Sensori nei server per abbattere i consumi

IT "VERDE"

Sperimentato in California un innovativo sistema per il raffrescamento

di Patrizia Licata
Server farm sempre più verdi con il sistema di raffreddamento sperimentato da un gruppo di ingegneri coordinati dal Lawrence Berkeley National Laboratory, in California, che lavora col sostegno del dipartimento dell’Energia Usa.
Raffreddare in maniera efficiente il parco server è una sfida per le aziende: di solito comporta un grosso dispendio di energia, con un forte impatto, quindi, sulle finanze e sull’ambiente. Stando alle stime citate dagli studiosi del laboratorio californiano, l’energia usata per raffreddare i sistemi IT rappresenta metà del costo di gestione di un data center. Essendosi questi enormemente ampliati, anche l’energia consumata è cresciuta: del 100% tra il 2000 e il 2006 solo negli Stati Uniti, secondo il dipartimento dell’Energia americano, e potrebbe raddoppiare ancora entro il 2011 se non si corre ai ripari.

Il problema, secondo gli ingegneri del Lawrence Berkeley, è che di solito l’energia per raffreddare i data center viene male utilizzata. Il team californiano, che ha collaborato con Intel, Hewlett-Packard, Ibm e Emerson Network Power, ha testato perciò un nuovo sistema che riesce a fornire l’esatta quantità di raffreddamento necessario al macchinario It: non un grado in più e non un grado in meno. Anche raffreddare troppo, infatti, fa sprecare energia (e denaro). Oggi gli impianti di raffreddamento sono gestiti separatamente dal parco macchine.
Gli ingegneri americani hanno invece pensato di far dialogare i server direttamente con l’impianto di raffreddamento, usando dei sensori sulle macchine che rilevano la temperatura e sviluppando un software ad hoc che converte le informazioni delle attrezzature It in un protocollo che può essere interpretato dai condizionatori. L’idea può sembrare banale, ma non era mai stata messa in pratica prima. Attualmente i condizionatori (i cosiddetti Computer room air handlers o unità Crah) nel 76% dei data center sono controllati usando sensori della temperatura situati presso le bocchette dell’aria dei Crah. L’11% dei data center mette i sensori nei corridoi tra le file di server, che è già meglio ma non ancora l’ideale, dicono al laboratorio Lawrence Berkley.

Mettendo invece i sensori sui server e collegandoli con i Crah e il sistema di controllo della temperatura dell’edificio, la temperatura viene sempre mantenuta al livello ideale e non solo non supera il tetto massimo consentito, ma non scende nemmeno sotto questa soglia, perché anche raffreddare troppo è inutile.
In base ai dati raccolti dai ricercatori della Lawrence Berkeley, il 90% delle aziende tiene il proprio data center ad almeno 5° C al di sotto del limite massimo consentito dalla American society of heating, refrigerating and air conditioning engineers, che fornisce le linee guida sulla temperatura dei data center. “Esiste l’idea diffusa che più il data center è freddo, meglio è. Ma anche se la temperatura sale di qualche grado (sempre all’interno dei limiti consentiti per il buon funzionamento delle macchine), non c’è alcun rischio”, ribadisce Allyson Klein, manager dell’Intel server platform group.

Per passare al nuovo sistema, assicura il team della Lawrence Berkeley, il costo iniziale è basso e il ritorno sull’investimento arriva già entro un anno per la maggior parte dei data center. Tutti i risultati della ricerca saranno presentati nel corso dell’Intel developer forum questo mese e al Data center energy efficiency summit di ottobre.

29 Settembre 2009