Bevilacqua (Ad Cisco Italia): "L'innovazione è coraggio"

IL PROTAGONISTA

"Quando di parla di innovazione si finisce a parlare di banda larga. E' chiaro che serve più banda, ma non basta per la crescita del Paese"

di Matteo Buffolo
Fare l’amministratore delegato di Cisco in Italia non è impresa semplice. Per tanti motivi: su tutti che, come country, l’Italia è sempre stata di successo rispetto anche ad altri paesi dove i mercati sono più ricchi. Insomma, un punto di eccellenza nel mercato europeo. E per David Bevilacqua, che succede a Stefano Venturi, al timone della vision italiana da 13 anni, la sfida sarà sicuramente impegnativa. Ma il nuovo Ad, dal suo ufficio di Vimercate, ha già in mente delle linee guida: da un lato “una grande attenzione al cliente”, dall’altro una “verticalizzazione”, sia nell’approccio col privato che con la Pubblica amministrazione.

Dopo anni in giro per l’Europa, com’è tornare in Italia? La trova cambiata?
Di sicuro la vedo con occhi diversi: quando uscivo, mi sono appassionato a chiedere come la vedessero da fuori, per cercare di guardarla con gli occhi dei Paesi dove lavoravo, in modo da farmi un’idea che non fosse solo da italiano. E l’ho vista diversa da come ero abituato a vederla: come un Paese riconosciuto per il brand, per il made in Italy, per l’eccellenza di prodotto, ma mai percepita come un country dove ci fosse eccellenza di processo. Un Paese dove sembra difficile fare business, attrarre capitali, soprattutto rispetto agli stati dell’Europa dell’Est, dove vivevo in ambienti con una grande crescita del Gdp che era in funzione di capitali esteri. Capitali che in Italia è difficile attrarre, come è difficile talvolta trattenere i talenti.

Un’Italia poco dinamica, dunque. Eppure per voi continua ad essere un country di eccellenza, quali sono i punti su cui fate leva?
Credo che per operare in Italia serva innanzitutto una grande attenzione al cliente, che è una delle practice che abbiamo sviluppato qui ed esportato anche in Europa. Siamo focalizzati sul cliente e sul suo business. Serve un processo molto spinto di verticalizzazione, in cui ci si muove su un’expertise di industria più che su un modello geografico tradizionale. Direi che è questa la chiave per agganciare le Pmi italiane: non vendere prodotti ma trovare soluzioni per il cliente, per le sue esigenze.

Per “merito” della crisi, comunque, sembra che anche in Italia sia arrivato un momento di cambiamento.
Ci sono grandi cambiamenti, certo. Ma ciò che è importante è la facilità con cui riusciamo a guidare questi cambiamenti. Il problema è che il nostro sistema, nonostante in questo momento ci siano buone idee, intenzioni e investimenti, insomma, ottime azioni, tuttavia spesso queste possono rischiare di restare ingessate: è necessario trovare un diverso approccio al modo in cui questi investimenti vengono indirizzati per evitare un’eccessiva burocratizzazione. Bisogna assolutamente evitare che, dopo il disegno strategico, ci si fermi di fronte a processi molto complicati, che spesso fanno diventare le scelte più di costo che di qualità, portando così al rischio di vanificare le buone intenzioni.

Magari servirebbe anche una minor burocratizzazione nello stanziamento dei fondi.
Certo, rendere disponibili dei fondi dovrebbe andare di pari passo col rendere facile accedervi: deve esserci una filiera che funziona e che deve essere semplificata. Spesso, tuttavia, quando si parla di innovazione si finisce a parlare di banda larga. È chiaro che serva più banda, più pervasiva, che arrivi ovunque, ma ci vorrebbe più coraggio delle aziende. L’innovazione non passa solo attraverso l’infrastruttura, ma anche tramite il coraggio: circa il 35% delle aziende italiane ha ancora il Cio che riporta al Cfo, ovvero vive l’II come costo e non fonte di profitto.

Tuttavia, nella crisi, le Pmi hanno provato a reagire anche tramite investimenti in IT.
È sicuramente vero: per ovvie ragioni, le aziende medio-piccole sono più flessibili e hanno provato a reagire immediatamente. Alcune Pmi hanno una forte spinta all’innovazione per cercare uno spunto competitivo e spesso è l’imprenditore in prima persone che decide, senza considerare che non hanno una grande legacy da smontare. È chiaro che le dimensioni delle aziende condizionano questo tipo di scelta: le grandi, ad esempio, più che tagliare i costi, cercano progetti che possano garantire un Roi (un ritorno dell’investimento) entro i 12 mesi, mentre in un periodo normale di mercato guardavano ai tre anni. L’incertezza sul mercato ha fatto sì che tutto fosse visto per un ritorno in brevissimi termini.

Una grande spinta ad un maggior ruolo dell’IT in Italia, secondo molte persone, dovrebbe venire dalla Pubblica amministrazione, e in effetti il ministro Brunetta si sta muovendo in questo senso. Voi come vivete questa partita?
Riguardo alla PA credo che in Italia si stia facendo un ottimo lavoro, soprattutto dal punto di vista del posizionamento. Personalmente, come ad di Cisco, guarderò con particolare attenzione ai vertical market anche all’interno del public sector, non solo in una logica orizzontale: certo, ci saranno le grandi reti, i grandi progetti, ma vorrei che puntassimo molto anche sulle adiacenze. Per esempio, per me, la sanità sarà un punto su cui focalizzarci: l’integrazione delle tecnologie ci permetterà di dare servizi nuovi, che dovranno essere user frendly così da essere ben sposati dai medici. Abbiamo individuato trenta adiacenze in cui vorremmo essere presenti, anche lavorando con alcuni partner: penso alla giustizia, allo sport e all’entertainment, solo per fare un esempio.

In ogni caso, una maggior informatizzazione del Paese non può che coincidere con un grosso cambiamento culturale. Cosa si può fare per spingere in questa direzione, anche dal punto di vista delle aziende?
Bisogna totalmente cambiare il paradigma di riferimento, e lavorare su quello che si chiama “trusted model”. Un cambiamento che non riguarda solo, ad esempio, il lavoro da casa, che sta prendendo piede in maniera molto lenta. Gli imprenditori devono capire che avere un sistema di controllo ti porta ad avere costi più alti e scarsi risultati: se lavori in trusted model, ovviamente ci sarà qualcuno che, sui grandi numeri, non lavora.
Però dopo la crisi, il mondo non tornerà a lavorare come prima: ci sarà la necessità di essere più produttivi, di usare sistemi di collaborazione. Serve disciplina. E serve capire che con l’utilizzo di determinate tecnologie sei portato ad essere più produttivo. È un problema di change management e di cultura: non è un processo che avviene nel giro di una notte. Per mia esperienza, qui ho visto un’importanza fondamentale attribuita a leadership, management e attenzione alle risorse umane: non basta fare innovazione di prodotto, devi farla di processo.

12 Ottobre 2009