Sentenza Google, un coro mondiale di "no"

VIDEO E PRIVACY

Dura replica dell’ambasciatore americano Thorne, ribellione di Isp e cybernauti. Ma anche il Garante della Privacy non concorda: “La colpa è di chi ha realizzato il video"

di Patrizia Licata
Internet non è il Far West digitale dove in nome della libertà di comunicazione non valgono le regole delle altre relazioni umane; le imprese che fanno business con i filmati del popolo della rete devono rispettare la legge sulla privacy. E’ su questo principio che il giudice del Tribunale di Milano Oscar Magi ha condannato a sei mesi di reclusione tre alti dirigenti di Google accusati di non aver evitato che nel 2006 finisse su Internet il filmato di un bambino autistico vessato dai suoi compagni di scuola. La sentenza solleva però un coro di opposizioni, dagli Stati Uniti, ma anche dall’Italia

L’Ambasciatore Usa in Italia, David Thorne, ha fatto immediatamente sapere che “siamo negativamente colpiti dalla odierna decisione di condanna di alcuni dirigenti della Google Inc. per la pubblicazione su Google di un video dai contenuti offensivi. Pur riconoscendo la natura biasimevole del materiale, non siamo d’accordo sul fatto che la responsabilità preventiva dei contenuti caricati dagli utenti ricada sugli Internet service provider. Il principio fondamentale della libertà di Internet è vitale per le democrazie che riconoscono il valore della libertà di espressione e viene tutelato da quanti hanno a cuore tale valore. Il Segretario di Stato Hillary Clinton lo scorso 21 gennaio ha affermato con chiarezza che Internet libero è un diritto umano inalienabile che va tutelato nelle società libere. In tutte le nazioni è necessario prestare grande attenzione agli abusi; tuttavia, eventuale materiale offensivo non deve diventare una scusa per violare questo diritto fondamentale”.

Anche in Italia diverse voci si sollevano a difendere Big G. “La sentenza è un forte campanello d’allarme”, commenta Giorgio Rapari, presidente di Assintel, “perché si inserisce in un trend in cui la politica e gli apparati giudiziari cercano di ricondurre la “novità” del Web dentro la cornice normativa esistente, senza averne compreso la natura. Siamo di fronte ad uno storico ed irreversibile cambiamento di paradigma, umano e sociale prima ancora che tecnologico, per il quale dobbiamo elaborare un nuovo approccio di inclusione, e non di limitazione”.

“Censura e controllo non servono, la ricetta è solo la prevenzione”, secondo il direttore del Cnr, Domenico Laforenza, intervistato da Repubblica. “Non voglio pensare che una società come Google, con una proiezione globale e una reputazione planetaria da difendere, abbia lucrato su quel video”, dice Laforenza, pur stigmatizzando il ritardo di due mesi con cui l’azienda è intervenuta. “Di sicuro questa sentenza farà giurisprudenza, cambierà molte cose nel mondo della rete. Ma un controllo ex ante sui filmati messi su web è tecnicamente impossibile. Uno ex post è complicato per la quantità di filmati immessi in rete in ogni minuto, ma possibile. Dovrebbero compierlo gli stessi provider. Il problema esiste e la prima soluzione è l’opera capillare di prevenzione con campagne educative”.

L’accusa non è rivolta a Internet ma a chi sbaglia, chiarisce il Garante della Privacy Francesco Pizzetti, sentito dal Corriere della Sera: “Non dobbiamo certo regolare Internet, ma tutti i comportamenti su Internet. Certo, trovare un punto di equilibrio è esercizio lungo e faticoso. La libertà è un bene prezioso ma non possiamo consentire che impunemente, senza controlli, si possano verificare situazioni come quella vissuta da quel ragazzo autistico”, che “ha rappresentato ben più che una semplice violazione della normativa sui dati personali”. Ma “stabilire la catena delle responsabilità non è semplice”.

Più accesa la ribellione dei provider, ma anche dei blogger e di tanti cybernauti, secondo cui la sentenza milanese è sbagliata, viola la libertà e mette il bavaglio alla Rete. “Questa sentenza sconvolge il quadro normativo vigente, viola l’articolo 21 della Costituzione sulla libertà di stampa e stabilisce che d’ora in avanti saranno i fornitori di accessi o servizi sul Web a doversi sostituire alla magistratura. Assurdo”, dichiara su Repubblica Paoli Nuti, presidente dell’Associazione italiana Internet provider (Aiip). Come dire: non vogliamo diventare sceriffi digitali. La protesta rimbalza dall’Italia all’America: discordanti le voci dei lettori del New York Times, ma la maggior parte “spara a zero sull’Italia”, mentre Leslie Harris, presidente del Center for democracy and technology, denuncia i rischi per la libertà su Internet dalle pagine dell’Huffington Post e se la prende anche col premier Berlusconi, che possiede il più grande network televisivo privato: “Una sentenza simile evoca lo spettro del protezionismo commerciale nel migliore dei casi e della censura da parte della burocrazia nel peggiore”.

In Italia l’analisi la fa Andrea Monti, avvocato e presidente della Electronic frontiers Italy (Alcei): “La sentenza non tutela i deboli e danneggia l’intero settore del digitale in Italia. E’ un freno in termini di competitività”: solo i grossi resteranno sul mercato, potendosi permettere strutture mastodontiche di prevenzione contro possibili contenuti a rischio.

La grande domanda che ancora deve trovare risposta, secondo il Corriere della Sera, è quale sia la responsabilità editoriale di Google, un colosso che ormai guadagna sei-sette miliardi di dollari l’anno ma che comincia a “pestare i piedi” a editori e operatori telecom. “Siamo forse di fronte a un ciclo nuovo di Internet. Innanzitutto dal punto di vista delle regole di condotta: una qualche forma di responsabilità andrà trovata, anche se non ingabbiando un corpo nuovo con armature vecchie. E poi da quello economico: Google ha creato un mercato dal nulla, ma oggi questa prateria è diventata troppo grande perché un solo cow-boy possa dominarla con la logica di uno smisurato Far West”, si legge sul quotidiano milanese.

Google si difende facendo notare che “ai postini non si chiede che cosa c’è nelle lettere e che per garantire il controllo di tutti i contenuti sarebbe necessario far pagare gli utenti per pubblicare i video e questo peggiorerebbe i contenuti”. “La società deve bilanciare il grado di protezione della privacy con i costi che vi sono associati, cioè la riduzione della disponibilità dei contenuti”, scrive ancora il Corsera. Inoltre, “una stretta eccessiva della protezione della privacy e una sottolineatura della responsabilità editoriale dei siti simile a quella dei giornali provoca un’espulsione dei contenuti prodotti dagli utenti a favore dei contenuti professionali che possono sopportare i costi di natura editoriale”. Ma la varietà e ricchezza dei contenuti generati dagli utenti, anche se non sempre di qualità, “è un bene prezioso per la società che va salvaguardato”.

Concorda Antonio Pilati, commissario Antitrust: “A Google devono essere attribuite delle responsabilità ma non quelle tradizionali dell’editore. Google fa un altro mestiere: non confeziona, non impagina, ma fornisce gli strumenti perché produttore e fruitore di contenuti possano incontrarsi. Sbaglieremmo se cercassimo di applicare vecchie regole a un sogggetto nuovo”. Secondo Pilati, nel caso del filmato incriminato, la colpa è di chi ha realizzato e divulgato il video, non del motore di ricerca; “a noi fa comodo attribuire la responsabilità a Google, perché è più semplice. Ma è improprio”. La soluzione? Una forma di diritto nuovo, con “una rete di contratti tra i vari soggetti che operano sul campo, per esempio tra gli editori cartacei o televisivi e Google. Un approccio negoziale sarebbe più flessibile, aderente alle novità e positivo per tutti”.

25 Febbraio 2010