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Spazio, gli investitori Usa guidano la corsa europea alle scaleup



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Il report dell’European Space Policy Institute mette in luce il ruolo sempre più rilevante dei capitali esteri nello sviluppo delle imprese del settore, con impatti su governance, acquisizioni e controllo delle tecnologie strategiche. Un equilibrio delicato mentre l’Unione europea punta a rafforzare la propria autonomia industriale

Pubblicato il 4 mag 2026



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Il capitale statunitense pesa sempre di più sulla crescita delle imprese spaziali europee. Secondo il report dell’European Space Policy Institute (Espi), nel biennio 2024-2025 solo il 69% dei circa 2 miliardi di euro raccolti dalle aziende spaziali europee in venture funding è arrivato da round guidati da investitori europei. Negli Stati Uniti, la quota supera il 90%.

Juan Carlos Serra, research fellow dell’European Space Policy Institute, evidenzia come “questo divario non riguardi solo lo spazio, ma sia stato identificato come un problema del deep tech in Europa”, con il rischio che le aziende siano spinte a rivolgersi a investitori esteri “per necessità più che per scelta”.

Capitali esteri, cresce il peso sulle scelte industriali

Il tema non riguarda soltanto l’ammontare degli investimenti. I lead investor possono incidere sulla governance, attraverso rappresentanza nei board, diritti di voto e orientamento strategico. Aspetti particolarmente sensibili in una fase in cui lo spazio è sempre più legato a difesa, sicurezza e sovranità tecnologica.

Serra sottolinea che “gli investimenti esteri hanno numerosi benefici”, ma anche che “oggi ci sono sempre più preoccupazioni in questo contesto geoeconomico… i governi sono più cauti quando gli investimenti riguardano difesa o capacità strategiche”.

La sfida, evidenzia il report, è quindi gestire il rischio senza chiudere la porta a capitali utili alla crescita.

Francia e Germania, esposizioni molto diverse

Le differenze regionali sono marcate. In Europa, l’84% della partecipazione degli investitori nei round venture spaziali degli ultimi due anni è arrivato dal continente. In Francia la quota europea sale all’89%, con il 75% proveniente dal mercato nazionale e una presenza statunitense quasi assente.

La Germania mostra invece un profilo più esposto: il 45% della partecipazione è nazionale, il 37% arriva dal resto d’Europa e il 15% dagli Stati Uniti. Un dato che segnala una maggiore apertura, ma anche una vulnerabilità più alta sul fronte del controllo estero.

Acquisizioni, il vero fronte della sovranità

Il rischio maggiore, secondo Espi, riguarda le acquisizioni. Tra il 2014 e il 2025 sono state tracciate 46 operazioni su aziende spaziali europee: circa un terzo ha coinvolto acquirenti stranieri, soprattutto statunitensi.

Anche in questo caso la Germania risulta particolarmente esposta: metà delle imprese vendute nel periodo è stata acquisita da soggetti esteri, tra cui operatori provenienti da Stati Uniti, Singapore e Arabia Saudita.

Il report precisa che non tutte le acquisizioni straniere rappresentano una minaccia. Tuttavia, la perdita di controllo su aziende attive in tecnologie critiche ed emergenti può indebolire l’autonomia strategica europea.

Space Act europeo, il dibattito entra nel vivo

I risultati arrivano mentre i legislatori discutono lo European Space Act, il quadro normativo pensato per armonizzare le regole nel mercato unico. L’industria guarda con attenzione al provvedimento, tra timori legati a costi di compliance, complessità delle certificazioni e trattamento degli operatori extraeuropei.

Nel 2025 le space venture europee hanno attratto complessivamente 1,4 miliardi di euro considerando anche debito e acquisizioni, con un calo dell’8% su base annua. A livello globale, invece, gli investimenti sono cresciuti del 60% fino al record di 11,7 miliardi di euro, trainati dagli Stati Uniti, che hanno raccolto quasi 8 miliardi.

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