Ciniero: "La mia smart philosophy"

IL PROTAGONISTA

Il numero uno di Ibm Italia: "L'uso intelligente delle tecnologie trasformerà il mondo"

di Matteo Buffolo
Per decenni, Ibm è stata sinonimo di computer, informatica e tecnologia, quasi come se non esistessero concorrenti. Una situazione che poi si è evoluta, con la crescita e la diversificazione del mondo dell’IT e che, di fatto, ha portato l’azienda a trasformare il proprio business con una preponderante rilevanza delle aree software e servizi, marcando ulteriormente l’accento sulla parte della ricerca. Nicola Ciniero, da quasi tre mesi, rappresenta tout court Ibm in Italia, avendo assommato al ruolo di AD anche quello di presidente. E considerati i rapporti, quasi naturali, che Ibm ha sia con il mondo delle imprese, sia con quello della pubblica amministrazione, il suo ufficio di Segrate rappresenta un osservatorio privilegiato per capire cosa si sta muovendo in Italia e non solo: un mondo in cui Ciniero vede “una grossa spinta al cambiamento”, sia per il mondo delle imprese sia per quello della pubblica amministrazione.
Ciniero, come vanno le cose in Italia? Il nostro Paese, a livello di PA e tecnologia, si sta muovendo? E se si muove, in che direzione lo fa?
È un mondo assolutamente in movimento: basti pensare a realizzazioni che, anche solo fino ad un paio di anni fa, tutti pensavano fossero impossibili, come ad esempio la firma digitale. La PA si è ammodernata molto, molto velocemente, con l’obiettivo di favorire l’integrazione tra le infrastrutture digitali del Paese e dare cosÌ il via a nuovi progetti e servizi a favore dei cittadini e delle imprese. Potrebbe essere il clima di devolution che stiamo vivendo, ma io vedo davvero una grossa spinta in favore della modernizzazione dell’Italia.
In cosa si traduce questa spinta?
In molteplici iniziative: sanità, dematerializzazione, sistemi di grid e cloud computing. Posso rispondere con un esempio, guardando ai progetti che noi stessi abbiamo realizzato assieme ad amministrazioni pubbliche locali come quelle di Parma, Venezia, Bolzano. In Alto Adige, fra le altre cose, abbiamo ideato il progetto di telemedicina Abitare Sicuri, per favorire l’assistenza delle categorie più deboli. Un sistema di monitoraggio a distanza interagisce direttamente con il paziente, senza obbligarlo a recarsi in una struttura ospedaliera. A Parma, invece, la PA si è mossa per rendere disponibili nuove prestazioni specificamente dedicate all’infomobilità, alla sicurezza e alla fruizione delle ricchezze artistiche e culturali. A Venezia, invece, grazie anche alla nuova rete wi-fi realizzata dal Comune, che copre l’intero territorio cittadino, Ibm ha testato un progetto in ambito turistico che consente a quanti in possesso di un cellulare abilitato la possibilità di scaricare un’applicazione in grado di interagire con sensori passivi, posizionati dall’Associazione della Guide Turistiche di Venezia in determinati punti della città. Semplicemente scattando una fotografia dell’edificio o del monumento con il proprio telefonino, i visitatori attivano il sistema ricevendo subito le notizie necessarie a scoprirne le caratteristiche. Tutto questo è parte di quella filosofia che noi chiamiamo ‘smarter planet’.
In cosa consiste?
Alla base c’è un concetto molto pragmatico: in tutto il mondo c’è un’enorme quantità di tecnologia già installata, fra città e aziende, che non viene sfruttata in tutta la sua potenzialità proprio perché non sempre interconnessa. Pensiamo ai computer installati nelle automobili, ai cellulari, ai sistemi di controllo di semafori, ferrovie, telecamere; ecco, lo smarter planet in cui credo consiste nel collegare questa tecnologia già a nostra disposizione secondo un disegno intelligente. Si tratta quindi di un “riutilizzo” degli investimenti che individui, aziende e governi hanno già fatto, in grado però di erogare nuovi servizi al cittadino - si pensi al monitoraggio del traffico, alla sicurezza, all’accessibilità - e, cosa altrettanto importante, di contribuire a una maggiore sostenibilità ambientale grazie a un miglior utilizzo delle risorse fisiche. In Europa abbiamo iniziato con Stoccolma, mettendo in piedi un sistema avanzato - è noto come Road Charging - che rileva i flussi in entrata e in uscita dal centro città addebitando automaticamente il pedaggio agli automobilisti. Questo, in sintesi, ha razionalizzato il traffico, ora molto snello, con più trasporto pubblico e meno inquinamento. I dati testimoniano un abbattimento percentaule della Co2 e delle polveri sottili a doppia cifra, il che significa una migliore qualità sotto tutti i punti di vista.
E questa integrazione di tecnologie come impatta invece sul mondo delle imprese? Non lavorerete solo a questo?
No, certo. Restando al tema dell’integrazione di tecnologia, ciò significa anche sfruttare la enorme capacità di calcolo di cui si dispone ma che non sfruttiamo appieno. Un esempio pratico: gli 8.000 dipendenti di Ibm sono dotati di pc portatili utilizzati al 20-30% della loro capacità. Bene: grazie a un programma specifico, il loro inutilizzo può essere dirottato a favore di quelle iniziative di ricerca, per esempio a carattere medico-scientifico, che abbisognano di picchi di potenza altrimenti difficili da avere. Spostandoci invece sui trend di sviluppo tecnologico, allora posso dire che il Cloud Computing è uno dei più promettenti. Accedere ai servizi di IT ‘a domanda’, senza la necessità di investire internamente in nuova tecnologia, costituisce una bella comodità in tutti i sensi. E qui percepisco un crescente interesse da parte delle aziende italiane e degli imprenditori che hanno bisogno di efficienza per mantenersi competitivi.
Quindi da parte vostra vedete un’apertura delle imprese a questi nuovi trend? Non c’è, in Italia, ancora un certo stop culturale?
Bisogna fare una premessa, perché la situazione non è univoca. Ad esempio, il tasso di crescita di penetrazione di internet ci sta piano piano avvicinando alla media europea: se prendiamo come esempio le regioni del nord Italia siamo più avanti di tutti, mentre altre parti del Paese scontano un po’ di arretratezza culturale. Detto questo, non mi pare che i nostri imprenditori siano restii a recepire i nuovi stimoli, anche perché ormai si vive in un ecosistema allargato in cui non domina più una leadership strutturata. Chi è a capo di un’azienda è senz’altro più pronto a recepire i suggerimenti dei collaboratori e dei dipendenti.
Rimane aperto il capitolo infrastrutture: gli 800 milioni di euro per la banda larga sono rimasti congelati, la Ngn in Italia è ancora sulla carta, ma fino ad oggi non sembra che la questione causi grandi preoccupazioni, soprattutto fra i cittadini.
Il nostro Paese ha in effetti un ritardo sulle reti ad alta velocità, ma questa tipologia di network, soprattutto in questo momento, andrebbe a soddisfare in particolare le esigenze delle imprese più che dei cittadini. Negli ambienti molto caratterizzati dalla tecnologia, la tematica della banda larga è vissuta come un nervo scoperto. Il Governo-Stato ha dovuto fare i conti con una situazione economica difficile, ed è per questa ragione che certe promesse non si sono ancora concretizzate. Ma è una situazione destinata a risolversi. Io sono fiducioso.

22 Marzo 2010