Innovazione: deregulation vera sfida politica

L'OPINIONE

No alla stato pianificatore, solo il venture capital può liberarci dai lacci della burocrazia

di Mario Dal Co, direttore generale Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione
Ricerca e innovazione sono legate, secondo la letteratura scientifica, nel triangolo istituzioni-università-imprese. A mio giudizio occorre inserire un quarto vertice, oltre ai tre indicati nello schema “triple helix”, come lo si chiama, introducendo anche la finanza, ed in particolare equity e venture capital. Ma ricerca e innovazione sono anche legate in altro senso, dai lacci e lacciuoli della politica industriale e della burocrazia.
Per coloro che ancora credono nelle politiche industriali attive, cioè guidate dall’autorità pubblica, ed io non sono tra quelli, il ruolo delle istituzioni è quello di indicare i settori strategici e finanziarli.

Chi ritiene che il mercato e il progresso tecnico abbiano dinamiche incompatibili con gli strumenti di pianificazione, per quanto integerrimi ed illuminati possano essere i loro custodi, il ruolo delle istituzioni è di autolimitarsi, riducendo la regolazione e la conseguente discrezionalità burocratica, portatrice di corruzione e zavorra per la competizione. A coloro cui questa impostazione liberista suonasse diminutio del ruolo del decisore politico, ricordo che la sfida della deregolazione è la più coraggiosa e la più difficile e richiede molta più determinazione di quanta ne basti per varare una nuova legge di incentivazione.

Occorre quindi un quarto lato, quello del finanziamento privato via equità o venture capital, perché il finanziamento pubblico dell’innovazione cessi e le risorse così risparmiate vengano destinate alla ricerca, che è un bene pubblico, mentre l’innovazione è, e deve restare, un bene privato. Se per motivi di riequilibrio territoriale possono essere utili incentivi a favore degli investimenti, come ha proposto il ministro dell’Economia con il credito d’imposta, ricordiamo che le lobby si faranno comunque sotto per piegare a destra o a sinistra anche gli strumenti non discrezionali. Sono le lobby che intendono “guidare” l’allocazione degli incentivi, per sottrarre risorse alle Pmi che fanno più innovazione, ma sono deboli nel loro potere lobbistico.
A chi difende imperterrito la capacità di indirizzo della PA nei confronti degli operatori di mercato e rifiuta l’argomento dell’incompatibilità tra innovazione e pianificazione, ricordiamo che le politiche discrezionali naufragano da decenni sulla incapacità di spesa e di trasferimento delle risorse finanziarie da parte delle amministrazioni pubbliche, quali che esse siano: centrali o regionali.

Le criticità che incontriamo in Italia sono ben rappresentate a livello comunitario dal report di mid term del programma europeo di ricerca (European Commission, Interim Evaluation of the Seventh Framework Program, Final Report 12 November 2010): “Occorre accrescere l’impatto sull’innovazione dei fondi di ricerca, e stimolare la partecipazione della piccola e media impresa focalizzando l’attenzione sull’intero processo di innovazione. Se non si risolvono rapidamente questi temi è improbabile che il Settimo Programma Quadro (FP7) raggiunga gli obiettivi e dia un contributo all’innovazione dell’Europa” (p. 50).
Ma sono temi come la necessità di semplificare la macchina amministrativa e al tempo stesso potenziare l’impatto della ricerca sull’innovazione e la diffusione dei risultati, che dimostrano i limiti dell’approccio “dirigista” all’innovazione europea: “In particolare continua ad essere inadeguato lo sfruttamento commerciale dei risultati della ricerca” (p. 69). La domanda che viene spontanea è: ma quale altro indicatore di efficacia serve, oltre a questo? Non è questo stesso indicatore segnale della criticità in cui si muove il dirigismo comunitario in materia di ricerca?

Ci sono poi questioni tipicamente italiane, che emergono dal rapporto. Tenendo conto di popolazione e reddito l’Italia si colloca sotto la media nei finanziamenti europei: fatta 100 la media siamo intorno a 80. Anche le università e le istituzioni di ricerca italiane sono assai indietro: dei primi 50 beneficiari dei finanziamenti FP7 il 16% sono del Regno Unito, il 12% ciascuna di Olanda e Germania, il 2% dell’Italia, e qui non ci sono aggiustamenti per popolazione e reddito. Sicuramente le istituzioni italiane patiscono il loro tradizionale “provincialismo” ossia l’incapacità di confrontarsi con partner internazionali e di valorizzare le eccellenti - spesso - capacità di ricerca e di formazione di alto livello scientifico delle nostre migliori università. Sicuramente le nostre imprese patiscono una difficoltà dimensionale ad applicare i risultati della ricerca, o ad accedere ai finanziamenti necessari per applicarla.
Sicuramente le nostre Regioni, in particolare al Sud, fanno una grandissima fatica a spendere i quattrini che pure l’Europa mette a disposizione della ricerca e dell’innovazione: le Regioni non migliorano, mentre le aziende hanno bisogno di migliorare la loro posizione nel sistema competitivo globale.
L’innovazione è tecnologia, ma è anche processo: processo organizzativo, processo istituzionale ossia capacità di rappresentarsi. Le due definizioni di innovazione - introdotte a livello teorico - non sono alternative: o c’è l’innovazione di processo o c’è quella di prodotto legata alla tecnologia e alla ricerca.

Stanno insieme e infatti la distinzione teorica ha sempre faticato molto a trovare verifica empirica: le due sono intrinsecamente connesse e non separabili. Va riconosciuto che il ministero dell’innovazione ha ormai imboccato la strada della pressione continua sulle amministrazioni pubbliche, affinché adottino tecnologie e adeguino i processi che le rendono utilizzabili: il Codice dell’Amministrazione Digitale va in questa direzione, la Posta Elettronica Certificata, i processi di dematerializzazione dei flussi burocratici (certificati malattia, ricette, patient summary, servizi on line di supporto alla trasparenza, alla customer satisfaction, alla diffusione delle pratiche migliori) sono tutti impegni congiunti sui due fronti: la tecnologia e il processo. Lo si è visto al recente Forum PA, ma il lavoro di strumentazione e di impulso fatto in questi tre anni va oltre i traguardi raggiunti, che sono parziali, ma comunque segnano un distacco clamoroso - pur nella scarsità di risorse - rispetto al passato.

24 Maggio 2011