Non basta sorvegliare il mare. La vera fragilità dei cavi sottomarini può trovarsi a terra, nei punti in cui le dorsali globali si collegano alle reti nazionali. È il messaggio centrale dell’analisi pubblicata dal Cepa, il Center for European Policy Analysis, think tank transatlantico con sede a Washington che si occupa di sicurezza, geopolitica, difesa, tecnologia e relazioni euro-atlantiche.
L’articolo, firmato da Barbara Paoletti sulla piattaforma Bandwidth del Cepa, parte da uno scenario ipotetico ma credibile. Una cable landing station perde visibilità operativa nel cuore della notte. I generatori di backup smettono di funzionare. Il traffico viene reindirizzato e la rete si congestiona. Quello che all’inizio appare come un incidente cyber si rivela invece un attacco coordinato contro una struttura terrestre critica. Il punto, secondo il Cepa, è che la protezione delle infrastrutture sottomarine non può fermarsi al fondale.
Indice degli argomenti
Il Baltico cambia la percezione del rischio
L’analisi si inserisce in un quadro che negli ultimi due anni ha assunto un peso crescente nell’agenda di sicurezza occidentale. Dalla fine del 2023 almeno undici cavi e pipeline nel Mar Baltico sono stati danneggiati. In Europa questi episodi vengono letti sempre più spesso come possibili azioni ibride. Le indagini, ricorda il Cepa, hanno riguardato anche navi commerciali civili, comprese imbarcazioni associate alla shadow fleet russa e carrier operati da soggetti cinesi, sospettate di aver trascinato ancore in aree sensibili per energia e telecomunicazioni.
La reazione si è concentrata soprattutto sul piano marittimo. La Nato ha rafforzato pattugliamenti e monitoraggio dei fondali. I movimenti sospetti vicino alle infrastrutture critiche attirano oggi un’attenzione immediata. Tuttavia il Cepa sottolinea un elemento decisivo. I danni ai cavi sottomarini, pur gravi, non hanno finora provocato un collasso sistemico di Internet. Il traffico è stato reroutato. Le reti hanno mostrato capacità di tenuta. Questo sposta il baricentro dell’analisi su un’altra vulnerabilità.
Perché le landing station sono un punto cieco
Secondo il Center for European Policy Analysis, le landing station restano una componente sottovalutata della sicurezza digitale. Eppure sono siti fissi, localizzabili e spesso decisivi, perché raccolgono enormi volumi di traffico internazionale e li convogliano verso le reti domestiche. Alcune ospitano più sistemi di cavo. Se colpite, possono produrre effetti molto più ampi di quelli causati dal danneggiamento di una singola tratta in mare.
Qui la differenza rispetto al fondale è netta. Colpire infrastrutture in profondità richiede mezzi specializzati, competenze tecniche e un contesto operativo complesso. Creare un’interruzione davvero estesa implica inoltre il taglio di più cavi. Una landing station, invece, è un bersaglio statico. Può trovarsi vicino a porti, aree industriali o infrastrutture di telecomunicazione progettate quando il livello della minaccia era diverso da quello attuale. Alcuni siti sono ben protetti. Altri meno.
Il Cepa richiama quindi un cambio di prospettiva. Il problema non è solo il sabotaggio fisico. I punti di approdo offrono anche occasioni di intrusione cyber, spionaggio, manipolazione dei sistemi di routing e attacchi che combinano dimensione digitale e materiale. Interferire con l’alimentazione elettrica, con la tecnologia operativa o con i sistemi di gestione può innescare un effetto domino sulla continuità del servizio.
La convergenza tra sicurezza fisica e cyber
Nell’articolo viene richiamato anche il ruolo di Enisa, l’agenzia europea per la cybersicurezza, che ha già segnalato la vulnerabilità delle landing station a minacce fisiche e digitali. È un passaggio importante, perché conferma come il tema non riguardi solo gli operatori tlc, ma la resilienza complessiva dell’economia connessa. I cavi sottomarini trasportano traffico cloud, dati finanziari, servizi pubblici, applicazioni enterprise e interconnessioni tra data center. Non sono più una semplice infrastruttura di back-end. Sono una condizione operativa del mercato digitale.
Il ragionamento vale in modo particolare per gli Usa, dove un numero limitato di approdi gestisce una quota significativa del traffico transatlantico. Ma la questione riguarda anche l’Europa. Quando molti collegamenti convergono in pochi siti, cresce l’efficienza, ma aumenta anche la concentrazione del rischio. La geografia della rete diventa quindi un fattore strategico almeno quanto la sua capacità tecnica.
Gli interventi proposti dal Cepa
La proposta del Center for European Policy Analysis è chiara. I governi dovrebbero definire standard nazionali specifici per la sicurezza delle landing station. Tra i punti indicati ci sono controllo degli accessi, requisiti di autorizzazione all’ingresso, protezione perimetrale e sistemi elettrici di backup affidabili. In parallelo, andrebbe rafforzata la cybersicurezza per impedire accessi non autorizzati o software malevoli nei sistemi di network management.
C’è poi un secondo asse, più strutturale, che riguarda la ridondanza. Il Cepa invita a valutare se alcuni sistemi possano essere instradati attraverso punti di approdo aggiuntivi o geograficamente più distribuiti. È un passaggio cruciale, perché porta la discussione fuori dall’emergenza e la colloca sul terreno della pianificazione infrastrutturale. La resilienza non si costruisce solo reagendo agli incidenti. Si costruisce riducendo i colli di bottiglia.
Da asset commerciale a infrastruttura strategica
Il nodo politico, in fondo, è questo. Per anni molte landing station sono state considerate soprattutto impianti commerciali. L’analisi del Cepa suggerisce che questa classificazione non regge più. Se un sito di approdo concentra traffico internazionale, energia, apparati critici e sistemi di controllo, il suo valore supera l’interesse del singolo operatore. Diventa una infrastruttura strategica con implicazioni per sicurezza economica, sovranità tecnologica e continuità dei servizi essenziali.
La lezione è particolarmente attuale in una fase in cui la minaccia ibrida si muove sotto la soglia del conflitto aperto. Colpire un punto di approdo può essere meno visibile di un attacco a un grande data center e meno eclatante del taglio di un cavo in mare, ma non per questo meno efficace. Anzi, proprio la sua minore esposizione pubblica può renderlo un obiettivo più attraente.
Per questo l’avvertimento del Cepa merita attenzione anche nel dibattito europeo sulle infrastrutture digitali. La sicurezza dei cavi sottomarini non si gioca soltanto nelle profondità del mare, ma nella connessione tra approdi costieri, reti nazionali e sistemi di gestione. Il tratto più esposto della catena, oggi, potrebbe essere quello che si trova sulla terraferma.







