Internet ex machina: l'oggetto si fa Sapiens

FOCUS/INTERNET DELLE COSE

Dall'interazione uomo-macchina al machine-to-machine. Porta il nome di Internet delle cose il fenomeno destinato a rivoluzionare come non mai la comunicazione. Tanti i progetti anche in Italia, ma per il mercato ci vorrà ancora tempo

di Federico Ferrazza
Abbiamo imparato a conoscerla al computer. Era l’inizio degli anni ’90 e Internet si presentò al mercato consumer sotto forma di Web con la sua interfaccia molto più intuitiva di semplici stringhe di codice. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti e, oltre alla velocità con cui le informazioni viaggiano in Rete, è anche aumentato il numero di dispositivi “online”: prima i pc, poi i cellulari e ora i netbook e i tablet. Ma un’altra svolta è dietro l’angolo e porta il nome di Internet degli oggetti. Non più solo computer (o simili: come i cellulari) connessi alla Rete, ma tutti gli oggetti potranno essere in grado di comunicare tra loro (o con gli esseri umani).

I numeri sono impressionanti. Se oggi ci sono circa un miliardo e mezzo di computer connessi e un miliardo di cellulari capaci di navigare, nel giro di pochi anni almeno 100 miliardi di oggetti “non computer” si potranno collegare alla Rete. “Provare a calcolare le dimensioni del mercato dell’Internet degli oggetti è molto complicato. È come se fossimo negli anni ’40 e tentassimo di fare una previsione sul business della plastica: allora era molto difficile immaginare che la plastica l’avremmo trovata ovunque”, spiega Michael Nelson, professore di Communication, Culture & Technology alla Georgetown University. “È impossibile sapere quanti e quali oggetti diventeranno intelligenti grazie all’Ict”.

Sappiamo solo che l’Internet degli oggetti crescerà. E di molto. Secondo Gartner i sensori che consentono alle cose di collegarsi a Internet genereranno nel 2012 il 20% del traffico (video esclusi) della Rete. Non solo: una spinta (forse decisiva) a questa pervasiva Internet che sarà ovunque arriverà dal mondo mobile. Secondo Idate nel 2009 sono stati venduti per la telefonia mobile 38 milioni di moduli M2M (machine-to-machine, l’insieme di tecnologie che consentono a qualsiasi oggetto di “parlarsi” attraverso un collegamento wireless) pari a un valore 11,2 miliardi di euro.

Idate ha anche analizzato le singole tecnologie che stanno generando un business simile. Una delle più importanti è il Gps (1,03 miliardi di euro) che secondo gli analisti genererà nel 2013 una crescita delle applicazioni M2M per la telefonia mobile per 27,3 miliardi di euro e di 2,1 miliardi per il satellitare.

Secondo Abi Research il numero di connessioni cellulari M2M triplicherà nei prossimi cinque anni, per arrivare a più di 200 milioni nel 2014. È chiaro quindi il perché degli investimenti da parte delle aziende del comparto, come ad esempio Ericsson. Il colosso svedese ha appena stretto un accordo con Digi International, fra i leader americani nella fornitura di soluzioni wireless M2M, che ha scelto il modulo a banda larga mobile Hspa di Ericsson per i suoi gateway cellulari. “Ericsson prevede decine di miliardi di dispositivi connessi entro il 2020”, sottolinea Mats Norin, head of mobile Broadband Modules di Ericsson. “Ogni dispositivo e ogni situazione che può trarre beneficio da una connessione ne avrà una a disposizione. C’è una forte tendenza verso la connettività in un’ampia gamma di applicazioni industriali e il nostro modulo embedded consente di integrare l’Hspa in qualsiasi dispositivo”.

“Dopo il momento dei social network è quello dei “social object”, oggetti sociali che sanno comunicare con altri oggetti”, dice David Orban, Chief Evangelist di Wide Tag, start up californiana che si occupa di Internet degli oggetti. “Questi oggetti, però, dovranno essere autonomi nel raccogliere informazioni, organizzarle e comunicarle ad altri oggetti”.

Per raggiungere lo scenario disegnato da Orban serviranno standard di comunicazione, e non solo. In Europa ci si sta provando con l’iniziativa European Casagras (Coordination and Support Action for Global Rfid-related Activities and Standardisation), finanziata in parte dall’Unione Europea e nata per promuovere una collaborazione internazionale (con aziende e centri di ricerca anche americani e asiatici) per accelerare lo sviluppo dell’Internet delle cose.

“I primi settori che raggiungeranno una maturità nella Rete degli oggetti saranno l’energia, l’ambiente, l’healthcare e l’energia”, continua Orban. “Moltissimi sono infatti i sensori in grado di monitorare sia la Terra che il nostro organismo o la rete elettrica e poi capaci di comunicare i parametri raccolti ad altre macchine”.

Insomma, l’Internet degli oggetti comincia a prendere forma. Anche per il contributo delle big del settore Ict. Basti pensare che tutti i colossi tecnologici hanno ormai un filone di sviluppo in questo settore. E c’è pure chi, come Ibm, ha ormai puntato (quasi) tutto sulla Rete delle cose con la strategia “A smarter planet”, in cui il pianeta diventa più intelligente proprio con la disseminazione di sensori e microprocessori capaci di rendere tutti gli oggetti simili a dei computer. Connessi a Internet, ovviamente.

06 Aprile 2010