La resilienza delle reti Telco è ormai una priorità strategica, spinta da normative come la NIS2, e si costruisce su tre livelli complementari: infrastruttura fisica, processi operativi e strategia organizzativa.
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Un rischio sempre più concreto per le Telco
La continuità del servizio non è più soltanto un requisito tecnico, ma un tema di responsabilità pubblica. Fenomeni meteorologici sempre più estremi, minacce informatiche in costante evoluzione e la crescente dipendenza di cittadini e imprese dalla connettività stanno spingendo la resilienza delle reti al centro dell’agenda degli operatori, accanto a temi più consolidati come copertura e velocità. I numeri confermano l’urgenza: secondo l’International Trade Administration (2025), l’Italia è il quarto Paese al mondo e il primo in Europa per attacchi informatici subiti, con le telecomunicazioni tra i settori più colpiti insieme alla pubblica amministrazione.
Il quadro normativo: dalla NIS2 al precedente spagnolo
Il quadro normativo italiano ed europeo riflette questa urgenza. La direttiva NIS2, recepita in Italia con il D.Lgs. 138/2024, impone agli operatori di telecomunicazioni, insieme a migliaia di altri soggetti essenziali e importanti, di adottare entro ottobre 2026 misure di sicurezza di base che coprano non solo la cybersecurity, ma anche la continuità operativa e la gestione dei fornitori, secondo una logica multi-rischio resa via via più stringente dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN).
Un segnale di quanto la partita si stia allargando arriva anche da oltreconfine: la Spagna si prepara a imporre per legge alle reti di telecomunicazione (sia mobili che fisse, compresa la fibra) e alle infrastrutture digitali, dai satelliti ai cavi sottomarini, almeno quattro ore di autonomia in caso di blackout, con obbligo di sistemi di backup per gli operatori con oltre 500.000 clienti o con ricavi annui superiori a 50 milioni di euro.
Non è un obbligo replicato in Italia, ma è un precedente regolatorio che offre un riferimento concreto per chi deve pianificare investimenti in continuità operativa nei prossimi anni.
Il cambio di passo è confermato anche dai piani di investimento degli operatori. Secondo il report NIS Investments 2025 di ENISA, se negli ultimi due anni la conformità normativa è stata il principale driver della spesa in cybersecurity, oggi molte organizzazioni intendono orientare le risorse future verso il rafforzamento della postura di sicurezza nel suo complesso: le priorità più diffuse sono l’aggiornamento degli strumenti di cybersecurity (47%), il miglioramento della resilienza (34%), l’ampliamento dei programmi di formazione (33%) e l’investimento in personale specializzato (31%). Un segnale che le politiche europee stanno orientando gli investimenti nella direzione giusta, anche se l’impatto reale si potrà misurare solo nel tempo.
Ridondanze apparenti e rischi nascosti
Dietro la conformità normativa, però, si nasconde una sfida più profonda: molte delle ridondanze su cui le reti fanno affidamento sono solo apparenti. Elementi duplicati che condividono la stessa infrastruttura (backbone, alimentazione elettrica, fornitore) non offrono alcuna protezione reale in caso di guasto. A questo si aggiunge la crescente complessità degli ambienti multi-cloud e multi-vendor, che rende più difficile avere piena visibilità delle interdipendenze, e la dipendenza critica da terze parti – energia, fibra, torri, logistica – che può limitare la capacità di risposta anche dell’operatore meglio organizzato.
I tre livelli della resilienza
Costruire resilienza reale richiede un approccio strutturato, che si sviluppa su tre livelli complementari, dal livello fisico a quello strategico:
- Infrastruttura fisica. Ridondanze verificate su percorsi realmente diversificati, non solo duplicati sulla carta: alimentazione duale con backup autonomo, apparecchiature rinforzate contro gli eventi climatici estremi e instradamento della fibra su tracciati fisicamente separati, per evitare che un singolo guasto – a un cavo, a una cabina elettrica o a un sito – comprometta l’intero servizio
- Processi e operazioni. Monitoraggio unificato supportato da AIOps, capace di correlare segnali da rete, energia e sicurezza in un’unica vista; automazione del rilevamento e del ripristino dei guasti; e test reali di guasto (chaos testing), perché senza simulazioni concrete molte vulnerabilità restano nascoste fino al momento in cui si manifestano
- Strategia e organizzazione. Piani di continuità operativa integrati con la gestione della cybersecurity, superamento dei silos tra NOC e SOC per una risposta coordinata agli incidenti, e piena conformità con il quadro normativo NIS2, non vissuta come adempimento, ma come base di un modello di governance della resilienza
È su questi tre livelli, più che sulla sola spesa in sicurezza, che si misura la reale capacità di un operatore di reagire agli imprevisti.
Una responsabilità condivisa
La posta in gioco non è soltanto evitare sanzioni o disservizi isolati: gli incidenti significativi segnalati dagli operatori europei negli ultimi anni hanno generato perdite di servizio per centinaia di milioni di ore-utente. Investire nella resilienza significa proteggere non solo l’infrastruttura di un singolo operatore, ma la capacità dell’intero ecosistema di continuare a funzionare a fronte di eventi avversi, siano essi malevoli o meno.







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