Il settore delle telecomunicazioni è nel pieno di una trasformazione strutturale che mette sotto stress il modello tradizionale. La costruzione e la gestione delle reti restano il cuore dell’attività, ma i servizi di connettività risultano sempre più commoditizzati. In questo scenario, la sostenibilità economica si incrina perché i ricavi globali sono stagnanti, mentre i costi operativi restano elevati e gli investimenti in 5G, fibra e IT continuano a crescere. Si tratta di una combinazione che non lascia spazio a rinvii: o il settore trova un nuovo equilibrio, oppure il rischio è di inseguire la domanda di traffico senza riuscire a convertirla in valore.
La conseguenza è un cambio di prospettiva. La rete non basta più come elemento differenziante, perché la competizione si sposta sulla capacità di automatizzare, personalizzare, integrare e costruire servizi digitali avanzati. Da qui nasce l’urgenza di una metamorfosi che, nel linguaggio dell’industria, prende la forma di un passaggio da Telco a TechCo. E’ questa la riflessione al centro del report, che CorCom ha potuto visionare in anteprima, realizzato da I-Com nell’ambito di Futur#Lab, progetto svolto in
collaborazione con Join Group e con la partnership di Ericsson, Fibercop, Inwit,
Open Fiber, Unidata e WindTre.
Indice degli argomenti
Intelligenza artificiale come motore: la scommessa su ricavi e automazione
Nel nuovo assetto, l’intelligenza artificiale si impone come principale leva di cambiamento. Gli operatori sono tra i maggiori utilizzatori di tecnologie di IA e GenAI e la considerano un imperativo strategico. I numeri richiamati nel testo sono espliciti: il 54% dei dirigenti Telco a livello globale prevede un impatto significativo sui ricavi nei prossimi tre anni e l’84% sostiene fortemente gli investimenti in IA.
La prima ondata di adozione si concentra su ambiti immediatamente “misurabili” in termini di efficienza e qualità. L’ottimizzazione delle reti 5G, l’automazione operativa e la personalizzazione dei servizi diventano i terreni iniziali su cui sperimentare e scalare. In altre parole, l’IA entra sia nella “sala macchine” della rete sia nella relazione con il cliente, con l’obiettivo di ridurre costi, migliorare l’esperienza e aprire spazi di monetizzazione più solidi rispetto alla sola connettività.
Il traffico cambia direzione: l’uplink e la nuova “intelligenza connessa”
L’evoluzione tecnologica non riguarda soltanto il software: incide direttamente sui flussi di rete. Un report di Ericsson, citato nello studio, indica che la crescita futura del traffico sarà sempre più guidata dall’uplink, spinta dalla diffusione di dispositivi e servizi basati su AI. Nel perimetro citato rientrano occhiali intelligenti, assistenti personali, veicoli autonomi, robot e sensori industriali, accomunati da un tratto: producono un flusso costante di dati verso il cloud.
Da questa dinamica nasce un paradigma descritto come “intelligenza connessa”: cloud, AI e dispositivo mobile funzionano come un ecosistema unico in cui ogni elemento amplifica gli altri. Il passaggio è rilevante perché sposta l’attenzione dal download, tradizionalmente centrale nelle metriche di performance, verso la capacità della rete di gestire carichi diversi e più continui. L’architettura infrastrutturale e le scelte di investimento, di conseguenza, devono inseguire non solo “più capacità”, ma una capacità diversa, più adatta a servizi che vivono di scambio costante di dati con le piattaforme.
Dalla Telco alla TechCo: piattaforme, servizi e software come nuova identità
Di fronte a questa traiettoria, prende forma la transizione verso il modello TechCo: operatori che integrano servizi digitali avanzati, piattaforme cloud, intelligenza artificiale e capacità software, riposizionandosi come abilitatore dell’economia digitale. Una survey globale citata nel testo indica che il 75% degli operatori ha già intrapreso questo percorso, anche se molti restano in fase pilota e persistono ostacoli legati a risorse, tecnologia e partnership.
Il punto, qui, non è soltanto aggiungere nuovi prodotti a catalogo. La trasformazione implica una diversa cultura industriale, con un’organizzazione più orientata al software e alla scalabilità, una rete più programmabile e un rapporto con l’ecosistema digitale in cui partnership e integrazione diventano parte del modello operativo. È un salto che mira a uscire dalla trappola della connettività-commodity, costruendo nuove fonti di valore senza rinunciare al ruolo infrastrutturale.
Cloud come “infrastruttura abilitante”: crescita degli investimenti, ma cloud-native ancora rara
Se l’IA è il motore, il cloud è l’infrastruttura che rende praticabile la trasformazione. Il cloud consente scalabilità, automazione, programmabilità della rete e distribuzione efficiente dei modelli AI, diventando la base tecnica su cui poggia la TechCo. E la spesa globale in infrastrutture cloud delle Telco crescerà da 17,4 a 24,8 miliardi di dollari tra il 2025 e il 2030.
C’è però un elemento che misura la distanza tra ambizione e realtà: solo una minoranza degli operatori dispone oggi di architetture pienamente cloud-native. È una criticità che pesa perché una trasformazione “a metà” rischia di non produrre benefici sufficienti. In questo senso, cloud e IA vengono presentati come due pilastri complementari: il cloud fornisce la struttura digitale flessibile e scalabile, l’IA trasforma la rete in un sistema intelligente e autonomo, riducendo costi e creando nuove opportunità di business.
Europa: investimenti in IA, adozione e cloud in espansione
In Europa le telecomunicazioni sono considerate il pilastro strategico per la competitività digitale, in un contesto segnato dall’aumento della domanda di connettività, dall’espansione dei servizi digitali e dalla transizione verso infrastrutture software-defined. Contesto dove IA e cloud assumono un ruolo centrale nel sostenere l’efficienza operativa e l’evoluzione dei modelli di business.
Secondo i dati OCSE richiamati nello studio I-Com, gli investimenti in IA nel comparto europeo risultano in significativa crescita, con Germania, Italia, Grecia e Francia sopra il miliardo di euro. Eurostat rileva inoltre che il 27% delle imprese del settore ha adottato almeno una tecnologia di IA. Sul cloud, l’adozione appare ancora più ampia: il 65% delle imprese europee utilizza cloud computing, con una domanda orientata prevalentemente verso servizi avanzati.
A partire dal 2023, inoltre, il consumo di dati in Europa torna a crescere, con un incremento particolarmente significativo del traffico mobile, trainato dalla diffusione del 5G. Ma la fotografia è disomogenea: la copertura 5G varia molto tra Paesi, con la Danimarca all’83% e l’Italia al 58%, sopra la media UE del 52%. Più indietro, invece, la componente Standalone: valori medi dell’1,9% in Europa e dello 0,1% in Italia, a conferma di uno sviluppo ancora agli esordi.
Italia: grande mercato mobile, investimenti importanti ma intensità moderata
Nel quadro dei principali Paesi europei, l’Italia mantiene un ruolo di primo piano. Sul fronte degli investimenti in 5G, si colloca al quarto posto con 599 milioni di euro destinati allo sviluppo delle reti. Francia e Germania guidano con valori superiori a 1,7 miliardi, seguite dalla Spagna con oltre 1,4 miliardi; l’Italia resta tra i Paesi più attivi nel potenziamento infrastrutturale.
Anche sul lato ricavi, il mercato mobile europeo risulta fortemente concentrato: la Germania raggiunge 19,6 miliardi, la Francia 14,7 miliardi e l’Italia 9,6 miliardi, posizionandosi come terzo mercato dell’Unione Europea davanti alla Spagna. Questa configurazione evidenzia una base economica solida, in grado di sostenere investimenti significativi.
Il quadro cambia se si guarda alla quota di ricavi destinata al 5G. La Spagna destina al 5G circa il 18% dei ricavi ed è anche il Paese con la maggiore disponibilità di 5G SA. L’Italia investe circa il 6% dei ricavi, mostrando un’intensità di investimento moderata e meno dinamica rispetto ai Paesi che stanno accelerando maggiormente lo sviluppo delle nuove reti. È un dato che aiuta a leggere il tema Standalone: la spinta relativa sugli investimenti non è uniforme in Europa, e la velocità di maturazione tecnologica risente di questa divergenza.
Adozione digitale nelle telco italiane: l’IA si sposta nei processi e crescono le tecniche avanzate
Nel contesto nazionale, le imprese del settore ampliano l’utilizzo delle tecnologie digitali, pur con differenze tra aree aziendali. Nel 2024 l’adozione dell’intelligenza artificiale cala in marketing e vendite, sicurezza ICT e ricerca e sviluppo, mentre cresce nei processi produttivi, nell’organizzazione dei processi e nella contabilità e gestione finanziaria. All’interno di questa dinamica, spiccano gli incrementi delle tecnologie più avanzate: il text mining passa dal 39% al 70%, la generazione del linguaggio naturale dal 44% al 56% e il machine learning dal 38% al 50%.
In parallelo, si rafforzano i servizi cloud, con utilizzo elevato delle applicazioni di sicurezza informatica (60%) e dell’hosting dei database (45%). Migliora anche la qualità della connettività: il 49% delle imprese dispone di connessioni fisse ad almeno 1 Gb/s, dieci punti percentuali in più rispetto al 2023. Questo progresso sostiene l’avanzamento dei livelli di maturità digitale, con la quota di imprese nei livelli alti e molto alti che passa complessivamente dal 54% all’87%. Si tratta di dato che suggeriscono che l’adozione digitale non si limita a sperimentazioni isolate, ma tende a consolidarsi, soprattutto dove genera efficienza e supporta decisioni operative.
2025–2026: sicurezza, formazione e IA tra le priorità, con forte attenzione al sostegno pubblico
Per il biennio 2025–2026 emerge un forte incremento programmato degli investimenti, in particolare nella sicurezza informatica (77%) e nella formazione informatica (65%). Anche le tecnologie di intelligenza artificiale registrano un salto: dal 19% al 44%. È un segnale che lega la trasformazione tecnologica alla necessità di rafforzare competenze e protezione, cioè due condizioni indispensabili per rendere sostenibile l’adozione su scala.
In questo contesto, spicca l’attenzione verso i meccanismi di sostegno pubblico. Incentivi, agevolazioni e finanziamenti sono indicati dal 71% delle telco come fattori decisivi per sostenere i processi di digitalizzazione. Cresce anche il tema delle competenze: il 66% considera prioritario l’aggiornamento delle skill interne, mentre il 54% segnala la necessità di integrare nuove figure professionali specializzate. In pratica – ci dicono i numeri – senza risorse e capitale umano, la trasformazione rischia di rimanere incompleta, soprattutto in un settore che deve sostenere investimenti infrastrutturali elevati.
Verso il Digital Networks Act: ambizioni, consultazione e rinvio al 20 gennaio 2026
Sullo sfondo l’attesa per la proposta di Digital Newtworks Act (DNA), che avrebbe dovuto essere presentata il 15 dicembre, ma è attesa per il 20 gennaio 2026. L’iniziativa è straordinariamente importante perché nasce dalla constatazione della rivoluzione tecnologica che ha ridisegnato l’ecosistema digitale e mira, nelle ambizioni iniziali, a superare la frammentazione, accelerare lo sviluppo delle reti, migliorare gli incentivi di mercato per le reti del futuro, ridurre oneri e costi di conformità, migliorare la connettività per gli utenti finali e creare un mercato unico integrato per la connettività, accompagnato da una politica dello spettro dell’UE più coordinata, così da consentire all’Unione di stare al passo con l’evoluzione delle tecnologie e del mercato e di traguardare gli obiettivi del Digital Decade.
Il documento oggetto della call for evidence, svoltasi dal 6 giugno all’11 luglio 2025, ha individuato macro-aree precise: semplificazione, spettro radio, level playing field, regolamentazione dell’accesso e governance. La partecipazione è stata ampia, tradotta in 326 contributi, tra cui Berec e Agcom. Da qui emergono posizioni non allineate. Le grandi telco e le associazioni chiedono armonizzazione per favorire investimenti paneuropei. Gli operatori più piccoli richiamano invece la necessità di garantire un accesso equo e trasparente alle reti, soprattutto dove esistono incumbent verticalmente integrati con posizione dominante. A questo si sommano le peculiarità nazionali, considerate un ostacolo alla costruzione di un mercato unico pienamente uniforme, oltre al timore che l’unificazione possa penalizzare i più piccoli in assenza di obblighi adeguati a carico degli incumbent.
Sul capitolo spettro, convivono due istanze: il rischio che una gestione centralizzata penalizzi i modelli locali di sviluppo infrastrutturale e l’opportunità di definire politiche che garantiscano certezza per gli investimenti a lungo termine, estendendo la durata delle licenze e favorendone il rinnovo.
Berec e Agcom: semplificazione, accesso e regole su un terreno scivoloso
Nel confronto, il Berec evidenzia la differenza tra semplificazione e deregolamentazione. Incoraggia l’eliminazione di duplicazioni e norme obsolete e, al contempo, invita a mantenere le norme settoriali specifiche. Riconosce l’utilità di interventi di armonizzazione sulla gestione dello spettro, ma ribadisce che si tratta di una prerogativa nazionale. Sul level playing field, concorda sulla necessità di aggiornare definizioni e ambiti del quadro normativo per includere l’ecosistema dei servizi digitali e la crescente virtualizzazione delle reti. Tuttavia descrive un buon funzionamento del mercato dell’interconnessione IP, ritenendo non necessari interventi radicali, e ribadisce la validità dell’Open Internet Regulation, indicando la compatibilità con tale normativa di network slicing e QoS differenziata.
Scetticismo viene manifestato anche sulla regolazione dell’accesso. In particolare, viene messa in discussione l’ipotesi di privilegiare l’accesso simmetrico rispetto a quello asimmetrico e l’idea di creare un prodotto di accesso wholesale pan-europeo di cui “non viene percepita la reale utilità”. Viene inoltre considerata irrealistica la previsione di una data di switch-off obbligatoria del rame unica per tutta l’UE, pur riconoscendone potenziali benefici, suggerendo invece indicatori non vincolanti e misure graduali.
Agcom esprime perplessità sull’idea di abbandonare la regolazione asimmetrica ex ante, sottolinea le peculiarità nazionali nella gestione dello spettro e la natura nazionale dei mercati delle reti e dei servizi di comunicazione elettronica. Sul level playing field, viene indicata l’esigenza di aggiornare il perimetro dei soggetti regolamentati e di estendere la regolamentazione anche alle CDN, richiamando la delibera n. 207/25/CONS che ha esteso il regime di autorizzazione generale ai fornitori di CDN.
Regolamento o direttiva: la frattura tra Stati membri e lo slittamento
In un contesto di posizioni fortemente contrastanti, un paper firmato da sei Stati membri (tra cui l’Italia) ha contestato l’idea di adottare un regolamento, proponendo una direttiva. Per concedere più tempo ai funzionari, anche alla luce delle carenze individuate durante una revisione interna del Regulatory Scrutiny Board, la Commissione ha rinviato ufficialmente la proposta al 20 gennaio 2026. Il rinvio, in questa sequenza, diventa il segno di una discussione che non riguarda soltanto i contenuti, ma anche la forma e l’intensità dell’armonizzazione.
La connettività fissa e mobile: a che punto siamo?
Sul versante delle reti fisse, l’Italia presenta una quota di copertura NGA pari al 98,8%, che la posiziona al sesto posto a livello UE. La fotografia cambia sulle reti ad altissima capacità: la copertura VHCN colloca il Paese al quartultimo posto in Europa con il 70,7%, inferiore a tutte le altre grandi economie europee. È un divario che pesa perché la capacità della rete fissa diventa un fattore abilitante per servizi avanzati e per la transizione verso modelli più digitali.
Sul 5G, gli operatori italiani dichiarano una copertura del 99,5% (standalone e non-standalone), quinto valore più alto in Europa, superiore alla media europea (94,3%) e anche rispetto a Germania (99,1%) e Francia (94,3%). Tuttavia emerge una lettura più critica guardando all’allocazione delle base station: dai dati citati della Commissione europea (5G Observatory), le stazioni 5G che sfruttano bande 4G tramite DSS sono il 35,2% del totale. In ogni caso, l’Italia spicca per numero di stazioni radio base 5G operative: 30.546, quarto valore più alto in UE, elemento che riflette un impegno considerevole.
Le intenzioni di copertura dichiarate dagli operatori risultano però ridimensionate: se nel 2021 era previsto raggiungere il 94,6% in 5G NSA entro il 2026, nell’ultima rilevazione il valore scende al 90,4%. E c’è un passaggio che chiarisce il punto più sensibile: “Dall’ultima mappatura Infratel non emerge nessuna volontà da parte degli operatori di coprire il territorio nazionale in 5G SA nel triennio 2024-2026”. In una fase in cui il 5G Standalone è ancora poco diffuso anche in Europa, questa assenza di intenzioni di copertura nel periodo indicato diventa un segnale che incrocia strategie industriali e condizioni di investimento.












