investimenti per la transizione digitale è dove si indirizzerà la spesa pubblica, ha concluso Rotunno: “L’elenco di settori e tecnologie è molto ampia e forse il legislatore dovrebbe scegliere più chiaramente le direttrici principali del suo intervento: lo Stato dovrebbe investire principalmente sulle infrastrutture e agire così da stimolo agli investimenti privati”.

Dna, “Riconosciuto il valore delle reti in fibra”

Già all’indomani della presentazione del Dna da parte della Commissione europea, Open Fiber aveva espresso la propria soddisfazione (a fronte di un giudizio più tiepido da parte di Connect Europe, che ha lamentato una visione non sufficientemente ambiziosa in ambito di consolidamento, semplificazione e incentivi agli investimenti).

Secondo Open Fiber, la proposta di regolamento Digital networks act rappresenta “un primo passo verso la modernizzazione del settore delle telecomunicazioni europeo, grazie a un quadro normativo più chiaro e orientato ad accelerare la trasformazione digitale dell’Ue”.

“La Commissione riconosce che infrastrutture avanzate – in particolare le reti in fibra ottica – sono decisive per la competitività e la crescita degli Stati Membri”, ha scritto ll’azienda italiana in una nota. “Per questo, introduce per la prima volta un obiettivo di policy per lo switch-off, cioè lo spegnimento progressivo della rete in rame per il passaggio alla fibra ottica dove questa è presente, misura che Open Fiber sostiene da tempo per favorire la migrazione verso reti più moderne e sostenibili. Inoltre, tale previsione può favorire la realizzazione di ulteriori investimenti infrastrutturali”.

Open Fiber valuta positivamente anche l’approccio cooperativo previsto dal regolamento, che coinvolge Stato, autorità indipendenti e operatori con l’obiettivo di garantire una transizione ordinata dal rame alla fibra.

Digital networks act, I-Com: “Switch off perno della legge”

“Il giudizio complessivo” del Dna da parte del direttore di I-Com, Stefano da Empoli, “è positivo”. Il testo, ha riconosciuto l’economista, cerca un equilibrio anche rispetto alle indicazioni emerse nei rapporti di Enrico Letta e Mario Draghi, in particolare sui temi dello spettro e del consolidamento.

“Forse in Parlamento ci sarà spazio per qualche piccolo atto di coraggio in più”, ha aggiunto da Empoli, ma lo switch-off appare comunque uno dei perni del nuovo impianto regolatorio.

“Innovazione e competitività passano prima di tutto dalle reti digitali, ed è bene che siano più performanti di quanto non siano oggi”, ha detto da Empoli. Tuttavia, ha proseguito: il nodo principale non è l’offerta infrastrutturale.

Fibra, il nodo della domanda

“In Italia – ma non solo – vedo soprattutto un tema di domanda, uno scarso utilizzo delle reti già esistenti”, ha osservato il direttore di I-Com, pur ricordando gli investimenti in corso nelle aree bianche e grigie e l’obiettivo di raggiungere i target europei “in tempi relativamente brevi”.

“È giusto procedere con passi corretti, una roadmap ben specificata e in maniera graduale”, ha osservato ancora il professore, richiamando un precedente italiano: “Il passaggio dall’analogico al digitale terrestre è stato uno switch off che, nonostante le paure iniziali, si è rivelato un pieno successo”.

Da qui l’invito a non guardare indietro: “Serve uno slancio verso il futuro”, purché “basato su qualcosa di certo, ben strutturato e consolidato”.

Spettro e 5G: bene gli impegni di investimento

Sul fronte dello spettro, De Empoli ha rilevato che Bruxelles ha scelto “una soluzione di mezzo”, tenendo conto delle diverse posizioni in campo, e valuta positivamente anche gli sforzi di semplificazione regolatoria.

Quanto al 5G, i ritardi dei Paesi più indietro, come Italia e Germania, sono riconducibili, secondo da Empoli, anche a modelli d’asta pensati per massimizzare gli introiti: “Peccato che così gli investimenti in infrastrutture essenziali abbiano tardato”.

La proposta europea va nella giusta direzione proprio perché introduce impegni di investimento che, “alla lunga, sono l’aspetto più decisivo per la vita dei cittadini e per la competitività dell’Europa”.

Fair share, decisione politica che spetta all’Ue

A offrire una nota politica di chiusura sul delicato dossier delle big tech è stato Torselli. Un fair share, o contributo equo, a carico delle grandi piattaforme digitali per l’uso delle reti europee resta fuori dal Digital networks act e questo, secondo l’eurodeputato di FdI, è di per sé “un dato politico”. Ma non deve essere “un tentativo di rimandare la responsabilità sugli Stati, immaginando che la trattativa finisca in capo a 27 governi che la portano avanti in 27 maniere differenti. Per me questo è un tema fortemente europeo”.

“Non sono ideologicamente contrario al fair share” che aprirebbe “a una trattativa con le big tech e con chi produce contenuti, e questo mi trova favorevole”, ha spiegato Torselli, mettendo tuttavia in guardia dal rischio di “produrre una tassa che poi rimbalza sull’utente finale, che paga ciò che le big tech versano agli operatori di rete”.

Il nodo centrale resta la dimensione europea. “Per affrontare questo tema servono dati certi e inconfutabili sull’impatto reale di questa operazione. Oggi solo l’Europa è in grado di metterli sul tavolo, non i 27 Stati nazionali”, ha concluso.

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