Nel dibattito pubblico l’intelligenza artificiale continua a occupare la scena con un’energia che, a tratti, somiglia ancora a quella dei grandi debutti tecnologici. Nel settore delle telecomunicazioni, invece, il 2026 si annuncia come l’anno in cui l’AI smette di essere una “debuttante” e diventa un elemento strutturale, destinato a cambiare la maniera in cui le reti vengono progettate, gestite, rese più efficienti e, soprattutto, monetizzate. Un’analisi di Simon-Kucher descrive il passaggio con una formula che, per chi opera nelle telecomunicazioni, suona come un indicatore di maturità: “la cosa più entusiasmante dell’AI in questo momento è che sta diventando poco entusiasmante.” E questo significa che entra nei comportamenti e si trasforma in aspettativa, proprio come è accaduto con la banda larga, con il cloud, con lo smartphone.
In questo contesto l’invisibilità si può considerare quasi un traguardo: se l’AI funziona davvero, finisce per “fondersi sullo sfondo delle nostre vite digitali.” Per le telco europee, però, quella fusione non è automatica, poiché richiede investimenti continui e margini sufficienti; inoltre, domanda una qualità percepita che riduca attrito e disservizi, perché l’esperienza dell’utente è diventata la misura concreta della modernità di una rete.
Indice degli argomenti
Un’infrastruttura strategica che fatica a trattenere valore
Un’analisi di Kearney ricorda che l’Europa ha dettato il passo delle telecomunicazioni per decenni, ma oggi rischia di scivolare in una posizione difensiva. Nello European Telecom Health Index si evidenziano drammaticamente tutti gli elementi critici che affliggono il mercato: ricavi core stagnanti, ritorni in calo, gap di finanziamento e uptake della fibra inferiore alle attese, nonostante rollout significativi. In parallelo, la parte più ricca della catena del valore viene spesso catturata da hyperscaler e piattaforme, più abili nel trasformare traffico e dati in servizi ad alto margine.
Il nodo, quindi, non riguarda certamente la sostenibilità dei bilanci ma ancor più la competitività complessiva del sistema economico, perché le reti sono la spina dorsale di pagamenti, trasporti, servizi pubblici, sanità e scuola. Se la spina dorsale si indebolisce, si riduce la capacità di sostenere l’industrializzazione dell’AI e di mantenere autonomia tecnologica. Kearney evidenzia un trend che pesa come un giudizio: i ritorni sul capitale sono scesi dal 6,7% del 2014 al 5,9% del 2023, mentre l’impegno di investimento resta elevato, con l’effetto di comprimere ulteriormente le possibilità di innovazione.
In Italia focus sulle frequenze
In Italia il tema delle frequenze pesa già sulle scelte del 2026, perché la scadenza del 31 dicembre 2029 riguarda una quota rilevantissima dei diritti d’uso che reggono le reti mobili. Non è un dossier “tecnico”: è una decisione di politica industriale, dato che incide sulla continuità del servizio, sulla qualità della copertura, sulla capacità di assorbire traffico e sulla competitività degli operatori, soprattutto mentre il mercato deve accelerare sul 5G standalone. Il quadro è reso più sensibile da una distribuzione dello spettro non omogenea fra i player, con il rischio che una semplice replica dell’assetto attuale cristallizzi asimmetrie proprio quando la competizione si sposta dalle tariffe alle prestazioni e ai servizi a valore.
La consultazione Agcom nasce per evitare incertezza a ridosso della scadenza e per mettere a confronto modelli alternativi, arrivando a ipotizzare una proroga delle licenze fino al 31 dicembre 2037 in cambio di investimenti. L’obiettivo industriale sarebbe liberare liquidità per le reti invece che assorbirla in una nuova asta, ma la tenuta del modello dipende da condizioni stringenti: obblighi di copertura e qualità misurabili, enforcement credibile e un accesso wholesale rafforzato che mantenga la contendibilità del mercato. Sullo sfondo resta il nodo del prezzo, perché un’impostazione orientata a massimizzare l’incasso nel breve periodo tende a comprimere gli investimenti e a riflettersi, nel tempo, sulla qualità della rete e sulla capacità di abilitare applicazioni avanzate.
Fibra: dalla copertura all’adozione come test di solidità
In questo contesto, oggi, le telco non solo devono puntare prioritariamente alla monetizzazione ma soprattutto misurala con un livello di severità inedito. La stagione dell’espansione infrastrutturale lascia spazio a una domanda più stringente: quanta parte dell’investimento si traduce in adozione reale, ricavi difendibili e fiducia? È qui che si inserisce l’osservazione di Kearney: in diversi mercati la fibra arriva fin sotto casa, mentre l’attivazione su larga scala e la sostituzione ordinata del rame procedono più lentamente, lasciando capitale immobilizzato e ritorni sotto pressione.
Quando l’uptake resta basso, la rete rischia di essere eccellente sul piano ingegneristico ma incompiuta sul piano industriale, perché non genera ritorni adeguati né libera risorse per la fase successiva, nella quale la connettività deve diventare piattaforma di servizi. L’AI può aiutare, perché rende più efficaci segmentazione, personalizzazione e gestione proattiva della relazione; tuttavia la promessa va mantenuta, dato che la fibra attivata è un patto di qualità, e un patto vive di continuità, trasparenza e capacità di risolvere rapidamente i problemi.
Prezzi e modelli commerciali: innovare senza rompere la fiducia
Se l’AI cambia il modo in cui si crea valore, il modo in cui lo si vende evolve più lentamente. Simon-Kucher avverte che la tensione tra modelli tradizionali e modelli “a consumo” o “a risultato” segnerà il 2026: “La tecnologia evolve al ritmo della tecnologia; il comportamento umano cambia al ritmo dell’essere umano”, spiega la società di consulenza.
Per le telecomunicazioni questo significa che il pricing non può limitarsi a rincorrere la sofisticazione tecnica, né può essere guidato solo dalla pressione finanziaria. Deve costruire prevedibilità, soprattutto nel B2B e nella PA, dove la spesa va governata e la qualità deve essere dimostrabile. I modelli outcome-based hanno senso quando esistono metriche condivise, dati affidabili e una governance che impedisca di trasformare la relazione in contenzioso; diversamente, l’innovazione commerciale introduce instabilità e sfiducia, cioè esattamente ciò che una infrastruttura essenziale non può permettersi.
B2B, piattaforme e telco-edge-cloud: riconquistare rilevanza
Kearney osserva che molte telco hanno inseguito l’ICT B2B finendo spesso nel reselling a basso margine. Il 2026 richiede discontinuità, perché imprese e settori regolati chiedono sicurezza, compliance e continuità operativa: in questo spazio l’operatore può crescere se propone servizi adiacenti alla rete, dall’edge alla connettività gestita, fino alla sicurezza come servizio, con una responsabilità chiara sulla performance e sulla protezione.
La spinta alla platformization rafforza questa rotta. Se i buyer vogliono più valore da meno fornitori, l’operatore può diventare orchestratore, a condizione che integri davvero dati e funzioni e che offra un’esperienza end-to-end coerente. Telefónica, guardando al 2026, insiste sull’evoluzione verso reti ‘telco-edge-cloud’, sull’integrazione del satellite e sul ruolo strategico dell’uplink 5G per casi d’uso legati all’AI; in questo quadro, network slicing e servizi specializzati possono diventare la base per un portafoglio meno commodity e più aderente ai bisogni reali di industria, logistica, sanità e pubblica sicurezza.
Regole, scala, resilienza: la politica industriale delle reti
Telefónica, dal canto suo, collega il 2026 a un’agenda di semplificazione e rilancio della competitività attraverso riforme come Omnibus Digital package e Digital Networks Act. Il tema non è solo tecnico: senza regole più agili e incentivi coerenti, la capacità di investire in spettro e reti ad alta capacità si indebolisce, proprio mentre aumentano i requisiti di sicurezza e continuità. La discussione sulla scala torna centrale, perché un approccio più dinamico alla concorrenza può incidere su qualità e innovazione, oltre che sulla sostenibilità degli investimenti.
Accanto alle regole c’è la resilienza, che non può restare un capitolo dell’ingegneria. Outage e rischi di supply chain mostrano che l’infrastruttura critica richiede governance strategica, soprattutto in un contesto geopolitico più instabile. Lo stesso vale per il satellite in orbita bassa: può rafforzare copertura e robustezza, ma, se governato male, rischia di introdurre dipendenze esterne. Infine c’è il capitale: per centrare i target del Decennio Digitale, Kearney stima investimenti aggiuntivi per 174 miliardi di euro, e quei fondi arriveranno soltanto se il quadro di policy renderà credibili e sostenibili le partnership di lungo periodo.
Dal ruolo di “utility” a infrastruttura abilitante
Il 2026 non sarà ricordato per un annuncio sull’AI, ma per la capacità delle telecomunicazioni di restare il motore silenzioso dell’economia connessa. Poiché l’AI diventa requisito, il differenziale competitivo si sposterà su dati, integrazione, sicurezza ed esecuzione. Per le telco europee la sfida è trattenere una quota più equa del valore generato sulle reti, senza rinunciare alla missione pubblica della connettività.
Servono fibra realmente attivata, qualità misurabile, modelli commerciali credibili, B2B centrato su servizi adiacenti alla rete e un percorso regolatorio che renda investimenti e innovazione compatibili con concorrenza e tutela. In gioco non c’è soltanto la redditività di un settore, ma la capacità del continente di determinare la propria traiettoria tecnologica.












