Stefano Venturi, Ad di Cisco Italia: "La crisi è bella"

IL PROTAGONISTA

"È l'ora di cogliere l'opportunità di cambiamento offerta dalla recessione". Così Stefano Venturi, Ad di Cisco Italia che ha le idee chiare. "Per noi questa crisi è un'opportunità, un treno da prendere per rimodernare e svecchiare questo Paese". 

di Matteo Buffolo
Stefano Venturi, amministratore delegato di Cisco Italia, ha le idee chiare. “Per noi questa crisi è un’opportunità, un treno da prendere per rimodernare e svecchiare questo Paese”. Un rimordenamento che passa anche per un ruolo più ampio da parte dell’industria IT e che deve necessariamente tradursi in una maggior efficienza e in una maggior produttività a livello di sistema Paese. Un cambiamento che richiede grandi sforzi sia da parte dello Stato sia da parte dei cittadini per cambiare mentalità e schemi con cui tutti si confrontano ogni giorno.

Cambi di mentalità di questo tipo, tuttavia, si scontrano sempre con una grandissima inerzia e spesso sembra che i paradigmi lavorativi siano sempre gli stessi, paludati e immutabili. Cosa si può fare per favorire il cambiamento?

Io sono arrabbiatissimo. Abbiamo le tecnologie per lanciare il telelavoro a un costo incrementale prossimo allo zero, ci siamo trasformati da Paese di colletti blu a colletti bianchi, eppure dagli anni ‘50 non è cambiato niente e ogni mattina ci sono milioni di persone che vanno in ufficio solo per muovere informazioni. I nemici dell’innovazione sono quelli che pensano in modo binario e replicano che “non possono mica tutti lavorare da casa”; eppure già togliere il 10-20% di persone dagli uffici sarebbe come togliere il traffico da una strada. Come Paese abbiamo un’opportunità che è anche una responsabilità: approfittare di questa discontinuità per adottare le tecnologie per iniziare a cambiare. In Cisco da anni abbiamo dato la possibilità di lavorare da casa. Anzi, siamo andati oltre: abbiamo meno scrivanie del numero dei nostri dipendenti. Così, oltre a far felici loro e a migliorare la qualità della loro vita senza perdere nulla a livello di produttività, come azienda risparmiamo anche: riscaldamento, energia… .

Se il settore privato sembra ancora restio ad accettare questo nuovo modello, legato com’è ancora alla presenza fisica del dipendente sul luogo di lavoro, i propositi lanciati dalla pubblica amministrazione potrebbero fare da volano al cambiamento. Come vede in questo senso i piani del governo?

Io credo che in questo momento la PA si trovi ad avere una grande responsabilità: ha la possibilità per la prima volta dopo anni di guidare una transizione importante, una trasformazione del Paese. Il piano eGov 2012 è un obiettivo visionario. Anche scendendo a livello di direttori generali, di quadri, nella PA molti sono entusiasti di questo piano. È arrivato il momento per grandi aziende e provider di schierarsi a fianco del governo e accelerare questa cosa: eventuali investimenti ingenti e cambiamento culturale passano anche per noi, che possiamo creare dei servizi chiavi in mano per permettere all’amministrazione di procedere velocemente.

Una PA totalmente digitale richiederebbe Internet come servizio universale. Invece in Italia il digital divide è ancora un handicap e le statistiche non sono lusinghiere. Qualcosa sembra muoversi col Piano Caio. Qual è la ricetta da seguire?

È vero che in questo Paese il problema di chi non accede alla banda larga è molto più ampio di ciò che si dice e in più tante zone sono zone ricche, con industrie e attività importanti. Bisogna agire a livello Paese, perché questa è un’esigenza primaria e come tale va affrontata. E non si può pensare di risolvere tutto col wireless, ma ciò che ci serve veramente è la fibra. E possibilmente deve essere fibra punto a punto, dalla centrale all’abitazione, come ha fatto Free a Parigi: fibra di qualità, fibra bidirezionale. Vivian Reding in un convegno in Bocconi aveva già sottolineato anni fa come i cittadini europei debbano contribuire al know how mondiale sulla rete come gli altri paesi: la sua ricetta prevedeva appunto reti bidirezionali, non asimmetriche, che permettano non solo di ricevere, ma anche di esportare verso il mondo i propri dati a grandi velocità.

Un mondo in cui la crisi sta mettendo anche il mondo dell’IT sotto pressione. I Cio si trovano a dover affrontare ogni giorno le richieste del management e a dover fornire risposte a fronte di budget sempre più esigui.

Sicuramente questo momento spinge il manager IT ad avere uno dei ruoli più importanti nelle aziende per preparare il rilancio. Certo, se andiamo a vedere i budget ci sono delle aree di risparmio, ma in mano hanno un’opportunità enorme: quella di rivedere le architetture dell’IT, del data center… Di come distribuiscono le applicazioni e i servizi all’interno dell’azienda sfruttando le tecnologie che si sono formate in questi anni e che ancora non sono state usate perché finora si è proseguito - giustamente - con una certa inerzia. Questa crisi sta dando una forte discontinuità e se ne può approfittare, e ridisegnare le architetture interne, può mettere in campo risparmi molto importanti, più che quelli che si ottengono tagliando un po’ i fornitori o con misure analoghe. C’è però una cosa in più: il grosso valore aggiunto sarebbe se il manager IT ridisegnasse i modelli di iterazione in azienda. L’IT ha sotto ai suoi occhi tutti i processi di iterazione delle aziende, sia quelli interni che quelli esterni. Se il manager capisce il business dell’azienda, se non viene tenuto come un di cui della parte amministrativa, o peggio ancora visto soltanto come un costo, ecco che allora con un migliore utilizzo delle tecnologie è possibile rendere molto più efficienti le iterazioni interne ed esterne, ottimizzando infinitamente il lavoro.

Parte di questa ottimizzazione passa anche per l’esternalizzazione di certe funzioni. Si parla sempre più spesso di Cloud, i numeri a riguardo sono in crescita e tutti concordano che il prossimo modello sarà il pay as you go. Eppure, in Italia, tutto questo si scontra con i dubbi relativi alla sicurezza da parte delle aziende.

La sicurezza è una delle paure del nuovo millennio e quella relativa alle reti non fa eccezione. All’inizio del millennio si parlava di rete come villaggio globale: io credo sia una metafora molto calzante. Però se pensiamo ad un villaggio, uno degli elementi fondanti sono le strade. E allora mi sento di dire che la rete di oggi, se manteniamo viva questa metafora, è come la vita reale del medioevo, dove le strade erano insicure e dove chiunque aveva qualche piccolo avere fortificava la propria casa. Internet è ancora un posto dove ci sono le scorrerie di chiunque: è per questo che noi ad esempio abbiamo scelto un approccio dove le tecnologie di sicurezza sono a bordo della rete, in modo che la rete stessa diventi sicura. Perché per avere uno sviluppo bisogna rendere le strade sicure: solo così possiamo liberare le possibilità della rete, che è sempre più fondamentale per le aziende. Unified Computing, Cloud, telefonia via Ip: se vogliamo usare veramente la rete come dispatcher di servizi, allora metterla in sicurezza è fondamentale.

08 Giugno 2009