La guerra in Medio Oriente apre un fronte critico anche per le infrastrutture digitali, n particolare i data center. Diversi Stati del Golfo (Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar) hanno attratto importanti investimenti nel cloud e hyperscaler. Queste implementazioni riflettono la domanda dei clienti di bassa latenza, sovranità dei dati e iniziative di trasformazione digitale. Che cosa succede ora con il conflitto in corso e, anche, la chiusura dello Stretto di Hormutz?
Gli analisti di DC Byte ricordano che i data center colpiti dai recenti attacchi rappresentano una parte molto piccola dell’ecosistema dei data center in Medio Oriente. Dei 233 progetti di sviluppo di data center nei Paesi del Gcc (Consiglio di cooperazione del Golfo, ovvero Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar), i cinque finora colpiti rappresentano tra l’1 e il 2% del mercato. Per ora, l’impatto sull’intero settore dei data center del Medio Oriente è davvero limitato.
Tuttavia, la chiusura dello Stretto di Hormutz rappresenta un fattore di rischio da seguire con attenzione perché può creare gravi colli di bottiglia nella supply chain.
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Medio Oriente, l’impatto sui data center hyperscale
DC Byte osserva che gli attacchi si sono concentrati principalmente su strutture di proprietà di hyperscaler e operatori statunitensi. Pertanto, un conflitto regionale potrebbe non necessariamente eliminare l’attrattiva del mercato, ma potrebbe modificare le ipotesi operative relative a resilienza, connettività e rischio di investimento.
Le infrastrutture dei data center di larga scala nella regione sono in genere progettate con un’elevata resilienza integrata. Ad esempio, strutture rinforzate, perimetri controllati, sistemi di alimentazione ridondanti, sistemi antincendio e di protezione ambientale.
Questo è particolarmente vero per le strutture hyperscale. Gli operatori di grandi dimensioni di solito distribuiscono anche i carichi di lavoro su più zone di disponibilità e regioni.
La scelta finale dipende dalle preferenze del cliente; tuttavia, in termini pratici, la resilienza integrata significa che, se una struttura subisce un’interruzione, i carichi di lavoro possono essere semplicemente reindirizzati ad altri siti. Ciò ha finora ridotto al minimo le interruzioni in tutta la regione e oltre.
Come cambiano i modelli di rischio
Di conseguenza, è improbabile che i rischi per l’infrastruttura fisica portino all’abbandono delle implementazioni in Medio Oriente. Tuttavia, la prosecuzione del conflitto potrebbe indurre operatori e investitori ad adottare modelli di rischio fisico più avanzati.
Ora i player di mercato potrebbero dare maggior valore a parametri quali la vicinanza a potenziali obiettivi strategici, la copertura dello spazio aereo o della difesa missilistica, la distanza da infrastrutture militari o industriali, l’architettura di resilienza e distribuzione dei carichi di lavoro.
Verso strategie multiregionali e architetture ibride
Inoltre, sebbene la maggior parte degli hyperscaler si affidi già ampiamente ad architetture con zone di disponibilità multiple, gli incidenti che interessano i siti fisici rafforzano il valore di capacità di failover transfrontaliero, strategie di implementazione cloud multiregionali e architetture ibride che combinano capacità regionali ed esterne.
Anche in questo caso, come per la sicurezza fisica, è improbabile che il conflitto in Medio Oriente porti a grandi cambiamenti nelle pratiche di architettura di resilienza. Ma hyperscaler e operatori potrebbero essere costretti a rafforzare o accelerare i metodi esistenti.
La connettività diventa strategica
Un’altra considerazione chiave per gli operatori di data center è la connettività di rete. DC Byte spiega che, anche quando un singolo data center viene attaccato, la mitigazione delle interruzioni per i clienti è determinata dalla velocità con cui i carichi di lavoro possono essere reindirizzati. Ma questo si scontra spesso con i limiti di instradamento della rete.
Nel breve termine, ciò può causare aumenti temporanei della latenza e congestione durante i periodi di traffico elevato. Per contrastare questo problema, è probabile che gli stakeholder pongano maggiore enfasi sulla diversificazione dei percorsi dei cavi e sulla ridondanza della rete, oltre che sulla resilienza delle infrastrutture.
Le minacce informatiche e ibride ai data center
I conflitti moderni sono sempre più caratterizzati da una guerra asimmetrica, e una componente chiave di questa è rappresentata dagli attacchi informatici. La maggior parte dei principali operatori e hyperscaler li include già nei propri scenari di rischio. Tuttavia, l’attuale situazione geopolitica potrebbe catalizzare una maggiore attenzione a come minimizzare le interruzioni informatiche che coincidono con eventi fisici, contrastare i tentativi di sfruttare le interruzioni operative, e pianificazione della ridondanza e della resilienza.
Nel lungo termine, secondo DC Byte, questo potrebbe rivelarsi un aspetto positivo. Una maggiore integrazione tra difesa informatica, monitoraggio operativo e pianificazione della sicurezza fisica non farà altro che rendere il settore più resistente agli shock esterni.
Stretto di Hortmutz, focus sulla supply chain
Intanto, un elemento cui prestare attenzione nel breve termine è quello della supply chain e delle possibili interruzioni legate alla crisi nello stretto di Hormutz.
“Uno dei maggiori impatti che vediamo nel breve e medio termine è nelle catene di fornitura”, afferma Scott Roots, Sales Director Emea di DC Byte. “Consegnare merci nella regione sta diventando sempre più difficile. Di conseguenza, i costi del trasporto stanno aumentando notevolmente e i tempi di consegna si allungano. Il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz è gravemente compromesso e questo è certamente un fattore da tenere d’occhio nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Per gli operatori e gli hyperscaler, nel breve termine potrebbero verificarsi aumenti dei prezzi a causa della scarsità di risorse, dei ritardi nei progetti e della necessità di valutare rotte di approvvigionamento alternative”.
Medio Oriente, il mercato digitale resta fiducioso
Nonostante le interruzioni, il Gcc si dichiara ottimista sullo sviluppo dei data center nella regione. Secondo i dati di DC Byte, quest’area del Medio Oriente dispone attualmente di circa 2,4 GW di capacità qualificata, di cui oltre 2 GW in fase iniziale. E, per ora, non si è verificata alcuna sospensione o alcun ritiro di investimenti nella regione da parte di sviluppatori immobiliari o hyperscaler. Ciò indica una solida fiducia del mercato nel settore dei data center in Medio Oriente, almeno nel prossimo futuro.
Tuttavia, un conflitto che causi danni ingenti alle infrastrutture digitali influenzerebbe il modo in cui investitori e assicuratori valutano il rischio. Pertanto, potrebbe verificarsi una rivalutazione dell’esposizione al rischio politico, un aumento delle due diligence sulla resilienza dei siti e un adeguamento dei requisiti di copertura assicurativa. Ma per DC Byte gli impatti più probabili riguarderanno le proiezioni economiche e le tempistiche di pianificazione, piuttosto che gli investimenti regionali in sé.
Implicazioni strategiche per gli operatori: i cavi
Si potrebbe anche assistere a un’accelerazione degli investimenti in percorsi alternativi per cavi sottomarini o terrestri. I vincoli di instradamento della rete giocano un ruolo chiave nella resilienza di un data center, pertanto operatori e hyperscaler potrebbero valutare la possibilità di integrare una gamma più ampia di opzioni di ridondanza.
È anche possibile un cambiamento nei criteri di selezione dei siti. La maggior parte delle selezioni tiene già conto dei rischi geopolitici e della prossimità alle infrastrutture, ma il conflitto potrebbe portare a una maggiore considerazione di questi fattori nel processo decisionale.
In conclusione, afferma il ceo di DC Byte, Bernard Johnson, il conflitto in Medio Oriente “mette in luce l’interazione tra eventi geopolitici e infrastruttura digitale, più che dimostrare una vulnerabilità intrinseca nelle attività dei data center regionali. L’impatto più probabile potrebbe essere un’attenzione aumentata a come si progettano la ridondanza e la resilienza, una valutazione più attenta del rischio per l’infrastruttura fisica e un adeguamento sulle politiche di investimento e assicurative”.
Guerra in Iran, i data center Ai sono il nuovo fronte
Già ieri CorCom ha riportato come La guerra in Iran stia ridisegnando gli equilibri della sicurezza digitale globale. Il rialzo immediato del prezzo del petrolio e del gas, unito ai danni alle strutture Aws negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, segna un nuovo punto di frattura: i data center non sono più semplici siti logistici, ma asset critici e vulnerabili.
Una dinamica che obbliga governi e big tech a ricalibrare modelli di investimento, strategie di protezione e valutazione del rischio. Come sottolinea Brad Gastwirth di Circular Technology, “anche una parziale interruzione delle rotte di trasporto può spingere i prezzi dell’energia verso l’alto e aumentare i costi lungo tutta la supply chain tecnologica”.
Vincent Boulanin, del Stockholm International Peace Research Institute, ha evidenziato a sua volta che i data center sono “un elemento fondamentale delle capacità di Ai a livello nazionale”. Colpirli significa indebolire servizi civili, sistemi finanziari e potenziali supporti militari basati sull’intelligenza artificiale.
Gli hyperscaler, per dimensione e concentrazione, appaiono i target più evidenti. Strutture che ospitano oltre 5.000 server, distribuite su superfici enormi, hanno un impatto sistemico: la loro indisponibilità può paralizzare un’intera regione. Inoltre, la crescente integrazione di modelli di Ai nelle operazioni militari – dai supporti decisionali alle attività di intelligence – rende queste infrastrutture ancora più sensibili.







