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Tlc in trappola, allarme della Fistel Cisl: “Sciogliere subito il nodo spettro”



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In linea con l’allarme di Asstel, lanciato nei giorni scorsi, il sindacato evidenzia rischi non solo per la competitività del Paese, ma anche per la stabilità occupazionale e la qualità del lavoro. Le frequenze non possono essere una tassa, ma un abilitatore: “Serve una visione industriale di lungo periodo”

Pubblicato il 4 feb 2026



post-PNRR tlc italiane

Per una volta i sindacati sembrano allinearsi alla visione dell’industria convergendo sulla diagnosi del grande malato delle Tlc e sulla prognosi: bisogna risolvere il nodo dello spettro.

Dopo l’allarme lanciato nei giorni scorsi da Asstel, il documento della Fistel Cisl intitolato “La transizione digitale delle telecomunicazioni”, conferma il paradosso: da un lato, le imprese continuano a sostenere investimenti ingenti e strategici; dall’altro, operano in un contesto di competizione estrema che non consente un’adeguata remunerazione del capitale, comprimendo i margini e trasferendo progressivamente le tensioni economiche sul lavoro.

È questo squilibrio, sottolinea Fistel Cisl, che va affrontato con una visione industriale di lungo periodo.

L’allarme sulla sostenibilità delle Tlc

La filiera delle telecomunicazioni italiane continua a muoversi su un terreno sempre più fragile, ha sottolineato Asstel intervenendo nel dibattito aperto dallo studio An analysis of the EU telecom sector’s ability to remunerate its cost of capital, firmato dagli economisti della Commissione europea Emanuele Tarantino, Chiara Atzeni, Chiara Cirignaco, Dominik Erharter e Hans Zenger.

Secondo l’associazione, lo studio dimostra la contraddizione evidente del settore Tlc in Italia: i ricavi delle telco sono, infatti, in calo da oltre un decennio, mentre il livello degli investimenti resta estremamente elevato. Dal 2010 a oggi, il comparto ha perso oltre il 30% dei ricavi, pari a circa 14 miliardi di euro, a fronte di 114,8 miliardi di euro di investimenti complessivi.

A pesare ulteriormente sugli equilibri economici è l’aumento del costo del capitale, passato dal 7,3% nel 2019 all’8,1% nel 2023. Un contesto che rende sempre più difficile garantire una remunerazione adeguata degli investimenti effettuati.

La denuncia di Fistel: “Costo del capitale insostenibile”

Ora il documento di Fistel Cisl ribadisce: “Le più recenti analisi economiche della Commissione europea, unite alle considerazioni espresse da Asstel, confermano una realtà che la Fistel Cisl denucia da tempo: il settore delle telecomunicazioni in Italia è intrappolato in un paradosso strutturale che rischia di compromettere non solo la competitività del sistema Paese, ma anche la stabilità occupazionale e la qualità del lavoro”.

La crisi descritta dai dati non è congiunturale, ma strutturale, visto che negli ultimi quattordici anni i ricavi complessivi del settore Tlc in Italia si sono ridotti di oltre il 30%. Nonostante la contrazione dei ricavi, dal 2010 ad oggi sono stati investiti oltre 114 miliardi di euro nello sviluppo delle reti e nell’acquisizione delle licenze.

Il costo medio del capitale, che nel 2023 ha raggiunto l’8,1%, risulta insostenibile e amplia il divario tra gli investimenti necessari per fibra e 5G e la capacità di generare ritorni economici.

Il “nodo spettro”: non una tassa, ma un abilitatore

Burocrazia e fiscalità non aiutano: il costo delle frequenze, spesso utilizzato come strumento di finanza pubblica, sottrae risorse allo sviluppo tecnologico e alla valorizzazione del lavoro.

“Lo spettro radio deve essere un fattore abilitante, non una tassa”, precisa il sindacato.

Fistel conferma la recente analisi di Asstel: il costo delle licenze rappresenta una componente rilevante del capitale investito, senza però garantire ritorni economici diretti proporzionati. Finché lo spettro resterà oneroso la remunerazione del capitale nel settore delle telecomunicazioni rimarrà strutturalmente debole, anche in presenza di forti investimenti e progressi tecnologici.

Il Digital networks act e l’onerosità delle frequenze

Proprio sullo spettro, il Digital networks act europeo prova ad affermare un cambio di paradigma: durate molto lunghe per le licenze, rinnovi tendenzialmente automatici e una procedura più “single market”, con notifica alla UE prima delle decisioni nazionali. Come ha spiegato Andrea Rangone, professore di Digital Business innovation & entrepreneurship del Politecnico di Milano, sulle pagine di CorCom, “La direzione è positiva perché aumenta la prevedibilità, ma il nodo vero non è solo l’orizzonte temporale: è anche l’onerosità“.

Argomenta Rangone: “In Europa – in Italia in particolare – lo spettro è stato trattato come fonte di cassa per i bilanci pubblici. In molti Paesi i proventi delle aste sono diventati una modalità di finanziamento: così però si è aggravata la condizione del “paziente”, ovvero le telco, già in stato precario. Oggi un operatore che investe in fibra e mobile dovrebbe essere agevolato, non tassato. Anzi, dirò di più: nei Paesi dove alle telco è stato chiesto “tanto, troppo”, serve cambiare marcia, perché ogni euro investito sulle reti genera benefici diffusi per l’economia”.

Durate lunghe e rinnovi automatici possono, dunque, contribuire a sbloccare gli investimenti perché la prevedibilità aiuta, ma il punto chiave, afferma Rangone, “è smettere di usare lo spettro come bancomat; gli investimenti in rete vanno incentivati, non penalizzati”.

Ribaltare la dinamica distruttiva nelle Tlc

L’Europa deve, in definitiva, ribaltare quella “dinamica distruttiva” in cui, secondo il professore, “le telco sono rimaste letteralmente schiacciate”: l’ipercompetizione e la guerra dei prezzi.

“In qualunque industry è lo scenario peggiore, perché riduce i margini al punto da rendere incerta la sopravvivenza stessa delle imprese del settore”, nota Rangone. Ma “nella filiera Telco è ancora peggio: mina il futuro di tutti, perché rende insostenibile investire nell’infrastrutture più strategica per l’intera economia, quella delle telecomunicazioni”.

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