Elserino Piol: "Contro la crisi una buona finanza"

IL PROTAGONISTA

di Elisabetta Bevilacqua
«Prima o poi la tempesta finirà, anche se nessuno può dire quando e con quali costi, ma nel frattempo non possiamo limitarci a stare fermi. L’Italia, più degli altri Paesi occidentali, ha infatti un problema di crescita, deve recuperare il tempo perduto». La pensa così Elserino Piol, imprenditore che di ricette per la crescita se ne intende. E che sull’Ict ha fondato tutta la sua carriera di successi.
Il venture capital funziona ancora?
Il venture capital ha svolto un ruolo fondamentale per l’innovazione. Certo oggi, in un momento in cui la finanza non gode certo di grande popolarità, diventa difficile persino parlarne. Ma in realtà il venture capital è molto importante. Soprattutto in un Paese, come l’Italia, che ha bisogno di recuperare il tempo perduto.
Investire in Ict conviene davvero?
L’Ict è oggi l’unica industria globale e pervasiva, anche se negli ultimi tempi personalmente non ho visto innovazioni dirompenti come sono state al loro tempo la telefonia mobile o Internet. Molte aziende stanno virando verso settori quali l’energia e l’ambiente che oggi sono molto promettenti. Ma ci sono comparti dell’Ict, come quello di Internet, di cui  abbiamo finora visto solo la punta dell’iceberg in termini di potenzialità. Il Web resta e resterà  dunque protagonista. Penso, ad esempio, all’evoluzione della pubblicità in Rete e all’impatto che avrà sugli altri media. Ma penso anche al cosiddetto “Internet delle cose”, che consente agli oggetti e alle macchine di parlare fra loro senza l’intermediazione delle persone. Internet può avere un ruolo - oggi ancora sottovalutato o non molto evidenziato - nel marketing, sfruttando la coda lunga, che permettere di presentare al mercato anche prodotti di minor diffusione.
C’è spazio per tutti? O solo per i big?
 Un uso più esteso del commercio elettronico, finora poco impiegato dalle aziende italiane, sarebbe ad esempio fondamentale per lo sviluppo delle nostre piccole e medie imprese. E qui veniamo ad un punto cruciale. Mentre  i sistemi informativi delle grandi aziende ci sono e si assomigliano tutti, c’è ancora difficoltà in Italia a portare l’Ict nelle Pmi.  La logica Software as a Service potrebbe aiutare, ma il vero problema è che le soluzioni non soddisfano le esigenze delle nostre imprese, visto che nascono altrove e  che l’industria  italiana dell’Ict manca di creatività. Questo a mio parere è un grosso problema per il Paese, uno dei principali.
Se non  siamo più capaci di fare innovazione basata sulle tecnologie, come si fa allora a guardare positivo?

Ciò che conta è evidenziare che l’innovazione va vista in chiave sistemica. Non serve, ad esempio, al Paese investire di più in ricerca se poi non c’è il modo di portarla al mercato, ossia di passare dal laboratorio alla vita reale, e se non ci sono gli strumenti per finanziare lo sviluppo di nuove aziende. Basta buttare l’occhio oltreconfine per rendersi conti che per dare vita a prodotti e servizi nuovi servono aziende nuove. Amazon, Google, eBay, ad esempio, hanno avuto successo perché sono nate con un nuovo modo di pensare, nuovi processi. Perché hanno l’innovazione nel dna.  Ciò certamente non esclude la necessità e la possibilità di innovazione e di ottimizzazione dei processi anche in settori tradizionali, come  il manifatturiero delle cosiddette “4A” del made in Italy ossia abbigliamento-moda, arredo-casa, agroalimentare-vini e automazione-meccanica. Da alcune di queste aziende, spesso leader mondiali in segmenti di nicchia, bisogna anzi prendere esempio e imparare  considerato che il loro modello funziona. Mi riferisco al modello delle multinazionali “tascabili”.
Realisticamente l’Italia dove può andare a parare?
In Italia, dove non ci sono più  grandi aziende che fanno ricerca in settori hi-tech,  certamente non possiamo puntare a dare vita ad una nuova Olivetti o ad una nuova Telettra. Ma si può realisticamente puntare, nel settore Ict, proprio allo sviluppo di multinazionali tascabili. A patto però che  si cavalchino tecnologie emergenti e si usino approcci completamente nuovi.
Insomma si può fare. Ma quali sono gli ingredienti per la nascita e l’affermazione di un sistema dell’innovazione in grado di favorire la nascita di aziende tecnologiche anche in questo difficile momento economico? Come si fa ad arginare la crisi?
Ci vogliono strumenti finanziari finalizzati alla nascita di aziende “bambine” che hanno bisogno di crescere. Ma bisogna tenere a mente che potrebbero anche fallire. Siamo dunque nel terreno della finanza di rischio. Anche se può sembrare strano in un momento in cui la finanza non gode di buona fama, il venture capital, finalizzato all’economia reale, a far nascere nuove imprese, è una buona finanza. Il suo ruolo è dimostrato dalla presenza di una rete significativa di venture capital in tutti i Paesi caratterizzati da alto tasso di innovazione. In Italia il pessimismo generato dalla bolla Internet, che negli altri Paesi è durato due-tre anni, non si è ancora dissolto, ma qualcosa si è mosso a partire dal 2007.
Qualche esempio concreto?
Ci sono nuove iniziative come 360° Capital Partners, promosso da Fausto Boni, uno dei veterani del venture capital in Italia, Innogest, Quantica, Next, il fondo dei fondi di Finlombarda, Dpixel di Gialuca Dettori, un fondo di seed capital dedicato agli innovatori Internet, Iban, il network italiano dei Business Angels. Anche la PA riconosce il ruolo del venture capital. Sono segnali positivi ma certo non sufficienti. Non bastano da soli né i venture capital né la ricerca. Ci vogliono gli imprenditori, possibilmente giovani, con tempo ed energie, e ciò mette in gioco anche il sistema scolastico, la formazione dei talenti. Ma se si comprendono e si condividono gli ingredienti per l’innovazione e se c’è un comportamento dei protagonisti coerente con questo sistema, penso che in Italia si possano creare tutte le condizioni affinché il Paese torni ad essere innovativo.
Una visione di lungo periodo.  Nel frattempo che si fa?
La visione di lungo periodo è necessaria e soprattutto va portata avanti con coerenza: una legislatura certo non basta. Ed è anche vero che l’Italia non può aspettare.
Bisogna agire su due binari: lavorare da subito per creare l’infrastruttura di sistema e valorizzare quel che abbiamo, che non è poco. Bisogna, ad esempio, in ambito universitario concentrare le risorse sulle eccellenze che possono dare risultati a breve e su aree del Paese, penso a Milano e a Torino, dove già c’è una concentrazione di eccellenze.
Se pensiamo agli Stati Uniti, c’è una sola Silicon Valley, non decine sparse per il Paese. E le persone si spostano seguendo la cultura del “go west”. Dovremmo anche noi imparare la mobilità per non frammentare inutilmente le iniziative.

23 Marzo 2009