Il Pnrr incassa una promozione che va oltre il dato amministrativo. Nella relazione della Corte dei conti sullo stato di attuazione delle misure, il capitolo dedicato alla trasformazione digitale restituisce infatti un’immagine precisa: su alcuni dossier chiave il cronoprogramma non solo regge, ma corre più veloce del previsto. È questo il punto politico e industriale che il Governo rivendica, e che la stessa magistratura contabile mette nero su bianco nei passaggi evidenziati della relazione.
Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione tecnologica e alla transizione digitale Alessio Butti legge il documento come una certificazione del lavoro svolto sul Piano. Nella sua dichiarazione parla di un Paese che “sta correndo nella direzione giusta” e insiste sul fatto che i target raggiunti in anticipo, “nel caso dell’identità digitale quasi due anni prima di quanto previsto dall’Ue”, siano il segnale più evidente del cambio di passo impresso negli ultimi 36 mesi. Il valore del passaggio, però, non sta soltanto nella rivendicazione politica. Sta soprattutto nel fatto che il Pnrr viene valutato su terreni molto concreti: diffusione dei servizi, accessibilità, identità digitale, interoperabilità e piattaforme abilitanti.
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Fra annunci e capacità di esecuzione: il giudizio sul Pnrr
La relazione della Corte dei conti ha un rilievo particolare perché misura la distanza tra annunci e capacità di esecuzione. In questa fase del Pnrr non basta più certificare l’avvio dei progetti. Serve dimostrare che le misure producono risultati verificabili, che gli enti attuatori tengono il passo e che le piattaforme nazionali riescono a sostenere un’adozione ampia e stabile.
È qui che il digitale mostra il suo avanzamento più interessante. La Corte non si limita a prendere atto del rispetto formale delle milestone. In più casi rileva risultati superiori a quanto programmato. Questo cambia il perimetro della discussione pubblica: il digitale non appare più soltanto come un capitolo di spesa del Pnrr, ma come un’infrastruttura che sta diventando operativa dentro la macchina amministrativa.
Butti, nella dichiarazione integrale, insiste sul carattere collettivo del risultato. Cita il coordinamento del Governo, il lavoro del Dipartimento per la trasformazione digitale, la collaborazione con amministrazioni centrali e territoriali e il contributo delle strutture impegnate nell’attuazione. È un passaggio importante, perché uno dei limiti storici delle politiche digitali italiane è sempre stato il divario tra architettura centrale e capacità di messa a terra locale. La relazione segnala che almeno una parte di quel divario è stata ridotta.
Pnrr e digitale: i dossier su cui la Corte vede l’accelerazione
Ecco il punto sui dossier su cui la Corte vede un’accelerazione.
Citizen Experience
Il primo fronte riguarda Citizen Experience, cioè il miglioramento della qualità e dell’usabilità dei servizi pubblici digitali. La Corte rileva che al 31 dicembre 2025 è stato raggiunto in anticipo il target Ue M1C1-148, previsto per la scadenza finale del Pnrr. Il dato richiamato è significativo: 12.574 progetti hanno ottenuto asseverazione tecnica positiva, su una platea complessiva di 15.585 enti tra Comuni e istituti scolastici, con una percentuale di realizzazione superiore all’80%. Non è un dettaglio. Significa che la modernizzazione dell’interfaccia pubblica verso cittadini e famiglie sta entrando in una scala nazionale.
Citizen Inclusion
Un secondo tassello riguarda Citizen Inclusion, cioè l’accessibilità dei servizi digitali. Anche qui la Corte registra il conseguimento del target finale M1C1-144 e aggiunge un elemento non banale: in particolare risultano “pienamente raggiunti, e in alcuni casi superati, gli obiettivi fissati” sia sul fronte della copertura del fabbisogno di tecnologie assistive per i lavoratori con disabilità, sia sulla riduzione degli errori di accessibilità nei servizi digitali. Nel dibattito pubblico questo filone riceve spesso meno attenzione di altre misure. Eppure è uno dei banchi di prova più seri, perché misura la qualità effettiva della digitalizzazione e non solo la sua estensione.
Piattaforme nazionali Spid, Cie e Anpr
Il passaggio più forte, anche sul piano simbolico, riguarda però il rafforzamento delle piattaforme nazionali di Spid, Cie e Anpr. La Corte scrive che i due target Ue previsti per il 2025, M1C1-145 e M1C1-146, sono stati raggiunti in anticipo rispetto alle scadenze del Piano. I numeri indicati sono rilevanti: oltre 42,3 milioni di Cie rilasciate e adozione di Spid da parte di 10.217 pubbliche amministrazioni. È il nodo più strategico del percorso di trasformazione digitale, perché l’identità rappresenta la porta di accesso ai servizi e l’elemento che rende possibile una relazione digitale continuativa tra cittadino e amministrazione.
Piattaforma delle notifiche digitali Send
La quarta misura citata dalla relazione è la piattaforma delle notifiche digitali Send. Anche qui il quadro è positivo: al 31 dicembre 2025 risultano integrati oltre 6.700 enti, un risultato che consente di realizzare, e persino superare anticipatamente, il target Ue M1C1-151 fissato per la fine del Piano, cioè l’utilizzo della piattaforma da parte di almeno 6.400 amministrazioni pubbliche. In altri termini, uno dei passaggi più delicati della digitalizzazione documentale della Pa sta guadagnando massa critica prima della scadenza.
Perché l’identità digitale è il vero snodo industriale
Tra tutti i risultati del Pnrr messi in evidenza, quello sull’identità digitale è probabilmente il più pesante. Non solo perché Butti sottolinea che il traguardo è stato centrato quasi due anni prima dei tempi previsti dall’Ue, ma perché Spid, Cie e Anpr formano insieme la base tecnica di molti altri servizi. Senza una diffusione larga e affidabile di queste piattaforme, il resto della trasformazione rischia di restare frammentato.
Qui il Pnrr si misura con una vecchia debolezza italiana: la difficoltà di trasformare le piattaforme in adozione diffusa, stabile, ordinaria. La Corte segnala che l’avanzamento c’è e che il governo dell’iniziativa è stato efficace. Questo non significa che il problema sia risolto una volta per tutte, ma indica che la traiettoria si è spostata. Il digitale pubblico non è più soltanto un cantiere di sperimentazioni. Sta diventando un sistema.
Nella sua dichiarazione, Butti collega questa dinamica anche ai numeri del Digital Decade Report Ue, sostenendo che l’Italia sarebbe passata in un anno dal 68% all’83% nei servizi pubblici digitali ai cittadini, superando per la prima volta la media europea e Paesi tradizionalmente più performanti come Francia e Germania. Il richiamo è politicamente utile perché prova a saldare il dato nazionale del Pnrr con un benchmark europeo. Ma soprattutto rafforza un messaggio: quando le piattaforme di base crescono, migliorano anche gli indicatori più visibili della qualità dei servizi.
Dalla corsa ai target alla prova della sostenibilità
La promozione della Corte dei conti non elimina però le cautele. In più punti la relazione segnala che la fase finale richiede attenzione alla coerenza tra azioni e risultati e alla sostenibilità di lungo termine delle piattaforme. È un passaggio decisivo, perché il rischio classico dei grandi piani straordinari è concentrare lo sforzo sul target e lasciare più debole la struttura che dovrà reggere dopo.
Anche sul dossier Send, per esempio, la Corte accompagna il risultato positivo con alcune criticità: il completamento della rete di assorbimento del divario digitale, il mancato accesso alla piattaforma da parte di alcuni grandi soggetti notificatori e l’esigenza di garantire continuità progettuale nella fase di riassetto dei soggetti coinvolti. Non sono rilievi secondari. Dicono che la vera maturità del digitale nella Pa si misurerà sulla capacità di consolidare ciò che è stato avviato.
Lo stesso vale per i servizi pubblici digitali. Avere migliaia di progetti asseverati è un passo enorme, ma non basta se poi l’esperienza utente resta disomogenea, se i cittadini non usano con continuità i nuovi canali o se gli enti non dispongono delle competenze per aggiornarli e mantenerli nel tempo. La stagione delle milestone, insomma, sta lasciando il posto a quella più complessa della manutenzione, dell’adozione e della qualità.
Il significato politico del verdetto sul Pnrr
Per il Governo, il giudizio della Corte consente di accreditare una narrazione precisa: il digitale è uno dei campi nei quali il Pnrr ha prodotto risultati visibili, misurabili e in diversi casi anticipati. Per il sistema Pa, invece, il significato è ancora più concreto. La relazione suggerisce che una parte della trasformazione non è rimasta sulla carta e che alcune piattaforme nazionali stanno finalmente diventando architetture di uso reale.
È questo il punto su cui si giocherà l’ultimo tratto del Piano. Butti lo dice in modo esplicito quando riconosce che la fase finale richiede “massima attenzione, capacità di esecuzione e senso di responsabilità”. La promozione della Corte dei conti non chiude la partita. La apre su un terreno più impegnativo: trasformare gli obiettivi del Pnrr in una capacità permanente al servizio del Paese.






