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Rapporto Caio: scarica il testo integrale

18 Mag 2009

In anteprima il rapporto sul broadband stilato dal consulente del
governo Francesco Caio (scarica
qui il testo integrale del rapporto)

Un documento di 105 pagine intitolato “Portare l’Italia verso
la leadership europea nella banda larga – Considerazioni sulle
opzioni di politica industriale”; è il famoso Rapporto Caio che
il Corriere delle Comunicazioni è in grado di anticipare. In esso
si sintetizzano le opzioni che la politica si trova davanti:
limitarsi ad interventi contro il digital divide, dare un supporto
così così allo sviluppo delle nuove reti, oppure essere ambiziosa
e farsi “asiatica” promuovendo con massicci investimenti il
decollo delle reti in fibra ottica. Ed è quest’ultima la
preferenza che emerge da un altro documento, più sintetico, 25
pagine, che Caio ha presentato al governo e titolato: “La
possibilità di una leadership europea -Per una strategia di
sviluppo della rete in banda larga in Italia”. Titolo
significativo anche perché tradisce l’opzione preferita da
Francesco Caio, un manager dalla lunga carriera professionale (Ad
di Omnitel, fondatore di Netscalibur, Ad di Cable & Wireless,
presidente dell’European Advisory Board di Lehman Brothers,) ed
anche advisor del governo inglese sulla banda larga prima di
esserlo per quello italiano. Il rapporto è stato presentato al
governo il 12 marzo e restano tuttora riservati. Il Corriere delle
Comunicazioni ne è entrato in possesso. Ne proponiamo una sintesi
per i nostri lettori. Il lavoro nasce dalla consultazione di
numerose aziende ed istituzioni: Telecom Italia, Fastweb, BT,
Metroweb, Vodafone, Wind, 3, Aria, Aiip, Asstel, Confindustria,
Rai, Mediaset, Sky, Eutelsat, Astra, Sirti, Italtel, Alcatel,
Ericsson, Agcm, Agcom, le Regioni e la Direzione generale
Comunicazione dell’Ue.

Il ruolo della politica industriale
La banda larga è un’infrastruttura centrale per la
competitività delle imprese e la qualità della vita di milioni di
cittadini. La crescita di traffico e lo sviluppo di nuove
applicazioni fanno emergere i limiti della rete in rame. Lo
sviluppo di una nuova rete di accesso chiede un approccio sistemico
e di lungo termine.
Oggi l’Italia non è fra i leader della banda larga (copertura
reale 85% circa contro 90% media Ocse). Nel periodo 2005-2008 sono
fortemente rallentati gli investimenti in fibra mentre gli altri
Paesi hanno accelerato. Gli obiettivi per l’infrastruttura di
rete a banda larga individuati sono: a) universalità di accesso
per mettere tutti i cittadini e tutte le imprese, in tempi rapidi,
in condizione di poter collegarsi alla rete e fruire di servizi che
sempre più hanno caratteristiche di essenzialità (piattaforma
critica per la trasformazione della PA); b) qualità della rete per
mettere i cittadini e imprese delle zone urbane e a più alta
densità allo stesso livello di competitività dei Paesi più
avanzati. Una visione di leadership implica il raggiungimento entro
5-6 anni del 40-50% di connessioni Nga (banda 50-100
mega/simmetrica) e il raggiungimento entro 2-3 anni del 99-100%
della popolazione con banda larga adeguata ai principali servizi.
Ciò porterà l’Italia nel G8 dell’infrastruttura digitale.
Bisogna essere ambiziosi perché l’infrastruttura Nga avrà
impatti sulla produttività, l’innovazione, la qualificazione del
Paese, sarà una variabile chiave della competitività
territoriale, innescherà un circolo virtuoso
investimenti-occupazione, anche in senso anticiclico. Il percorso
di questa politica industriale dovrà partire dai piani dei
gestori, verificarne la coerenza con gli obiettivi di sviluppo
pubblici, definire i progettii per raggiungere i target
strategici.

L’evoluzione della domanda
Oggi Internet è usata in Italia da 20 milioni di persone, di cui
più di 10 a banda larga. La banda larga è essenziale per la
competitività e i servizi alle imprese, anche piccole. Nonostante
un rallentamento nella crescita delle linee, il traffico in banda
larga continuerà a svilupparsi a ritmi sostenuti. Il livello di
prestazione richiesto alle reti continuerà a crescere. La
diffusione del broadband in Italia è tra i più bassi livelli
nell’Ocse (22° per penetrazione, 20° per crescita). La crescita
ha rallentato all’avvicinarsi della saturazione delle “famiglie
con pc” e della sostituzione del narrowband con il broadband.
Eppure il traffico crescerà: nuovi servizi multimediali fruibili
in rete e maggior tempo passato online; iniziative per promuovere
diffusione e utilizzo dei servizi online; diffondersi di nuovi
device digitali che incorporano la connessione a banda larga
(“Internet senza Pc”). Siamo all’alba di una nuova fase di
sviluppo della banda larga che richiede un innalzamento dei livelli
qualitativi della rete in termini di banda (megabit/s), simmetria
download-upload, latenza, stabilità. Ma il mercato sarà in grado
di finanziare gli investimenti necessari?

Copertura della popolazione
Eliminazione del digital divide

A fine 2010 il 97% della popolazione telefonica sarà allacciata a
centrali abilitate alla banda larga. (95% oggi). In realtà, 7,5
milioni di persone (12%) hanno e avranno un servizio nullo o
inferiore a un mega. Il piano “inerziale” di Telecom Italia non
cambia di molto la situazione: al 2012 arriveremo a una copertura
“full” dell’89%. La larga banda mobile mostra scarsa
complementarietà con la rete fissa: raggiunge appena l’1% della
popolazione non toccata dal broadband fisso. Le iniziative di
Infratel hanno aumentato la copertura in broadband ma sono state
orientate al fisso, con Telecom Italia principale beneficiario; non
sono chiari criteri di allocazione delle risorse e si sono create
reti pubbliche difficili da valorizzare. Di recente è stato
definito è un piano “molto sfidante” di “accordi di
co-finanziamento” con le Regioni ma andranno assicurati “il
massimo utilizzo degli investimenti fatti dal più ampio numero di
operatori” e un “coordinamento più stretto con i gestori per
le attività di pianificazione e realizzazione”.
I piani in essere non sembrano però chiudere l’obiettivo di
copertura universale in tempi ragionevolmente brevi. Di qui
l’indispensabilità di un “intervento di finanza pubblica per
estendere la rete in aree in cui la bassa intensità non giustifica
l’investimento dei gestori”. È necessario un intervento in
tempi rapidi.
Il livello del servizio deve essere un trade off fra costi di
copertura, servizi, tempi di realizzazione: “Sembra ragionevole
ipotizzare 2Mbps di banda minima garantita”. Oltre ad assicurare
una serie di servizi di base ciò consentirebbe di mettere a gara e
usare un mix di più piattaforme: fisso, radiomobile, hyperlan
(6Mbps download e 4Mbps upload), Wimax (7Mbps download e 512
upload), satellite, ideale per la copertura dell’ultimo 1-2%
(2Mbps download e 384 kbps upload).
Per la copertura del digital divide si stima un investimento di
1,2/1,3 miliardi; il piano può essere completato entro il 2011 se
avviato entro giugno 2009 coprendo il 99% della popolazione.
Ci vuole tuttavia un nuovo approccio più coordinato nella
pianificazione e gestione degli interventi pubblici. Il
dipartimento delle Comunicazioni del ministero dello Sviluppo
economico dovrebbe fungere da cabina di regia. Il territorio da
coprire va diviso in aree; vanno messe a gara copertura a banda
larga e fornitura del servizio: vince l’operatore o il consorzio
che richiede l’ammontare minore di finanziamento pubblico,
garantendo qualità e prezzo del servizio. Ci vuole un tetto al
finanziamento in ogni area e la rete deve essere aperta.

Competitività della rete
Evoluzione verso la fibra

La rete in rame/Dsl sarà per i prossimi anni la principale
piattaforma tecnologica per il broadband, anche perché Telecom
Italia ha rivisto al ribasso i piani di investimento. Vanno dunque
monitorate da parte di Agcom e Ota la qualità e le condizioni di
utilizzo della rete in rame. Tuttavia, essa rischia
l’obsolescenza: già ora la banda reale non coincide con quella
nominale col rischio di avere una rete di accesso inadeguata.
La migrazione alla fibra deve garantire le dinamiche competitive
evitando pre-emption del mercato: una regolamentazione sui
cavidotto o sull’accesso alle infrastrutture passive è
giustificata. Il prezzo va orientato al costo dei servizi di
accesso alla fibra. Governo e Comuni devono facilitare con
normative ad hoc la posa dei cavi, ma anche consentendo la
fruizione di parte dello spettro radio (altre frequenze Uhf),
liberato dalla Tv digitale terrestre.
E poi, c’è una specie di male oscuro della rete in rame:
un’obsolescenza non visibile ma progressiva di cui ci si potrebbe
accorgere troppo tardi.
Si rischia il bandwith crunch per reti di accesso inadeguate. Per
sviluppare le Ngn vengono individuate tre opzioni con investimenti
pubblici “non a fondo perduto ma a prospettiva di ritorno”: 1)
“Leadership in Europa”: un piano nazionale per collegare il 50%
delle case – 100 città – in Ftth P2P (ingente investimento
pubblico e creazione di un’azienda nazionale integrata fibra e
rame, intorno alla struttura di TI). L’investimento è di 10
miliardi in 5 anni; 2) “Per non arretrare”: collegare il 25%
della case (40-50 città) in Ftth P2P) creando un’azienda
nazionale in fibra. 5,4 md in quatto anni; 3) Flessibilità nel
territorio: copertura di 10-15 città in Fthh P2P in partnership
con aziende di rete locali. Ma secondo Caio “è il momento di
essere ambiziosi”.