Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

Romani-Bassanini: sul “veicolo” della fibra visioni divergenti

Il piano Metroweb? “Ha un orizzonte troppo ridotto” dice il ministro. “Per cablare l’Italia serve l’intervento dello Stato, con fondi pubblici o della Cdp”. Ma il presidente della Cassa sostiene il progetto di Gamberale: “Il Tavolo Romani ha aperto la via ma per la realizzazione delle nuove reti bisogna fare leva sugli investimenti privati”

20 Ott 2011

“Per la realizzazione delle reti in fibra ottica in Italia ci
deve essere una governance pubblica, finanziata con fondi pubblici
o della Cassa depositi e prestiti”: il ministro dello Sviluppo
economico Paolo Romani non ha alcuna intenzione di mandare
all’aria il progetto Fiberco e questa mattina è tornato
all’attacco inviando, fra l’altro, un chiaro messaggio a Vito
Gamberale, il numero uno del fondo F2i il quale ha sbaragliato le
carte del “Tavolo” Romani annunciando un piano alternativo a
quello proposto dal ministro, piano che intende fare leva su
Metroweb in qualità di società “veicolo” per la posa della
fibra sul territorio nazionale a partire dai distretti industriali
e dalle aree ad elevata concentrazione urbana.

Romani nei giorni scorsi ha espresso apprezzamento nei confronti
dell’iniziativa capitanata da Gamberale con il quale ha avuto un
primo vis-à-vis (“le strategie di crescita dell’operatore
milanese – aveva detto il ministro – possono dare un contributo
al piano governativo di digitalizzazione del Paese), ma ciò
evidentemente non rappresenta un passaggio di consegne. “Per lo
sviluppo della banda larga su tutto il territorio nazionale deve
esserci un vettore pubblico”, sottolinea il Ministro
puntualizzando che quello di Metroweb “è un progetto che vuole
avere un orizzonte ampio, ma parte da un orizzonte piuttosto
ridotto”.

Secondo il ministro l’iniziativa di Gamberale non potrà
garantire connettività ad alta velocità a tutto il Paese: “Il
ruolo dello Stato è determinante perché potrà garantire le
risorse da utilizzare laddove gli operatori non investiranno a
causa della scarsa domanda. Bisogna individuare un piano per
chiudere il digital divide e per collegare immediatamente, di
corsa, in banda ultralarga i distretti industriali. Serve un
investimento complessivo di circa 8 miliardi di euro".

Ma per portare avanti il progetto servirà il coinvolgimento delle
telco e in particolar modo di Telecom Italia. Il presidente
esecutivo Franco Bernabè ha però annunciato, in concomitanza con
l’annuncio del piano Metroweb, la definitiva uscita di scena da
Fiberco. Romani non ha accolto di buon grado le esternazioni di
Bernabè. E ancora da chiarire è il ruolo di Fastweb: l’azienda
si prepara ad entrare nell’azionariato di Metroweb quindi
difficilmente resterà seduta al “Tavolo”. E proprio oggi
Romani ha lanciato il j’accuse alle telco: “Finché non
c'erano soldi tutti chiedevano che ci fossero. Quando ci sono
stati sono scappati tutti, poi i soldi sono scomparsi e li chiedono
di nuovo”. “Volete l'intervento pubblico sí o no?” è la
domanda di Romani alle telco. E specificamente su Telecom Italia
Romani sostiene che "l'ex incumbent ha un atteggiamento
titubante e non vuole forzare il passaggio dal rame alla fibra. Ma
è difficile avere due reti. Trovo una certa resistenza anche
legittima, motivata dalle necessità dei risultati di
azienda".

Ma dove si troveranno i fondi? La legge di stabilità ha dirottato
verso altre destinazioni gli 800 milioni frutto
dell'extragettito della gara Lte che il ministro aveva
"promesso" al comparto Ict e soprattutto alle telco per
dare il via alla realizzazione delle reti Ngn. "Ho difeso a
lungo e con durezza il settore. Ho accettato questa difficile
mediazione solo quando ho avuto la certezza che la Cdp si sarebbe
sostituita". La partita dunque non è definitivamente chiusa:
intanto la Legge di stabilità dovrà passare l'esame del
Parlamento e c'è lo "spiraglio" del decreto Sviluppo
in cui secondo le prime indiscrezioni e secondo quanto dichiara lo
stesso Romani dovrebbe essere formalizzato l'accesso ai fondi
della Cassa depositi e prestiti per fare le nuove reti. "Il
decreto sviluppo è ancora in elaborazione – sottolinea Romani
-.Stiamo lavorando, non voglio anticipare il contenuto".

Se a Romani il piano Metroweb non convince, il pieno appoggio
all'iniziativa, anche finanziario, è stato invece ribadito dal
presidente di Cdp Franco Bassanini. "Siamo pronti a sostenere
finanziariamente il progetto Metroweb nel quale crediamo", ha
detto Bassanini che fra l'altro ha assunto da poco la
presidenza della stessa Metroweb. “Cdp, attraverso il fondo F2i,
ha una partecipazione in Metroweb, che ha in progetto non solo di
completare la rete in fibra di Milano, ma di cablare altre città
italiane. Abbiamo constatato con soddisfazione che sul progetto
Metroweb ci sono state dichiarazioni di interesse da parte dei
maggiori operatori di Tlc, in particolare Telecom Italia, Vodafone
e Fastweb. Questo dimostra che si è forse imboccata la strada
giusta, probabilmente l’unica possibile per il nostro
Paese”.

Il presidente della Cdp spiega inoltre che il piano Metroweb mira a
centrare l'obiettivo dell'agenda digitale, ossia di portare
la fibra a metà della popolazione al 2020 garantendo una
connessione a 100 mega. Il progetto "ha registrato
l'interesse e la disponibilità dei maggiori operatori che
potranno entrare nella società, a condizioni da negoziare e con
quote di minoranza". Il porgetto potrà contare anche sui
fondi europei: "Il commissario Neelie Kroes ha già annunciato
che ci sono diversi miliardi di euro per le reti ngn. Si tratta di
utilizzare un meccanismo di garanzie comuni Ue e Bei che ha un
moltiplicatore forte: con 1 mld è possibile finanziare
investimenti per 20 mld"

Bassanini ci tiene a sottolineare però che l'iniziativa
"non è contro il Tavolo Romani". “Il merito del tavolo
è stato quello di capire e far capire che in Italia non può
realizzarsi una soluzione alla giapponese o alla coreana, cioè un
investimento in una rete Ngn pari a 15 miliardi di risorse
pubbliche. Cià comporterebbe un aumento del debito pubblico di un
intero punto di Pil. Nè va bene il modello britannico: la rete Ngn
è in capo all’incumbent che deve garantire l'accesso a tutti
gli operatori. In Italia occorre pensare ad una terza via, cioè ad
una società della rete capace di mobilitare capitali privati in un
investimento di lungo termine. Il tavolo Romani ha esplorato la via
di una società mista pubblica e privata, incontrando
difficoltà".

LinkedIn

Twitter

Whatsapp

Facebook

Google+

Link