Pileri: "E' ora di fare l'Italia digitale"

L'INTERVISTA

"Agire subito: deve diventare un obiettivo comune di tutti, politica e aziende in primis". Il programma del presidente di Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici

di Gildo Campesato
«Non possiamo perdere altro tempo. Bisogna agire»: è il messaggio, forte, che Stefano Pileri, neo presidente di Confindustria servizi innovativi e tecnologici, lancia attraverso il nostro giornale. Agire, spiega, per quello che deve essere “Italia digitale”, un obiettivo comune a tutti: imprese, forze politiche di maggioranza e opposizione, governo.

Come?
È necessario fare sistema, mettere in campo un’azione integrata su più fronti: infrastrutture digitali, offerta di servizi digitali, sviluppo della domanda digitale, crescita della cultura digitale. E dobbiamo focalizzarci sui risultati. Purtroppo non vedo ancora sufficiente consapevolezza che senza un’azione forte l’Italia rischia di uscire ancora più debole dalla crisi.

Forse deve rivolgere la critica anche alle imprese.
Limiti di comprensione ci sono anche fra noi: l’azione associativa di Confindustria è essenziale per superare tali barriere. Chi ha veramente in mano le leve per mettere in campo un’azione decisiva non sono le imprese ma è la politica che deve muovere dove non basta il mercato. Ed è ad essa che si rivolge innanzitutto il mio appello ad agire subito.

E i fondi per la banda larga?
Vanno messi in campo senza ulteriori ritardi: il piano Romani è importante e risponde perfettamente alle attuali esigenze della domanda di Internet. Tra l’altro, gli investimenti, che vanno a finanziare opere di scavo, che rappresentano un importante volano antirecessivo. Ma non è l’infrastruttura il problema maggiore: la copertura broadband è molto meno precaria di quanto non si dica.

Dov’è il vero problema, allora?
In quel 55% di famiglie italiane che non usano Internet, perché non lo ritengono utile e in quel terzo di imprese tuttora fuori rete. E la causa non è certo la mancanza di broadband, come dimostrano i dati dell’Osservatorio Italia digitale. Il problema è che in Italia si può ancora vivere, imprese comprese, senza alfabetizzazione informatica. Ed invece il Paese non può più permetterselo. Nel dopoguerra si è fatto un grande sforzo per mettere tutti gli italiani in grado di leggere e scrivere: si era capito che l’alfabetizzazione di massa era indispensabile per tutti. Ora ci vuole uno sforzo analogo per la diffusione della cultura digitale.

Nostalgia del maestro Manzi?
No, ma la Tv può dare anche oggi un contributo valido. Stiamo passando al digitale terrestre. Ebbene, avremo sempre più televisori con integrate schede che consentono la navigazione su Internet. Con servizi adeguati, la Tv può essere un veicolo significativo di digitalizzazione per chi non ha dimestichezza col Pc.

Ma ci vorranno anche le reti.
Sì, ma cerchiamo di essere realistici. Intanto, gli operatori hanno già in campo progetti importanti per le reti fisse e mobili di nuova generazione. Ma non si può ignorare che senza una massa critica di domanda, che oggi non c’è, è difficile che telco e aziende di informatica possano investire ancora di più di quanto programmato.

E allora?
E allora, oltre che mettere subito in campo il piano Romani, bisogna agire sul fronte della domanda. Lo Stato può avere un ruolo decisivo. Va aumentata l’offerta di servizi digitali alle famiglie e alle imprese. Il piano e.gov 2012 del ministro Brunetta è un’opportunità importantissima non solo per migliorare i servizi offerti dalla Pa ma anche per dare un enorme impulso alla diffusione della cultura di Internet aumentando l’utilità percepita dei servizi digitali.

Con che priorità?
Tutte quelle previste da Brunetta: digitalizzazione dei servizi trasversali (Pec, fatturazione elettronica, firma digitale), dei servizi comunali, della scuola, della sanità, della giustizia. E poi ci vuole l’innovazione normativa del codice digitale: sia pur progressivamente, tutte le transazioni con la PA devono obbligatoriamente passare dalla rete. Non è solo il ministero di Brunetta ad essere interessato. Si pensi, ad esempio, a cosa significa in termini di miglioramento ambientale spostare i bit invece degli atomi. O cosa può significare la telesanità.

Ci vorranno molti fondi.
Vanno trovati, altrimenti quei progetti resteranno sulla carta. Ma saranno soldi ben spesi: aumenteranno la qualità dei servizi pubblici, miglioreranno la vita dei cittadini, aumenteranno la competitività del Paese. E faranno risparmiare soldi: un servizio basato sul digitale costa meno di uno basato sulla carta. Ma oltre agli obiettivi dobbiamo darci i tempi di realizzazione: entro il 2012 l’Italia deve diventare digitale. Le famiglie in rete dovranno essere almeno l’80%, le imprese ed i Comuni il 100%, la Posta elettronica certificata distribuita alla maggior parte dei cittadini, il 100% delle scuole on line con i Pc in aula, il 100% delle ricette e dei certificati deve essere digitale ed infine la larga banda dovrà coprire il 100% del nostro territorio con la fibra ottica che avrà raggiunto il 25% delle linee.

Realistico?
Può esserlo se ci muoviamo insime, pubblico e privati. Ad esempio, le banche non possono chiamarsi fuori. Hanno un duplice ruolo: di interfaccia con le famiglie, a partire dalla promozione dei conti online, e di supporto alle imprese. Ebbene, quando si tratta di finanziare progetti innovativi, passaggi tecnologici Ict, progetti di digitalizzazione a volte le banche frenano invece di supportare le imprese. Le metriche con cui si valuta l’Ict non possono essere le stesse usate per investimenti in macchinari.

12 Ottobre 2009