Augusto Abbarchi, Ad di Sap Italia: L'unione fa l'hi-tech

IL PROTAGONISTA

Guardare alla crisi come opportunità per la competitività del Sistema Italia

"L’ "era” Brunetta sta creando ‘energia’. Ora però bisogna capire come canalizzarla al meglio”. Augusto Abbarchi, amministratore delegato di Sap Italia guarda alla crisi come opportunità per la competitività del Sistema Italia. E considera la Pubblica amministrazione il motore della nuova crescita. “Mettere a disposizione risorse economiche è indispensabile se si vuol fare innovazione nella PA. Al di là dei fondi stanziati quelli disponibili sono ancora pochi, ma è decisamente positiva la volontà di metterli a disposizione. È un buon punto di partenza. Poi però bisognerà anche capire come e dove allocare i fondi”.

Ha una ricetta da suggerire a proposito?

Ci sono alcuni pilastri da smuovere: il modo in cui lo Stato alloca i fondi e controlla la spesa è basato prevalentemente su una contabilità di cassa e non economica. La contabilità economica prevede che una volta allocate le risorse si misurino i benefici in un’ottica di progetto organico. Quel che conta davvero è quindi capire come vengono utilizzate le risorse e se i progetti producono risultati reali oppure se c’è una dispersione dello sforzo. Il problema è innanzitutto di impostazione culturale: bisogna passare dalla gestione della spesa alla gestione economica, dove il ritorno dell’investimento si misura nell’efficienza in termini di servizio.

Investire duque è indispensabile. Ma come si fa in tempi di crisi?

Partiamo da un presupposto: l’innovazione richiede investimenti. L’efficienza richiede investimenti. Il mero taglio dei costi in un’ottica di risparmio spesso si traduce involontariamente in una riduzione della qualità del servizio, a meno che la riduzione dei costi non avvenga alla luce di un efficientemento. Ma per l’efficientamento bisogna appunto investire. La PA, soprattutto in passato, è spesso partita dal presupposto che efficienza facesse rima con taglio. Ma non è così: l’efficienza si fa partendo dalla reingegnerizzazione dei processi organizzativi, rivedendo le tecnologie a supporto. Se si investe in maniera corretta è possibile ottenere ritorni anche in tempi brevi.

Può fare qualche esempio?

Pensi alla dematerializzazione: se l’obiettivo è trasferire su supporto digitale i documenti cartacei non si fa innovazione. Dematerializzazione vuol dire che tutto il processo di creazione, gestione e conservazione del documento avviene in digitale. Ed è su questa ‘funzione’ che bisogna investire altrimenti si rischia di sprecare risorse e di non ottenere reali benefici. Ancora: uno dei cavalli di battaglia di Brunetta è stato quello dei ‘fannulloni’, ma i sistemi informativi per la gestione delle risorse umane sono assai carenti nella PA. Ci si riduce a mettere i tornelli. Ma non basta. È importante poter supportare con le tecnologie determinate operazioni come quella della valutazione delle prestazioni del personale con sistemi organizzativi e tecnologie ad hoc.

Non tutta la tecnologia quindi funziona...

Diciamo che l’hardware da solo non risolve. È come avere un pc e non sapere come usarlo o per cosa usarlo. O realizzare infrastrutture a banda larga senza senza sfruttarle. La tecnologia è un abilitatore ma se è ‘vuota’ non ci si fa niente. In passato però troppo spesso si è confusa l’innovazione con gli strumenti abilitanti. Un esempio per tutti: quello dei portali della PA, che mancano di servizi.

Torniamo agli investimenti: gli ultimi dati del rapporto Assinform evidenziano una brusca frenata della spesa in Ict. Lei è a capo di una delle maggiore aziende del comparto, che segnali ci sono?

I dati sono in linea con le aspettative sulla crisi in atto. Ma direi che sono piuttosto severi rispetto a quanto stiamo registrando come Sap. Durante il primo trimestre 2009 si è assistito ad un completo blocco degli investimenti, ma direi che ha pesato molto la componente psicologica. Ad oggi la sensazione è di aver raggiunto il punto di fondo. E già si nota un’inversione di tendenza. Non parliamo certo di ripresa ma ci sono segnali positivi. Globalmente la quantità di investimento diminuisce ma la diminuzione sull’anno non sarà cosi vasta. Diciamo che ci sarà uno spostamento degli investimenti sulla seconda parte dell’anno, a partire dal terzo trimestre. Un’anomalia soprattutto per l’Italia considerato che c’è di mezzo la stagione vacanziera.

Cosa si sta muovendo in concreto?

Nei momenti di crisi o di consolidamento si innescano azioni anticicliche ‘naturali’. Ad esempio a fronte di fusioni o merger spesso si generano investimenti sui sistemi informativi. La crisi spinge anche gli investimenti nei sistemi di controllo della spesa e dei costi e quelli per la razionalizzazione, come anche in sistemi di simulazione e pianificazione finanziaria e di business intelligence.

Anche in Italia sta avvenendo tutto ciò?

In questo momento c’è la possibilità forte per l’Italia di un recupero di competitività se si decide di recuperare la ‘collaborazione’. L’agilità di un sistema fatto di piccole entità sarebbe teoricamente vincente nel periodo post crisi ma se la ‘rete’ non funziona in maniera fluida la collaborazione non si può esprimere. La mentalità del piccolo imprenditore italiano è spesso individualista e poco incline alla collaborazione ma la crisi sta costringendo a ingegnersi e paradossalmente potrebbe essere abilitante per una collaborazione che prima non c’era. Il concetto è quello di fare sistema. La voglia di fare sistema oggi c’è ed è un segnale positivo perché laddove in passato i distretti si erano creati per frammentazione oggi si assiste a una sorta di riconcentrazione. Si comincia a collaborare. Per ‘colpa’ della crisi gli imprenditori sono costretti a collaborare. E si tratta di una grossa opportunità. Assolutamente da cogliere.

Quali sono le necessità delle imprese?

Oggi per le aziende è importante non solo avere una strategia chiara ma anche verificare che la strategia venga eseguita nei dettagli e che ci sia un ritorno reale. Di questi tempi accade che le strategie vengano riviste anche ogni tre mesi. E le aziende hanno dunque bisogno di supportare la velocità del cambiamento. Per le aziende hi-tech il cliente ha un potere enorme rispetto al passato perché ha la capacità di influire sulla progettazione dei prodotti e dei servizi. Quindi è determinante mettere a punto soluzioni in grado di fidelizzare il cliente e renderlo soddisfatto.

Come si fa?

Principalmente integrando il momento di analisi e formulazione della strategia con l’esecuzione della strategia stessa. One shop, one stop. Questa è la mission di Sap: aspiriamo a essere una sorta di standard per quel che riguarda le applicazioni gestionali. E grazie all’acquisizione di Business Objects siamo ora in grado di sostenere le aziende nel pensare le strategie e renderle esecutive.

06 Luglio 2009