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Vimercati: “La rete deve restare neutrale”

Il senatore spiega il perno su cui fa leva il ddl del Pd sulla net neutrality: “Bisogna esaltare il ruolo democratico della Rete trovando un punto di equilibrio fra operatori e service provider. Ma serve una concertazione a livello europeo”

09 Mag 2011

«La neutralità della rete è un principio di fondo del mondo di
internet»: questo, – spiega Luigi Vimercati,
senatore del Pd – il perno su cui fa leva il disegno di legge sulla
net neutrality a firma del Partito democratico.
Senatore Vimercati, come si articola il
progetto?

Il Ddl si basa sul diritto dei cittadini ad accedere a qualsiasi
tipo di informazione e inviare dati senza alcuna limitazione
discrezionale da parte delle società di Tlc. Bisogna dunque
esaltare il ruolo democratico della rete e trovare un punto di
equilibrio tra gli interessi degli operatori che effettuano
investimenti, peraltro molto onerosi, sui network, e i service
provider che fanno profitti considerevoli. Il tema è di carattere
globale e necessita almeno una concertazione europea. A questo
proposito, guardo con interesse al dibattito avviato dal
commissario Neelie Kroes. Una cornice europea potrà aiutarci a
definire nuove norme anche nel nostro Paese.
Sviluppare e modernizzare la PA: quali sono le vostre
proposte?

Bisogna prendere atto del fatto che la PA è ferma al secolo
scorso. Bisogna modernizzare al più presto il settore anche per
rimediare ai gravi ritardi accumulati dal ministro Brunetta
nonostante i proclami. Proponiamo un piano di innovazione digitale
che induca le PA a bandire la carta e scommettere sull’Ict per
erogare servizi. La PA deve anche essere in grado di fornire
velocemente tutti i tipi di informazione ai cittadini. Occorre
quindi far partire subito quelle realtà già infrastrutturate
indicando il 2013 come prima tappa per il passaggio
all’informazione digitalizzata. È chiaro che le politiche di
tagli agli enti locali e alle Regioni rischiano di azzoppare i
programmi. È quindi necessario includere gli investimenti in
digitale tra le spese necessarie previste dal federalismo fiscale.
Sarà di aiuto a nostro avviso, l’uso di software aperti da parte
delle PA: sono meno costosi e lasciano più libertà.
Pensate anche alle Pmi che non possono, per ragioni legate
alla crisi, investire in innovazione?

Per poter competere le nostre imprese hanno bisogno di avere un
accesso totale alla banda larga e ai servizi web. Questo è un
punto critico. Il livello dimensionale delle nostre aziende è
troppo piccolo per realizzare investimenti e costruire competenze a
riguardo. Per questo occorre una politica di facilitazioni fiscali
per favorire l’acquisto di strumenti e prodotti informatici. In
quest’ottica, è decisivo anche un piano di formazione permanente
da realizzare in collaborazione con le Regioni.
Come possono essere risolti i problemi legati al rispetto
dei tempi dell’Agenda digitale europea e al finanziamento della
banda larga?

L’Italia ha accumulato una serie di ritardi rispetto all’Agenda
digitale europea. E, ancor peggio, il nostro Paese non ha ancora
chiari gli obiettivi. Il piano Romani è ormai sepolto nei cassetti
del ministero dello Sviluppo economico. Il Cipe ha dato il via
libera ad un mini investimento di 100 milioni sugli 800 previsti.
Tra l’altro, 30 milioni sono stati dirottati sul digitale
terrestre. Poco o nulla quindi sta facendo il governo, soprattutto
se raffrontato con i programmi inglesi, tedeschi o americani. Tutto
è lasciato al mercato e alle convenienze dei grandi operatori di
telecomunicazioni che peraltro non hanno raggiunto un’intesa
sulla nuova società che dovrebbe fare gli investimenti per le reti
Ngn. Rischiamo che ci siano nuove reti solo dove ci sarà
convenienza economica e di negare il futuro a tanti italiani che
vivono in zone a fallimento di mercato. Per queste ragioni il
nostro Ddl prevede uno stanziamento di 350 milioni per combattere
il digital divide. Il mercato può fare molto con l’aiuto di una
saggia politica di regolazione. E da parte sua il pubblico può
agire con lavori di infrastrutturazione e un programma di
formazione dei cittadini.

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