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Mannoni: “Senza senso ridimensionare Agcom”

Il commissario: “L’Antitrust è la gendarmeria del mercato. Il regolatore, invece, ha il compito di disciplinare l’accesso ai colli di bottiglia endemici”

08 Feb 2010

Stefano Mannoni, professore di storia delle costituzioni
moderne presso la Facoltà di Giurisprudenza di Firenze e
Commissario dell’Agcom
, non ha dubbi nel difendere le
prerogative dell’autorithy di cui fa parte. In un momento in cui
l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni è sotto
pressione su più fronti, dal cosiddetto “Decreto Romani” alle
schermaglie con l’Antitrust sulle rispettive competenze, il
commissario ha scelto di non mandarle a dire e ha spiegato al
Corriere delle Comunicazioni che “bisogna distinguere fra ruoli e
missioni”. “Tanto per cominciare – spiega Mannoni – devo
ricordare che quando ci siamo insediati (era il 2005, ndr) abbiamo
trovato zero analisi di mercato portate a termine, un enforcement
abbandonato in toto all’Antitrust capitanata da Giuseppe Tesauro
che lo esercitava a colpi di sanzioni multimilionarie, e
nell’audiovisivo quello che i più chiamavano  il far west. Chi
oggi ci vuole impartire lezioni, a suo tempo ci lasciava in
eredità questa singolare applicazione del laissez faire ossia : la
mano invisibile del regolatore!”.
Eppure c’è chi sostiene che il compito dell’Agcom non
debba durare per sempre, quanto piuttosto esaurirsi dopo aver
regolamentato la creazione di un mercato.

Che confusione! Nessuno che faccia il suo mestiere. L’Antitrust
è la gendarmeria del mercato e ha la missione di reprimere abusi
che ne minaccino il corretto funzionamento. Il regolatore ha il
compito di disciplinare l’accesso ai colli di bottiglia i quali,
in buona parte, sono endemici. Il perimetro si riduce in termini
quantitativi, ma la qualità dell’intervento richiesto non
cambia. Rimane sempre la stessa. Almeno in Europa la pensano tutti
così.
Questi colli di bottiglia non potrebbero essere
regolamentati diversamente, da altre fonti? 

No: il ricorso dell’Antitrust agli impegni non è un succedaneo
della regolazione. Gli impegni sono l’equivalente del
patteggiamento nel sistema penale. Il tema è comunque quello della
deterrenza perseguita attraverso un procedimento meno oneroso e
impopolare di quello sanzionatorio. Tutto qui. È comprensibile che
in una congiuntura di forte crisi economica il ricorso alla multa
possa sembrare sproporzionato. Ma questo non significa affatto che
il gendarme si sia trasformato in regolatore. Lo conferma del resto
la circostanza che l’antitrust comunitario continui ad irrogare
pesanti sanzioni. Per parte sua il regolatore mira
all’organicità e all’equilibrio, valori che non possono essere
tutelati da interventi episodici come quelli dettati da
procedimenti  repressivi ex post. Per tacere poi dei tempi che nei
casi delle istruttorie antitrust possono essere largamente
incompatibili con l’esigenza di risposte immediate.
Insomma, gli impegni non sono sufficienti o adatti a
regolamentare il mondo delle tlc.

La regolamentazione delle telecomunicazioni obbedisce a tre
logiche: economica e asimmetrica, quando disciplina il potere di
mercato e l’accesso alle essential facilities; tecnica quando
investe questioni di coabitazioni simmetrica tra le imprese su un
piano di parità, come i piani di numerazione o le frequenze;
democratica, come la regia del pluralismo, baluardo dei diritti
politici, la tutela dei minori e dei consumatori.
Qual è la posizione dell’Unione Europea su questo
tema?

La Commissione Europea nelle  sue fonti più recenti dice chiaro e
tondo che anche in un mondo Ngn (next generation network, ndr.)
sarà necessaria la regolamentazione ex ante.  Immaginare che
l’ingresso nell’era della fibra  significhi  minori problemi
concorrenziali significa coltivare una pia illusione. Direi che il
dibattito italiano si avvantaggerebbe grandemente di un po’ di
consuetudine con quello europeo. Diventerebbe un po’ meno
provinciale e perderebbe quell’ aria fastidiosa di lite da
pollaio. 
Queste posizioni potrebbero cambiare se si andasse verso
uno scorporo della rete?

Non direi proprio. Ho letto qui e là dello scorporo della rete di
Telecom Italia per farne una sorte di consorzio delle
telecomunicazioni. E’ chiaro che non può funzionare così, né
ex ante né ex post. 
Il viceministro alle Comunicazioni Paolo Romani ha accusato
Calabrò di slealtà.

No comment. Osservo solo che la relazione del Presidente al
Parlamento è stata integralmente condivisa e supportata dal
Consiglio dell’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni.