Ict, la scuola italiana al bivio

INNOVAZIONE

di Michela Braga, Università di Milano
Le nuove tecnologie permeano la nostra società e si diffondono a ritmo crescente, in modo spesso trasversale rispetto al contesto socio culturale. La scuola del XXI secolo si trova di fronte a un bivio: accettare la sfida e investire nel cambiamento in modo massiccio o rimanere ancorata ai modelli tradizionali. I nativi digitali dovrebbero poter usufruire anche di un’offerta formativa in grado di sfruttare le potenzialità della tecnologia. Per fare questo non si può prescindere da una radicale riorganizzazione della didattica cui sono connessi benefici e costi. Le Ict in ambito scolastico si declinano in una serie di risorse didattiche per l’apprendimento: software, hardware utilizzati a scopi didattici (Lim, e-Books) e ambienti tecnologici per l’apprendimento (sistemi di rete, piattaforme di e-learning). Ma nella realtà, spesso, le politiche sono state documenti programmatici (o manifesti politici) e, per questo, sembra sia davvero giunto il momento di un cambiamento radicale.

La sottoutilizzazione di strumenti informatici nella didattica dipende probabilmente più dal fatto che le istituzioni scolastiche sono più lente a cambiare rispetto alle tecnologie che dal fatto che le tecnologie non sono un valido supporto alla didattica. Le nuove tecnologie sembrano infatti rispondere adeguatamente ai nuovi metodi formativi che pongono lo studente (e non più l’insegnante) al centro del processo formativo. Il materiale didattico innovativo ad integrazione delle tradizionali lezioni frontali, stimola la partecipazione attiva, incoraggia l’apprendimento autonomo, facilita la memorizzazione e può rispondere a esigenze specifiche degli studenti con difficoltà di apprendimento.

Da un punto di vista economico, l’introduzione delle Ict è potenzialmente vantaggiosa sia in termini di efficienza sia di equità A fronte di questi benefici, si devono ovviamente considerare i costi. Costi di acquisizione del capitale fisico e costi per la formazione del capitale umano. Sul primo fronte si deve investire per introdurre in modo massiccio le Ict nella scuola, sul secondo fronte si devono formare le competenze necessarie affinché docenti e dirigenti scolastici possano utilizzare effettivamente nel quotidiano queste tecnologie.

Una scuola hi-tech prevede aule con banchi con schermo touch screen, cattedra digitale, in cui sia possibile lavorare in rete, e una Lim. Ogni classe dovrebbe utilizzare almeno un software didattico per ognuna delle 6 aree disciplinari essenziali (lingua italiana, matematica, storia, geografia, scienze e lingua straniera) e tutti i docenti e gli studenti dovrebbero avere un neetbook. Gli insegnati devono possedere un nuovo profilo professionale: chi si appresta ad entrare nel mondo del lavoro devono avere le competenze di base e gli insegnati già di ruolo devono acquisirle in tempi relativamente brevi. Non si deve tralasciare la formazione continua degli insegnati già in servizio e l’inserimento nell’organico scolastico di nuove figure professionali che siano di supporto nell’uso di strumenti e programmi.

Limitandoci a queste semplici voci di costo una scuola altamente informatizzata comporterebbe una spesa di circa 1.300 euro a studente, con poca variabilità considerando i diversi ordini di scuola. Una spesa piuttosto ingente per un Paese in cui la spesa annua media per studente è di circa 6.000 euro e i vincoli di bilancio si fanno sentire. Nel valutare l’effettiva convenienza dell’investimento non si può prescindere da altre tre considerazioni. Le tecnologie possono potenziare alcune competenze, sviluppare di nuove o intervenire su particolari gruppi di studenti (con difficoltà di apprendimento, con poca conoscenza della lingua italiana).

Le nuove tecnologie possono consentire un maggior accesso all’istruzione: con un’offerta formativa più flessibile anche grazie alla rete quello che fino a pochi anni fa era considerato locale ora può diventare globale e consentire la fruizione di alcuni servizi formativi nelle stesse località di residenza degli studenti. Si devono però prevedere politiche scolastiche tese a evitare che alcuni ceti sociali siano vittime di un “analfabetismo informatico” per non accentuare i divari già esistenti in termini di scolarizzazione e competenze. Gli aspetti positivi e negativi non si bilanciano perfettamente ma lasciano presagire che quella odierna sia una sfida importante da cogliere per migliorare l’offerta formativa e le competenze dei nostri studenti.

20 Giugno 2011