Verrini: "Largo ai talenti"

IL PROTAGONISTA

L'Ad di Adobe Systems Italia: "La meritocrazia andrebbe incentivata. I progetti innovativi innescano un effetto valanga favorendo la messa in moto di tutta la macchina dell'innovazione. Alla politica il compito di cambiare i vecchi meccanismi e sostenere con forza il cammino degli imprenditori"

di Matteo Buffolo
Giuseppe Verrini, amministratore delegato di Adobe Systems Italia, è determinato ad essere uno dei protagonisti di un’impresa tanto importante quanto titanica: la digitalizzazione della macchina burocratica che è la pubblica amministrazione italiana. Una mission da cui dovrebbero discendere, secondo Verrini, oltre che nuove risorse anche un’Italia più moderna, libera da alcune pastoie che “ci costano molto come Paese”. Uno dei progetti pilota, per cui è già arrivata la firma con il ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta, riguarda l’Aquila e le zone colpite dal terremoto che ha squassato l’Abruzzo lo scorso aprile, dove Adobe porterà un Centro di competenza sulla dematerializzazione, totalmente a suo carico e senza spese per il ministero.

Cosa vuol dire portare l’e-Gov in giro per l’Italia e in particolar modo in Abruzzo?
È di sicuro un progetto importante sia per il Paese sia per l’Aquila: il piano e-Gov del governo porterà risultati a tutti, ma lì diamo un beneficio particolare, aiutando l’Università a tenere legato il proprio mondo di studenti che sono a rischio, visto che non solo non hanno più le aule, ma in qualche caso neppure le abitazioni. È una tappa importante di un lavoro che portiamo avanti da anni, che riguarda alcuni temi trasversali su cui si gioca, e si gioca ora, il futuro dell’Italia: sanità, giustizia, scuola. Questi sono i tre temi principali, più la dematerializzazione che è un tema cross che li attraversa tutti. Ovviamente questo percorso non inizia ora, c’è un passato che non riguarda solo la digitalizzazione del vecchio, ma anche il creare soluzioni nuove. Ed è importante che le soluzioni che la PA adotta siano flessibili e garantiscano maggior trasparenza.

Gli obiettivi di e-Gov 2012 sono ambiziosi. La digitalizzazione della PA rappresenta davvero un importante volano per l’IT italiano e più in generale per il Paese?
Senza dubbio, basti pensare che la gestione documentaria in Italia assorbe l’1 % del Pil e una digitalizzazione del solo 10% porterebbe circa 3 miliardi di risparmio annuo nell’amministrazione centrale e un ulteriore miliardo e mezzo in quella locale. Non so se entro il 2012 arriveremo effettivamente ad aver digitalizzato tutto, ma fosse anche “solo” il 30%, si libererebbero molte risorse che potrebbero essere reimpiegate. Per questo sono importanti progetti come quello dell’Aquila: hanno un ritorno degli investimenti molto veloce, che consente di risparmiare, liberare risorse sia economiche sia di personale, innestando un circolo virtuoso. Anche la Giustizia è un caso emblematico: siamo fra gli Stati più litigiosi in Europa, con oltre 5 milioni di transazioni giudiziarie l’anno. Per intenderci, è come Francia, Germania e Spagna messe assieme. Tutti conosciamo i tempi della giustizia, i suoi costi sia per la gestione sia per i cittadini, anche solo in termini di tempi: digitalizzando, non solo rendiamo tutto più rapido, ma anche più trasparente. I problemi sorgono altrove:ad esempio, nel cosiddetto decreto anticrisi l’IT non c’è. Assinform e Assintel hanno stigmatizzato quest’assenza, che sembra un assurdo, se è vero che il sistema nervoso delle imprese è quello che dà vantaggi. Il peso dell’Italia nell’IT mondiale si è dimezzato, e questo rende più faticoso portare qui degli investimenti dall’estero. Ci sono nazioni più piccole di noi che investono il doppio o il triplo. Manca in Italia una vera cultura dell’IT. E anche noi vendor abbiamo le nostre responsabilità: insomma, c’è ancora tanto da fare.

Ma oltre a stanziare i fondi in maniera più decisa, cosa potrebbe fare il Governo per favorire il processo di svecchiamento?
Ci sono tantissimi campi su cui agire. Sarebbe importante che la meritocrazia fosse incentivata: se assieme ai progetti chi porta avanti nuove idee, come fece ad esempio il giudice Pierpaolo Beluzzi a Cremona, avrà riconoscimenti, ci sarà un effetto valanga che spingerà anche gli altri a innovare. Ora, sia che uno faccia sia che uno non faccia, non è né premiato né punito, e anche quella fetta che vorrebbe fare è ferma, cercando di capire se esporsi convenga. E poi il Governo potrebbe dare segnali importanti per aiutare le imprese in ciò di cui mancano davvero: marketizzazione e sbocchi all’estero. Ecco, la politica potrebbe aiutare gli imprenditori mostrando loro cosa è stato fatto e cosa si può fare e soprattutto mettendoci la volontà di cambiare certi meccanismi. Perché Internet è fondamentale, soprattutto in un Paese come il nostro, fatto di 5 milioni di piccole aziende che hanno idee geniali e che dovrebbero portarle in giro per il mondo.

Rimane però il problema di un’Italia che è ancora “analfabeta”, informaticamente parlando, con un digital divide importante e una penetrazione dei personal computer non all’altezza di altri Stati. Come si concilia questo con il portare tutto, PA compresa, sul web?
È di sicuro un tema rilevante: credo che un modello vincente potrebbe essere quello usato dalle Poste, dove si gioca su tre livelli. Rimane l’impiegato allo sportello, dove però tutto deve comunque essere informatizzato, c’è la presenza di postazioni dedicate negli uffici postali, che in Italia sono diffusissimi e che spesso nei Paesi più piccoli sono punti di aggregamento, e ovviamente da casa, sul proprio personal computer. Questo modello mi sembra il migliore, perché consente a tutti di avere accesso in maniera più semplice e più rapida alle informazioni e alle operazioni che si desidera fare.

Qual è quindi la ricetta per digitalizzare il Paese?
Da un lato, continuare a lavorare con la Pubblica amministrazione, portando progetti, best practice che siano facilmente realizzabili e che spingano gli Enti interessati a metterli in atto. Dall’altro, seguire un approccio simile anche coi privati, mostrando loro qualcosa che possono ottenere nell’immediato e introducendo poi nuove operazioni. Ad esempio, Coin è partita perché voleva fare le riunioni senza dover più spostare i collaboratori in Italia e all’estero, quindi con un’ottica di risparmio sui costi. Poi, quando hanno realizzato che lo strumento che avevano poteva essere utilizzato per fare altre cose, le hanno implementate: si sono inventati dei training, e invece di mandare gli informatori nei vari punti vendita a spiegare i nuovi prodotti, hanno preparato assieme a loro dei training interattivi. Questo ha innescato una spirale virtuosa, perché così i fornitori sono stati spinti a realizzare più attività di training e questo ha consentito a chi operava a contatto coi clienti di essere sempre aggiornato. Spesso è solo una questione di informazioni e cultura: dovremmo smettere di parlare di tecnologia ma semplicemente spiegare alle aziende cosa possono fare.

14 Settembre 2009