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Missione “rivalsa” per Italtel: il piano di Stefano Pileri

“Il 2011 sarà l’anno dei video e vogliamo essere in pole position nell’Hd su protocollo Ip”, annuncia l’Ad nella sua prima intervista in qualità di numero uno dell’azienda. “L’obiettivo è ripetere il record che nel 2000 ha portato l’azienda alla ribalta mondiale per la migrazione del traffico voce su Ip”

29 Nov 2010

Riportare Italtel ai vecchi fasti. Anzi a nuovi fasti. È questo
l’ambizioso obiettivo che Stefano Pileri intende perseguire in
qualità di nuovo timoniere dell’azienda. “Ho fermamente e
fortemente voluto questa avventura”, racconta al Corriere delle
Comunicazioni. “Italtel è un’azienda nella quale credo. E
credo nell’Italia. Per questo, nonostante allettanti proposte
dall’estero ho deciso di accettare questa sfida”.

Si riparte dunque.
Ci sono tutte le condizioni per guardare avanti con ottimismo:
l’equity è stato ristrutturato grazie ai 70 milioni di nuovo
capitale da parte dei soci industriali, Telecom Italia e Cisco, e
riguardo al ripianamento del debito le banche finanziatrici hanno
concesso linee di credito per 341 milioni con un piano di rimborso
dilazionato. Le risorse finanziarie sono dunque sufficienti per
riprendere con determinazione il percorso. Un grande ruolo in
questa fase complessa lo ha avuto il nostro Presidente Umberto de
Julio e ora saremo assieme, ancora una volta, per il rilancio di
Italtel.

Quali sono le tappe del nuovo percorso?
Sono molte. E riguardano in particolare il rafforzamento
dell’offerta, l’ampliamento del business nei segmenti
Enterprise e PA e la crescita dei ricavi esteri.

Partiamo dall’offerta.
La strategia fa leva su quattro perni: reti intelligenti Ip,
sistemi per il controllo e l’interoperabilità delle reti in
un’ottica di qualità, soluzioni Ict, servizi di ingegneria e
gestione. Gli operatori di Tlc stanno portando avanti progetti di
migrazione per portare i servizi voce e dati su infrastrutture Ip
unificate. Nella partita entra ora il video. Il 2011 sarà l’anno
del video e Italtel, insieme con Cisco, intende giocare in prima
fila. L’obiettivo è ripetere il record, quello che nei primi
anni 2000, ha portato Italtel alla ribalta in qualità di prima
azienda al mondo ad aver consentito ad un operatore di Tlc (Telecom
Italia, ndr.) di trasferire una parte consistente del proprio
traffico voce su rete Ip. Come allora, vogliamo essere in pole
position nel portare il video su protocollo Ip basandoci sulle
tecnologie di videocomunicazione Hd e sulle nostre competenze
ingegneristiche.

Sul fronte qualità delle reti quali sono le
novità?

Oggi è necessario assicurare la qualità del servizio nel transito
delle informazioni fra le diverse reti, si tratti di informazioni
voce, dati o video. Stiamo lavorando allo sviluppo di una linea di
prodotti per rendere possibile l’interconnessione di qualità fra
le reti ottenuta riservando una parte della banda o innalzando la
priorità di instradamento a determinati servizi, ad esempio quelli
video.

È la fine della net neutrality.
No e questo punto è bene che sia chiarito. Garantire la qualità
non significa penalizzare questo o quel servizio, questo o
quell’utente. Servono soluzioni di interconnessione
“intelligenti” che consentano di sostenere sia i servizi ad
alta priorità e valore aggiunto sia quelli in logica best effort.
Bisogna ottimizzare la gestione delle reti: le telco vedono ridurre
i propri margini sui servizi voce che poi sono quelli a più alta
redditività. E ciò riguarda le reti fisse ma sempre più anche
quelle mobili. Al contempo però le telco sono costrette a
investire sui network, in quanto la capacità richiesta cresce
costantemente, e a ottimizzarne la gestione.

E qui entrate in ballo voi.
Esattamente.

La realizzazione delle reti Ngn dunque vi
favorirà.

Non subito, ma certamente. Nel momento in cui la rete è realizzata
e si passa alla fase di migrazione e interconnessione allora il
nostro ruolo diventa determinante. Diciamo che se si rispetteranno
i tempi di roll out delle nuove reti, quelli annunciati dagli
operatori, sia riguardo alle reti in fibra sia a quelle Lte, per
Italtel i benefici comincerebbero nel 2012.

Poi c’è il rafforzamento dell’IT.
Sì, il mio progetto è ampliare la quota dei profitti: oggi le Tlc
pesano per l’85% sul fatturato (a quota 420 milioni di euro,
ndr), e la restante parte fa capo a Enterprise e Public Sector. Al
pari delle telco anche le grandi aziende stanno trasformando le
loro reti private. Sono partite le grandi banche e Poste Italiane e
l’effetto domino è già in atto. Si può dire che il Voip sta
“accadendo”. Su questo siamo tra i più competitivi e vogliamo
sfruttare il vantaggio. E poi c’è la partita della comunicazione
unificata che integra voce, video e messagging e oggi si apre agli
strumenti di social networking. E c’è un’altra rivoluzione in
corso: il cloud.

Punterete dunque anche sul cloud?
Certamente. Soprattutto considerando che le aziende potranno
usufruire di servizi in modalità pay per use. È questa la vera
svolta. Vogliamo cogliere l’opportunità facendo leva sui nostri
partner industriali, Cisco in prima fila.

E riguardo all’internazionalizzazione?
È un’altra mia grande sfida: oggi il 32% dei ricavi proviene
dall’estero, ma è una quota che bisogna incrementare. Puntiamo
su America Latina, Mediterraneo e Medio Oriente oltre che
sull’Europa dove siamo nei principali Paesi.

Passiamo al tema Italia: qual è il suo parere sulle
iniziative in campo in tema di innovazione?

Siamo sorpresi dal fatto che il Governo nonostante le numerose
dichiarazioni di intenti riguardo agli investimenti in
infrastrutture broadband, all’abilitazione di servizi innovativi
attraverso il Piano e-gov e alla spinta su ricerca e innovazione in
realtà concretamente ha fatto ben poco. È vero c’è stata la
crisi. E la priorità dell’intervento non poteva che essere a
favore della stabilità e degli ammortizzatori sociali. Ma a questa
“strategia” è mancato fino a oggi un terzo perno fondamentale:
quello dello sviluppo. L’applicazione dell’Icmt – ossia
dell’Ict e dei media digitali – non solo serve ad abbattere i
costi, ma soprattutto rende competitivo il sistema Paese.
L’adozione a medio termine dell’Icmt nella sanità, scuola,
energia, processi della PA ha un peso positivo per diversi punti di
Pil. E ammonta a circa 30 miliardi l’anno il risparmio garantito
nel medio termine. Il tutto a beneficio di un aumento della
competitività. E competitività vuol dire anche capacità di
attrarre investimenti esteri.

Il governo ha fatto poco, e le aziende?
In qualità di presidente di Confindustria Servizi Innovativi e
Tecnologici posso dirle che c’è fermento nel comparto. Ci si
interroga sulle cose fatte e quelle da fare. Il dibattito è in
corso e riguarda in particolare la strategia da seguire affinché
le esigenze del comparto Icmt siano tenute in debito conto da chi
governa. Una cosa è certa: se l’azione del governo non è
sufficiente, se non ci sono a disposizione fondi cui accedere né
vengono messe in atto misure incentivanti, allora pur continuando a
suggerire all’esecutivo di intraprendere il cammino
dell’innovazione, è necessario che le aziende si rimbocchino le
maniche e che si coinvolga il sistema bancario per reperire le
risorse necessarie a sostenere gli investimenti e ancora una volta
le istituzioni per ottenere regole che ne rendano più certi i
ritorni.

Ma le aziende sono in grado realmente di
investire?

Il settore dell’Icmt, come tanti altri settori sta soffrendo. I
margini di redditività si riducono, gli investimenti seppur in
calo sono necessari e restano elevati. Il comparto è in grado di
generare qualcosa come 70 miliardi di euro, di cui 45 dal solo
indotto delle Tlc e 20 dall’informatica. Le difficoltà sono
innegabili ma bisogna andare avanti.