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Governo e Confindustria spaccati sull’italianità di Telecom

Per il ministro del Welfare Sacconi “Telefonica è un socio ingombrante per Telecom” mentre il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, sostiene che il controllo estero non è un problema

03 Dic 2009

Sacconi: "Telefonica socio ingombrante di
Telecom"

Il ministro del Welfare: "Ne frena la crescita".
Dubbi sugli 800 milioni del Piano Romani-Brunetta: "Servono
veramente? Ricordiamoci gli errori della politica industriale degli
anni 70"

“Abbiamo tutti interesse che Telecom Italia cresca e lo faccia
con le proprie gambe. Tuttavia, Telefonica è un operatore
ingombrante che non ne ha favorito la crescita all’estero che
invece è indispensabile per poter investire in Italia”. Il
ministro del Welfare Maurizio Sacconi contro gli spagnoli, maggior
azionista di Telco, la finanziaria che controlla l’incumbent
italiano, è netto e fa trasparire apertamente i non buoni rapporti
che vigono tra governo e Telefonica.

Ma Sacconi, che ha approfittato della presentazione di un libro sui
10 anni di Fastweb per esprimere le sue opinioni, è freddo anche
sull’esigenza di stanziare i fondi necessari al decollo del piano
Romani-Brunetta contro il digital divide: “Cosa sono 800 milioni
quando ogni anno si investono già sei miliardi nella banda larga?
– si chiede il ministro – Tanto più se quegli 800 milioni sono
destinati ad essere spalmati su più anni. Si è creata troppa
ingiustificata attesa per questo stanziamento”.

La freddezza di Sacconi è motivata anche per una diffidenza verso
le politiche pubbliche di politica industriale. “Quando sento
parlare oggi di politica industriale mi tornano alla mente tutti
gli sprechi e le iniziative sbagliate fatte negli anni ’70 sotto
questo slogan”, osserva il ministro del Welfare secondo cui il
ruolo più importante che lo Stato può svolgere è quello di
“stimolare la domanda”. Anche attraverso la digitalizzazione
della pubblica amministrazione e dei servizi in aree chiave come la
sanità, la scuola, la giustizia. “Nelle mie zone – spiega –
abbiamo investito in tecnologie Ict per la sanità quello che
abbiamo risparmiato chiudendo ospedali ridondanti e costosi”.


Marcegaglia: "Telecom sotto controllo estero? No
problem"

Il presidente di Confindustria: "Il governo sblocchi
almeno una tranche da 200/300 milioni del Piano Romani-Brunetta.
L'imprenditoria ha bisogno di servizi
broadband"

Se Telecom Italia dovesse finire sotto il controllo di Telefonica,
per il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia non sarebbe un
problema. “Non interessa tanto chi detiene le leve del controllo
azionario, quanto la capacità delle imprese italiane di andare
all’estero e la capacità dell’Italia di attrarre investimenti
dall’estero”, ha detto intervenendo al convengo di
presentazione di un libro sui 10 anni di Fastweb.

Per Marcegaglia, “la banda larga è fondamentale per il supporto
che può dare alla crescita del Paese e allo sviluppo della
competitività delle imprese”. Ammette, tuttavia, che molti suoi
associati non hanno ancora capito a fondo le opportunità che
Internet offre alla crescita del business delle aziende. “Ma
quando se ne rendono conto , spiega, non tardano ad
approfittarne”. Confindustria ha messo in piedi una task force
con il compito di “andare nei territori a diffondere la
conoscenza dei vantaggi del web, in particolare a livello de
distretti industriali”.

Quanto agli 800 milioni del piano Romani-Brunetta, Marcegaglia
invita il governo a “prendere finalmente una decisione che faccia
partire il processo sbloccando se non tutti, almeno una prima
tranche di 200/300 milioni”. Secondo Marcegaglia bisogna
intervenire anzitutto a livello di distretti perché “lì si può
avere una risposta immediata e guadagni immediati di efficienza.
L’imprenditoria ha bisogno di servizi broadband per andare avanti
con l’innovazione”.


Catricalà: "Mi fa paura una Spa consortile per la
Ngn"

Il presidente dell'Antitrust: "Non vorrei che poi i
gestori si mettessero d'accordo anche sul resto. Meglio il
modello Terna: società neutra con amministratori e
obiettivi"

"Mi preoccupa una società consortile tra operatori di
telecomunicazione che nasca con l’obiettivo di fare le reti di
nuova generazione”: il presidente dell’Antitrust Antonio
Catricalà non nasconde la sua scarsa convinzione per la proposta
sponsorizzata dal suo “collega” Corrado Calabrò, presidente di
Agcom, per il quale, invece, l’unione degli sforzi dei diversi
operatori può favorire gli investimenti nelle nuove reti.

Per Catricalà, invece, questa cooperazione può provocare seri
danni al mercato. “Ed è normale che mi preoccupi. Sarebbe come
un pastore che vede un branco di lupi aggregarsi vicino al suo
gregge”, ha detto usando un’immagine colorita durante il suo
intervento alla presentazione di un libro commemorativo dei 10 anni
di vita di Fastweb.

Secondo Catricalà, “è preferibile una società gestita da un
solo operatore piuttosto che un’azienda che mette insieme tutti i
concorrenti i quali una volta alla settimana si ritrovano a
discutere del mercato, della gestione della rete e, probabilmente,
anche di altre cose”.

Ovviamente, “gli amministratori della società della rete devono
essere assolutamente indipendenti dal gestore, come avviene nel
modello Terna ma non nel Tub, il testo unico bancario – ha
sostenuto il presidente dell’Antitrust – Ci devono essere
regole di governance chiare e la società della rete deve
guadagnare soltanto grazie alla vendita di traffico”. Per
Catricalà, insomma, piuttosto che una società consortile, è
necessaria una società “neutra”.
Quanto alla neutralità della rete, secondo Catricalà “le regole
di Internet devono cambiare, soprattutto in Europa. Può essere
anche assoluta per un piccolo blog ma lo stesso principio non può
valere per una televisione su Internet: gli accessi devono essere
pagati in maniera differenzita. È contro il mercato che tutti
abbiano identiche condizioni di accesso”.

Gentiloni: "Reti Ngn. Il Governo si dia una
mossa"

Il responsabile Comunicazione del Pd: "Evitare di trovarci
a breve di fronte a due prospettive entrambe sbagliate: la perdita
del controllo italiano su Telecom Italia o la separazione forzata
di un'azienda privata"

Il governo deve darsi una mossa e dire quali secondo lui deve
essere il futuro di Telecom Italia”: lo ha sostenuto intervenendo
alla presentazione di un libro sui 10 anni di Fastweb Paolo
Gentiloni, responsabile Comunicazione del PD ed ex ministro per le
Comunicazioni.

“Il modello dell’Ue basato sullo sviluppo delle nuove reti
grazie alla duplice leva degli investimenti degli incumbent e della
competizione fra operatori ha dato scarsi risultati. Soprattutto in
Italia dove non vi è competizione fra doppino e cavo e dove
l’operatore incumbent versa in una situazione finanziaria che ne
paralizza ogni serio investimento”.

In questa situazione, “il ruolo pubblico diventa rilevante, anche
per evitare di trovarci a breve di fronte a due prospettive
entrambe sbagliate: la perdita del controllo italiano su Telecom
Italia o la separazione forzata di un’azienda privata”.
Per il parlamentare del Pd, invece, quello che manca è “la
politica industriale”: è necessaria “una cabina di regia del
governo capace di indirizzare, coordinare e stimolare le diverse
energie che possono portare alla realizzazione delle nuove reti,
coinvolgendo anche le iniziative a livello locale, comprese quelle
delle utilities”. Per l’ex ministro, che pensa ad ipotesi di
iniziative consortili simili a quelle proposte dal presidente di
Agcom Corrado Calabrò , “ci vuole una condivisione generale del
problema: Open Access non basta certo. Si potrebbe cominciare –
dice – “sperimentando questo progetto in alcune aree”.

“Quando sento parlare oggi di politica industriale mi tornano
alla mente tutti gli sprechi e le iniziative sbagliate fatte negli
anni ’70 sotto questo slogan”, ribatte il ministro del Welfare
Maurizio Sacconi secondo il quale il ruolo più importante che lo
Stato può svolgere è quello di “stimolare la domanda”. Ad
esempio attraverso la digitalizzazione della pubblica
amministrazione e dei servizi in aree chiave come la sanità, la
scuola, la giustizia. “Ad esempio nelle mie zone – spiega –
abbiamo investito in tecnologie Ict per la sanità quel che abbiamo
risparmiato chiudendo ospedali ridondanti e costosi”.
“E poi, cosa sono 800 milioni quando ogni anno si investono già
sei miliardi nella banda larga?” si chiede il ministro
riferendosi ai fondi necessari al decollo del piano Romani-Brunetta
contro il digital divide, “Tanto più se gli 800 milioni sono
destinati ad essere spalmati su più anni. Si è creata troppa
ingiustificata attesa per quei fondi”.

Quanto a Telecom Italia, secondo Sacconi “abbiamo tutti interesse
che l’azienda cresca e lo faccia con le proprie gambe”.
Tuttavia, “Telefonica è un operatore ingombrante che non ha
favorito la crescita all’estero che invece è indispensabile per
poter investire in Italia”.