Fattura elettronica nel 50% delle grandi imprese. Ma le Pmi segnano il passo

LO STUDIO

Polimi: una grande azienda su due digitalizza tutto il ciclo ordine-pagamento, mentre per le imprese di medie e piccole dimensioni ci si ferma al 15%. "Con un'adozione più diffusa vantaggi per il sistema Paese fino a 8 miliardi di euro l'anno"

di F.Me.
La fatturazione elettronica è adottata da una grande impresa su due, mentre tra le Pmi la utilizza il 15%. Sono i numeri che emergono dalla Ricerca dell’Osservatorio Fatturazione Elettronica e Dematerializzazione promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano.

Entrando più nel dettaglio sui numeri, la diffusione della fatturazione elettronica in Italia è ancora limitata ma in forte crescita – quasi 1 impresa su 2 tra le grandi (con più di 250 dipendenti) e circa 1 su 7 tra le medio-piccole (tra 10 e 250 dipendenti) ne fa uso – ed è in significativa crescita (+56% per la Conservazione Sostitutiva e +10% nel numero di imprese che fanno Integrazione del Ciclo Ordine-Pagamento in modo “evoluto”. Un fenomeno questo che si accompagna a una crescita del 12% nel numero di documenti scambiati nelle relazioni Edi. Complessivamente sono circa 60.000 le imprese che hanno una qualche esperienza di dematerializzazione e/o gestione digitalizzata del ciclo ordine-pagamento.

Nel dettaglio, sono circa 4.000 (+56% rispetto al 2009) le imprese con più di 10 dipendenti che hanno progetti di Conservazione Sostitutiva (prevalentemente di fatture attive, libri e registri): quasi il 36% delle grandi imprese italiane e meno dell’1% tra le Pmi. Oltre a queste 4.000 imprese, circa 2.000 studi professionali – con meno di 10 dipendenti – portano in conservazione sostitutiva prevalentemente libri e registri contabili. Sono invece circa 7.500 le imprese connesse a una qualche rete Edi: il 33% delle grandi imprese italiane e circa il 2% delle Pmi. Tra queste imprese cresce il numero di documenti scambiati (+12% rispetto al 2009) e il numero delle relazioni “evolute”, che cioè prevedono lo scambio di un insieme più ampio di documenti (+10%). Sono, inoltre, tra 45.000 e 50.000 le imprese che si relazionano attraverso una qualche tipologia di Extranet: circa il 12% delle grandi imprese italiane, il 15% delle Pmi e meno dello 0,2% delle microimprese. Solo poche decine di imprese, infine, fanno fatturazione elettronica “pura a norma di legge”: la grande maggioranza di questi casi, inoltre, è costituita da progetti “infragruppo”.

Questa limitata penetrazione si spiega nel fatto che la fatturazione elettronica “pura” richiede sia di stipulare un accordo tra le parti sia di portare le fatture in conservazione entro un limite temporale sfidante per molte imprese (15 giorni): entrambe queste necessità sono, naturalmente, più semplici da gestire tra società che appartengono a uno stesso gruppo. La limitata diffusione della fatturazione elettronica “pura a norma di legge” è compensata dall’adozione di altri modelli meno impegnativi ma altrettanto efficaci: ne è un esempio il caso di un’azienda emittente che fa conservazione sostitutiva dell’attivo e invia una fattura telematica, che la controparte può essere in grado di trattare come ritiene più opportuno (portandola in conservazione sostitutiva, oppure stampandola e archiviandola in modo tradizionale).

“Le fatture B2b circolanti in Italia sono circa 1,3 miliardi all’anno – puntualizza Alessandro Perego, responsabile Scientifico dell’Osservatorio Fatturazione Elettronica e Dematerializzazione - Adottare logiche di fatturazione elettronica porterebbe al Sistema Paese benefici che variano da 7-8 miliardi di euro/anno fino a circa 60 miliardi di euro/anno, nel caso in cui vengano idealmente coinvolte tutte le fasi e i documenti del ciclo ordine-pagamento”.

Gli stessi principi di integrazione, collaborazione e dematerializzazione applicabili nell’ambito del ciclo dell’ordine possono essere estesi anche ad altre tipologie di documenti, come per esempio libri e registri contabili, contratti, documenti assicurativi e doganali. “Le pagine di libri e registri contabili prodotte ogni anno in Italia sono circa 4 miliardi e la loro dematerializzazione comporterebbe benefici per il Sistema Paese che ammontano a circa 3,5 miliardi di euro/anno – prosegue Perego - Se si prendono in considerazione i 100 milioni di contratti di compravendita stipulati ogni anno, i benefici legati alla dematerializzazione sono altrettanto interessanti, pari a circa 3 miliardi di euro/anno”.
Anche la dematerializzazione di documenti a valenza settoriale rappresenta un’opportunità per il Sistema Paese: i fascicoli assicurativi, per quanto riguarda la sola RC auto (35 milioni di fascicoli all’anno sul territorio nazionale), potrebbero portare benefici nell’ordine di circa 1,5 miliardi di euro/anno; la dematerializzazione dei fascicoli doganali (13 milioni di fascicoli all’anno in Italia) potrebbe consentire un risparmio indicativamente dell’ordine di grandezza di circa 2,5/3 miliardi di euro/anno.

“La strada per la dematerializzazione è, dunque, ampiamente tracciata e in definitiva anche lastricata di interessanti opportunità – rimarca Perego - Ora spetta a chi deve percorrerla (organizzazioni pubbliche e private) attivarsi. Vi sono diversi fattori che rendono a nostro avviso potenzialmente molto pericolosa una scelta “attendista”: i benefici legati a questi progetti, le iniziative di sistema già oggi in essere, il preannunciato obbligo di Fatturazione Elettronica verso la PA, le crescenti spinte alla dematerializzazione da parte del Legislatore nazionale ed europeo, la già confortante diffusione di alcuni modelli di Fatturazione Elettronica nel nostro Paese”.
A partire da questa analisi, l’Osservatorio ha aperto un altro importante cantiere di Ricerca per approfondire le molteplici opportunità legate ai temi della cosiddetta Financial Value Chain e studiare le potenzialità derivanti dall’integrazione tra ciclo logistico-amministrativo-commerciale e mondo finanziario.

La Financial Value Chain è un potenziale ambito di sviluppo della fatturazione elettronica da sempre indicato come tra i più interessanti e innovativi. Si tratta di aumentare il grado di integrazione e collaborazione tra imprese e sistema bancario nei processi di pagamento ed erogazione del credito. In questa area i benefici vanno dall’automazione dei processi di pagamento – grazie allo scambio di documenti in formato elettronico strutturato e alla gestione delle principali informazioni di processo – fino all’attivazione di nuovi modelli di erogazione del credito, abilitati dalla maggiore visibilità che il sistema bancario può avere sui processi transazionali della singola impresa o di un sistema di imprese. L’idea, in sintesi, è che una maggiore “trasparenza” sui processi commerciali – peraltro ottenibile con sistemi automatici – sia pre-condizione che consente al mondo bancario di ridurre il rischio di erogazione del credito e, quindi, in ultima istanza, di erogare più credito a migliori condizioni.

“È importante sottolineare che una più stretta integrazione imprese-banche porterebbe benefici a tutti gli attori in gioco – spiegano gli esperti del Polimi - Imprese, banche e provider di tecnologia/servizi B2b. Alle imprese (quelle “virtuose”, che non temono la trasparenza), in quanto potrebbero migliorare i processi di pagamento e di gestione della liquidità e usufruire di migliori condizioni di accesso al credito”.

Alle banche, in quanto potrebbero ottimizzare i loro processi di pagamento e customer service, potrebbero migliorare i propri modelli di valutazione del rischio e, in ultima istanza, potrebbero aumentare il “mercato” dei servizi finanziari/creditizi. Ai provider di tecnologia e servizi B2b, perché potrebbero beneficiare di un allargamento del mercato delle soluzioni per la dematerializzazione e l’integrazione del ciclo ordine-pagamento. L’attuale “indefinitezza” di questo innovativo ambito di sviluppo ha, però, fino a oggi impedito di passare dalle “belle parole” ad azioni concrete di sviluppo di un’offerta da parte del mondo bancario e/o dei provider di servizi e soluzioni B2b.

“Proprio per uscire da questa “impasse” abbiamo lavorato, in questa Edizione dell’Osservatorio – conclude Alessandro Perego - per identificare le principali tipologie di servizi in ambito Financial Value Chain, per illustrare le modalità di creazione del valore e infine per “ascoltare” l’opinione delle imprese su questi temi”.

19 Maggio 2011