SMART CITY. Progettare le città del futuro. La chiave è l'IT

SMART CITY

di Andrea Granelli e Pierciro Galeone
Immaginando di fare un salto in avanti di una decina d’anni, o anche di più, cosa vorrà dire parlare di smart cities? Probabilmente, si nomineranno molto poco edifici, strade, e tutta una serie di ingredienti ricorrenti nelle ricette della pianificazione tradizionale, mentre accessibilità e connettività, ad esempio, saranno estremamente legate all’interno del discorso urbanistico contemporaneo.
Ma in realtà, non sappiamo con certezza quello che accadrà. Viviamo in un mondo in cui le mutazioni sono rapide, non lineari (non legate da immediati rapporti di causa effetto) e assolutamente poco prevedibili. Partendo da quello che possiamo analizzare e scrutare ora, la città contemporanea può essere intesa e descritta come un sistema composto da grandi quantità di flussi in costante movimento. Flussi di tipo diverso: persone e mezzi di trasporto, ma anche attività, beni, dati, reti, informazioni di qualsiasi genere.

Per semplificare questa circolazione materiale e immateriale potremmo descrivere la città contemporanea come una serie di persone che utilizzano una serie di mezzi (media) per ottenere soddisfazione a bisogni e desideri. In quest’ottica è chiaro come l’autobus o la metropolitana siano un medium, ma lo sono allo stesso modo anche una scuola, un parco, un cinema. È pertanto utile iniziare a concepire il paesaggio della città come mediascape, attivo, fatto di un incrocio di dinamiche a-spaziali strettamente collocate sul territorio locale: lo spazio fisico sul quale ci muoviamo ogni giorno. Date queste premesse, ragionare oggi in termini di “pianificazione” appare un esercizio sempre più complesso e per certi versi sterile. Cosa significa oggi pianificare? Come è possibile prendere decisioni che verranno attuate ad anni di distanza da noi, quando non riusciamo neanche a prevedere cosa succederà dopodomani?

Probabilmente questo è il punto.
In un mondo altamente imprevedibile riteniamo sia poco produttivo progettare rigidamente specifiche soluzioni per un futuro quanto mai incerto.Il progettista oggi (che si tratti di città, servizi o prodotti) dovrebbe facilitare l’avvento delle giuste condizioni per un reale cambiamento, piuttosto che concentrarsi sulla pianificazione del cambiamento stesso. Un progettista che in realtà diventa un facilitatore, un progettista che parte dall’osservazione attenta delle dinamiche che gli stanno intorno.

A conferma ulteriore di quanto scritto, continuando a visualizzare la città in termini di media-scape, l’esempio più semplice di “imprevedibilità” è dato proprio dall’analisi dell’era del digitale. Se quindici anni fa ci avessero chiesto quanti servizi avrebbero necessitato di uno spazio fisico nel 2015, probabilmente avremmo risposto “molto pochi”. Seguendo le tendenze della digitalizzazione si è diffusa la convinzione che ogni funzione si sarebbe potuta svolgere all’interno di un nucleo iper-tecnologico.
Molti hanno infatti immaginato che la città molto presto potesse non servire più: che in una qualsiasi campagna o deserto si sarebbe presto potuto avere la stessa accessibilità ad informazioni e servizi, la stessa qualità della vita che nel centro di una metropoli.
A distanza di qualche decennio possiamo affermare invece che gran parte delle preoccupazioni relative alla possibile natura degli spazi urbani nell’epoca di Internet (dai luoghi di lavoro ai luoghi di svago ) erano infondate. La città ha rafforzato la sua centralità, incrementando le potenzialità economiche e sociali che la contraddistinguono.

Nessuna forma di telelavoro, ma meccanismi sempre più complessi di co-working. Niente esodi di massa in campagna, al contrario la popolazione mondiale vive oggi prevalentemente in agglomerati urbani. Colossi industriali che decidono di spostare attività ed energie dalla fabbricazione di computer alla gestione di sistemi integrati per trasformare le metropoli in entità intelligenti. Se da una parte ancora si insegue l’ovunque, dall’altra si ritorna alla terra, alla località, al momento, alla situazione. La sfida, a nostro avviso, per qualsiasi pianificatore è quindi quella non banale di cambiare il suo paradigma di riferimenti: dal ragionare per vincoli al ragionare per opportunità; dall’immaginare scenari definiti al costruire diagrammi di possibilità; dal prendere decisioni a lungo termine al mettere in discussione qualsiasi domani; dal delegare la responsabilità ad un incerto futuro all’assumersi il rischio di organizzarne il corso.

18 Aprile 2011