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Mannoni: “Regole Ngn, la politica stia fuori”

Il commissario Agcom: “Dalle invasioni di campo possono venire solo danni per tutti”

20 Giu 2011

«Il rischio è che anche sull’accesso alla rete in fibra ottica
si scateni uno scontro politico. È l’ultima cosa di cui abbiamo
bisogno». A lanciare l’allarme è il commissario
dell’Authority per le Comunicazioni Stefano Mannoni, convinto che
entrambi i fronti (Telecom Italia da una parte, gli Olo
dall’altra) abbiano reagito con toni eccessivi al provvedimento
messo in consultazione dall’organismo guidato da Corrado Calabrò
sulle regole concorrenziali della rete del futuro. “Abbiamo già
visto sul digitale terrestre – prosegue – quali danni possa
produrre una dialettica del genere”.

Sul digitale terrestre è in corso uno scontro politico che
impatta sugli aspetti regolamentari?

È sotto gli occhi di tutti: i gestori delle tv locali resistono
alla richiesta di liberare le frequenze, chiedendo di essere
compensati con parti di spettro assegnate a Rai e Mediaset e il Pd
li spalleggia in pieno. Il risultato è che l’asta per
l’assegnazione delle frequenze liberate dalle tv medesime si
complica e con essa il previsto incasso di 2,5 miliardi di euro da
parte dello Stato, per tacere della tanto auspicata
razionalizzazione dello spettro. L’aria è quella del regolamento
di conti, più che del regolamento delle frequenze.

Ammesso che le cose stiano davvero così, in che senso
questo potrebbe ripetersi nella vicenda della Ngn?

Con uno schema in cui l’operatore dominante viene presentato da
certa stampa come vittima di un’aggressione governativa e
pertanto bisognoso di una protezione “a prescindere”
dell’opposizione. La quale, per inciso, è la stessa che durante
il Governo Prodi, quand’era maggioranza, prese di mira la Telecom
“nemica”, guidata da Tronchetti Provera. Tutta la sensibilità
di oggi sulla presunta ingerenza del tavolo Romani nelle scelte
aziendali non si manifestava quando i destini della rete Telecom
venivano decisi a porte chiuse col Piano Rovati.

Veramente i primi a protestare stavolta sono stati gli Olo. Non
hanno ragione a lamentarsi per la scomparsa
dell’unbundling?

Questo è frutto di un eccesso di diffidenza. Non c’è
l’unbundling tradizionale, d’accordo, ma viene sostituito da un
lato da un accesso bitstream molto più evoluto dell’attuale, e
dall’altro da un accesso fisico che si può garantire anche nelle
reti Gpon come quella che si appresta a realizzare Telecom.

Nei commenti e nelle dichiarazioni seguite alla delibera
dell’Authority si è parlato quasi solo di bitstream, come se non
ci fosse obbligo di garantire accesso fisico da parte di Telecom
Italia.

Invece c’è, e non vorrei fosse dimenticato, perché rappresenta
parte importante del provvedimento. Se mi passa la battuta, non
vorrei qualcuno pensasse che il bitstream è di sinistra e
l’unbundling di destra, perché auspicato al tavolo Romani!

Come funziona questo accesso fisico che dovrà essere
assicurato ai concorrenti di Telecom?

Gli Olo che ne faranno richiesta dovranno avere la possibilità di
arrivare direttamente ai clienti finali attraverso un collegamento
messo a disposizione dalla stessa Telecom Italia…

Ma allora è come l’unbundling.
Non è proprio la stessa cosa. Con la rete in rame il collegamento
esiste già, e l’unbundling consiste appunto nello staccare il
doppino dalla rete di Telecom per collegarlo a quella
dell’operatore che ne fa richiesta, operazione piuttosto
semplice, che si può esaurire in pochi giorni.

E per la rete del futuro, invece?
La faccenda è un po’ più complicata. Nelle reti Gpon il
collegamento singolo dalla centrale al cliente non c’è. Sarà
Telecom a realizzarlo, a beneficio dell’operatore alternativo che
lo richiederà. Il che significa che gli Olo dovranno imparare a
chiederlo per tempo, consentendo a Telecom Italia di programmare
gli interventi.

Ma se è vero che la ragione principale della scelta del Gpon è il
costo nettamente inferiore al punto-punto, la domanda è: chi paga
i collegamenti al singolo cliente?

Saranno gli Olo a pagare Telecom perché li realizzi. L’Authority
vigilerà sul fatto che i prezzi siano orientati ai costi e che
l’ex monopolista non accampi scuse per negare i collegamenti ai
concorrenti.

Pensa davvero che questo punto-punto on demand possa diventare un
tipo di accesso importante per la banda ultra larga?

Stiamo entrando in una terra incognita. È impossibile dirlo ora,
ma è fondamentale che questa possibilità ci sia.

Telecom Italia non sembra molto d’accordo. L’obbligo di accesso
fisico è la prima lamentela che ha inoltrato a Bruxelles sulla
vostra delibera. Una tegola per l’Authority?

Spero sia solo un fuoco di sbarramento per controbilanciare le
critiche degli Olo. Per quanto non sopravvaluti la lungimiranza
delle strategie regolamentari aziendali, mi sembrerebbe folle
chiudersi a riccio alla richiesta di un accesso fisico alla rete.

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