“Il 6G non è ancora uno standard compiuto. Esiste già, invece, la coalizione politica che vorrebbe orientarne lo sviluppo“. È il commento in esclusiva per CorCom di Antonio Capone, professore ordinario di telecomunicazioni al Politecnico di Milano.
La National Telecommunications and Information Administration (Ntia), l’agenzia del Dipartimento del Commercio che guida la politica federale statunitense sulle telecomunicazioni e sullo spettro, ha annunciato la “Call to action for 6G Leadership and Security”. L’iniziativa è stata presentata pubblicamente a Washington, in un evento organizzato dal Center for Strategic and International Studies (Csis). Sul palco si sono alternati il vice segretario al Commercio Paul Dabbar, l’amministratrice della Ntia Arielle Roth, rappresentanti dei governi aderenti e dell’industria, da ATIS e AT&T a Nokia, Samsung, Ericsson e Nvidia. Per l’Italia è intervenuto il sottosegretario Alessio Butti (come riportato da CorCom); anche la Commissione europea ha partecipato attraverso la DG Connect (qui il reportage di CorCom).
“Venticinque governi, Italia compresa, hanno aderito all’iniziativa lanciata dalla Ntia il 27 luglio. Il documento promette reti aperte, interoperabili, sicure e resilienti. Ma la vera partita riguarda chi orienterà gli standard, chi controllerà la filiera e dove passerà il confine tecnologico tra alleati e rivali”, evidenzia Capone. “Per l’Europa, che nelle telecomunicazioni conserva uno degli ultimi presìdi industriali del proprio stack digitale, partecipare è quasi inevitabile. Farlo senza una strategia sarebbe però il rischio maggiore”.
“La Call to action si inserisce in una competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina nella quale i singoli Paesi europei hanno un peso limitato”, secondo Capone. “La loro capacità negoziale dipende dalle dimensioni del mercato, dalla presenza di imprese strategiche e dalla possibilità di presentarsi con posizioni comuni. Se agisce in ordine sparso, l’Europa è soprattutto chiamata a scegliere da che parte stare. Se agisce come Unione, il proprio mercato può invece diventare uno strumento di politica industriale“.
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Call to action degli Usa sul 6G, un’operazione “politica”
Dei venticinque firmatari, il nucleo più numeroso è proprio quello dei Paesi europei: Albania, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Norvegia, Romania, Svezia e Regno Unito. Dall’Asia-Pacifico hanno aderito Australia, Filippine, Giappone e Corea del Sud; dalle Americhe Canada, Costa Rica, Honduras, Panama, Paraguay e Stati Uniti.
“La porta rimane formalmente aperta ad altri governi like-minded”, sottolinea Capone, “un’espressione che nel documento ricorre più volte e che già rivela la natura politica dell’operazione”.
Prima la coalizione, poi la tecnologia
La Call to Action si inserisce direttamente nel solco del memorandum presidenziale “Winning the 6G Race”, firmato il 19 dicembre 2025.
“Quel testo definiva il 6G un’infrastruttura fondamentale per la sicurezza nazionale, la politica estera e la prosperità economica degli Stati Uniti. Soprattutto, individuava i due strumenti della strategia americana: rafforzare la presenza negli organismi internazionali di standardizzazione e rendere disponibile una quantità significativa di spettro armonizzabile su scala globale”, illustra Capone.
“La nuova iniziativa traduce quell’indirizzo in una macchina di coordinamento intergovernativo”, prosegue il professore.
La roadmap dell’iniziativa Usa
Il primo mese serve a costruirne l’infrastruttura amministrativa: ogni Paese deve indicare un punto di contatto esperto sul 6G, individuare l’amministrazione responsabile e predisporre una prima mappa delle imprese, delle università e dei centri di ricerca da coinvolgere.
Nei tre mesi successivi – illustra ancora Capone – il confronto deve estendersi all’industria, con l’obiettivo di ricostruire il quadro politico ed economico del 6G, individuare gli ostacoli alla competitività e censire le risorse finanziarie mobilitabili.
Entro sei mesi i governi dovranno cominciare a discutere filiere sicure e resilienti e valutare come inserire leadership e sicurezza del 6G nelle strategie nazionali o regionali.
Entro dodici mesi, quindi nel 2027, è previsto un incontro in presenza per verificare i progressi, definire le priorità successive e confrontarsi con l’industria.
“A quel punto il perimetro potrà allargarsi”, commenta il professore del Polimi: “coordinamento della ricerca e sviluppo, strumenti finanziari per preparare le reti commerciali a esigenze comuni di difesa e sicurezza pubblica, cooperazione tra agenzie per il commercio e la finanza allo sviluppo, analisi dei rischi cyber, scambio di informazioni sulle vulnerabilità della supply chain e azioni comuni negli organismi di standardizzazione”.
“La sequenza è significativa”, evidenzia Capone. “Prima si costruiscono i contatti, poi si mappano gli interessi, quindi si individuano le risorse e infine si cerca di allineare le strategie. Non si sta ancora decidendo come sarà tecnicamente il 6G: si sta organizzando il sistema politico e industriale che proverà a orientarlo”.
Che cosa “non è” la Call to action 6G
È importante anche chiarire ciò che la Call to Action non è, secondo Capone. Non è un trattato, non è un accordo internazionale vincolante e non è un memorandum d’intesa in senso proprio. Non contiene specifiche tecniche e non istituisce un nuovo organismo di standardizzazione. Il documento afferma esplicitamente che il gruppo non dovrà duplicare il lavoro degli organismi guidati dall’industria e che ogni governo conserverà la propria autonomia al loro interno.
“Proprio qui emerge però la tensione centrale dell’iniziativa: coordinare politicamente un processo che, per costruzione, deve rimanere market-driven“, osserva Capone. “La Call to action non scriverà gli standard, ma vuole contribuire a definire il contesto strategico, finanziario e regolatorio nel quale gli standard verranno scritti”.
La Cina al centro della partita
La Cina non compare mai nel documento. Non compaiono Huawei e Zte. “Eppure è difficile leggere la Call to action senza considerarla il convitato di pietra”, nota il professore. “Le formule utilizzate sono sufficientemente trasparenti: governi che condividono gli stessi valori, filiere affidabili, infrastrutture ad alto rischio, leadership delle nazioni like-minded. Anche durante l’evento di Washington il riferimento ai fornitori “trusted” è stato interpretato apertamente in chiave anticinese. La formulazione resta prudente perché nessun governo vuole trasformare una dichiarazione sulla sicurezza in una lista formale di aziende da escludere. Ma il segnale politico è chiaro”.
Il primo obiettivo americano è impedire che i fornitori cinesi entrino nelle future reti 6G degli alleati, o almeno ridurne drasticamente lo spazio.
Prevenire sul 6G ciò che è avvenuto con il 5G
“È la stessa battaglia già combattuta sul 5G, ma anticipata di molti anni. Quando Washington cominciò a esercitare pressioni sugli alleati, numerosi operatori avevano già contratti, apparati installati e relazioni consolidate con Huawei o Zte. Qualunque esclusione comportava costi, sostituzioni, tempi lunghi e problemi di interoperabilità”, spiega Capone. “L’operazione non è stata un fallimento completo. Diversi governi europei hanno introdotto restrizioni e la Commissione ha giudicato giustificate, sulla base del 5G Toolbox, le decisioni nazionali di limitare o escludere Huawei e Zte. Il risultato è rimasto tuttavia disomogeneo, con tempi e perimetri differenti da un Paese all’altro. La lezione americana sembra essere questa: è molto difficile rimuovere una dipendenza quando l’infrastruttura è già stata costruita. Sul 6G bisogna quindi intervenire prima che vengano prese le decisioni di acquisto, prima che si consolidino le architetture e prima che il costo di cambiare fornitore diventi proibitivo”.
Secondo il professore, la Call to action sposta la questione dalla bonifica successiva alla progettazione preventiva del mercato. Non si tratta più di convincere gli operatori a smontare apparati già installati, ma di creare fin dall’inizio condizioni politiche, criteri di sicurezza e strumenti finanziari che orientino gli acquisti verso fornitori considerati affidabili.
Costruire un fronte comune negli standard
Il secondo obiettivo riguarda la standardizzazione. È probabilmente il più importante, perché il valore economico e strategico del 6G dipenderà in larga misura da chi riuscirà a trasformare ricerca, brevetti e proposte tecniche in componenti essenziali dello standard globale.
L’ITU-R definisce il quadro generale di IMT-2030, stabilisce i requisiti e conduce il processo di valutazione delle future interfacce radio. Il 3GPP sviluppa invece le specifiche tecniche dettagliate che con ogni probabilità formeranno l’ossatura del sistema 6G. In questi organismi i governi non possono semplicemente imporre una soluzione. Possono però finanziare la ricerca, sostenere la partecipazione delle proprie imprese, coordinare le posizioni sullo spettro e costruire consenso attorno a determinati requisiti di sicurezza e interoperabilità.
La tempistica di Washington sul 6G
Il calendario spiega perché Washington si stia muovendo proprio ora. Nel febbraio 2026 il Working Party 5D dell’ITU-R ha raggiunto l’accordo sui requisiti minimi di prestazione per IMT-2030, la cui approvazione formale è attesa a dicembre. La finestra per presentare le proposte delle future interfacce radio si aprirà nel febbraio 2027 e si chiuderà nel febbraio 2029. Il 3GPP ha intanto fissato per dicembre 2028 il congelamento funzionale della Release 21, la prima release normativa dedicata al 6G, mentre la versione definitiva delle interfacce ASN.1 e OpenAPI è prevista per marzo 2029.
In mezzo si colloca la WRC-27, in programma a Shanghai nell’autunno del 2027, dove verranno prese decisioni decisive sulle bande candidate e sull’armonizzazione dello spettro.
“L’incontro in presenza previsto dalla Call to action entro dodici mesi dovrebbe quindi cadere dopo l’apertura della finestra per le proposte all’ITU-R e pochi mesi prima della conferenza mondiale sullo spettro”, osserva Capone. “Non è una coincidenza irrilevante. Il calendario politico viene sovrapposto a quello tecnico nel momento in cui le posizioni negoziali cominciano a trasformarsi in proposte concrete. Un contact group intergovernativo non potrà votare come un blocco nel 3GPP né sostituirsi alle imprese – prosegue il professore -. Potrà però favorire un allineamento su ricerca, sicurezza, spettro, finanziamenti e presenza negli organismi internazionali. È un modo per evitare che Stati Uniti e alleati arrivino divisi nei luoghi in cui si decideranno le caratteristiche del mercato futuro”.
Il rischio opposto è la frammentazione. Se il confronto tra Stati Uniti e Cina producesse standard incompatibili o filiere completamente separate, il settore perderebbe interoperabilità ed economie di scala.
“Per questo l’obiettivo americano non sembra essere, almeno per ora, la costruzione di un 6G occidentale alternativo, ma la capacità di influenzare con maggiore forza uno standard che dovrebbe restare globale”, afferma Capone.
Una tecnologia dual use
Il terzo obiettivo, prosegue Capone, è rendere esplicito il carattere dual use delle reti di prossima generazione.
“Il documento cita direttamente le applicazioni per la difesa e propone di valutare strumenti finanziari per preparare le reti commerciali a sostenere priorità condivise di sicurezza pubblica e militare. Non è un’aggiunta marginale: è uno degli elementi che distinguono questa iniziativa da una normale dichiarazione sulla cooperazione tecnologica”, nota il professore. “Il 6G non viene immaginato soltanto come una rete più veloce. Intelligenza artificiale, capacità di calcolo distribuita, localizzazione e sensing dovrebbero integrarsi con la connettività. Il quadro IMT-2030 dell’ITU include infatti, tra i sei grandi scenari d’uso, l’integrazione tra comunicazione e rilevamento dell’ambiente fisico”.
!Il documento non cita i droni, ma sono l’esempio più immediato delle implicazioni di questa convergenza!, prosegue Capone. “La stessa infrastruttura può servire a collegare e controllare un sistema autonomo, a localizzarlo e, in prospettiva, a contribuire al rilevamento di oggetti nello spazio circostante. Le applicazioni possono essere civili (logistica, agricoltura, protezione civile) oppure militari. Quando la rete diventa contemporaneamente canale di comunicazione, piattaforma di calcolo e sensore distribuito, la fiducia nel fornitore non riguarda più soltanto la riservatezza dei dati. Riguarda la continuità della catena di comando, la consapevolezza situazionale e la possibilità di utilizzare infrastrutture commerciali durante una crisi”.
È in questa prospettiva che il confine tra alleati e non alleati assume un significato più profondo: “La Call to Action non vuole soltanto definire chi venderà gli apparati: vuole circoscrivere il gruppo di Paesi con cui condividere informazioni sulle vulnerabilità, ricerca strategica, standard di sicurezza e applicazioni dual use“, afferma Capone.
L’Europa nella guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina
Per l’Europa la questione è più scomoda, secondo il professore.
“La Call to action si inserisce in una competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina nella quale i singoli Paesi europei hanno un peso limitato”, afferma Capone. “La loro capacità negoziale dipende dalle dimensioni del mercato, dalla presenza di imprese strategiche e dalla possibilità di presentarsi con posizioni comuni. Se agisce in ordine sparso, l’Europa è soprattutto chiamata a scegliere da che parte stare. Se agisce come Unione, il proprio mercato può invece diventare uno strumento di politica industriale“.
I rapporti Letta e Draghi hanno contribuito a rendere evidente il problema, prosegue il professore del Polimi. Draghi ha osservato che l’Europa ha in larga parte mancato la rivoluzione digitale guidata da Internet e che il divario di produttività con gli Stati Uniti è spiegato soprattutto dal settore tecnologico. Soltanto quattro delle cinquanta maggiori imprese tecnologiche mondiali sono europee. Letta ha indicato nella frammentazione dei mercati finanziari, energetici e delle comunicazioni elettroniche uno dei principali ostacoli alla crescita continentale: settori mantenuti a lungo sotto controllo nazionale sono diventati troppo piccoli per sostenere la competizione globale.
“Definire l’Europa una colonia digitale americana è volutamente brutale, ma coglie una contraddizione reale. L’Unione dispone di un grande mercato, di capacità scientifiche e di un forte potere regolatorio. Eppure una parte crescente del valore prodotto dalla digitalizzazione viene catturata da piattaforme, cloud provider e produttori di tecnologie controllati fuori dal continente”, osserva Capone.
La relazione transatlantica è quindi ambivalente, secondo il professore. Europa e Stati Uniti sono alleati nella sicurezza, ma non hanno necessariamente gli stessi interessi industriali. Washington vuole limitare la capacità tecnologica cinese e, allo stesso tempo, difendere la posizione globale delle proprie imprese. Bruxelles deve proteggersi dalle dipendenze cinesi senza aumentare automaticamente quelle americane.
Lo stack digitale europeo
Negli ultimi mesi la Commissione ha iniziato a organizzare una risposta più esplicita. L’obiettivo è costruire progressivamente uno stack digitale europeo che colleghi semiconduttori, capacità di calcolo, cloud, intelligenza artificiale, software, reti e servizi.
Uno degli atti più concreti è la proposta di Cloud and AI Development Act (CADA), presentata il 3 giugno 2026. Il CADA non è ancora una legge, ma rappresenta uno dei pilastri del nuovo pacchetto sulla sovranità tecnologica. La proposta interviene su tre fronti: ricerca e sviluppo, aumento della capacità europea di data center e cloud e introduzione di un sistema comune per valutare il livello di sovranità delle infrastrutture, accompagnato da un meccanismo di adozione per il settore pubblico.
Il punto di partenza è particolarmente debole. Nella stessa proposta la Commissione rileva che la quota dei fornitori europei sul mercato cloud continentale è scesa dal 29% del 2017 al 15%, mentre tre hyperscaler non europei controllano più del 70% del mercato.
Una strategia di “buy European” può avere senso solo se va oltre lo slogan. Non significa chiudere il mercato né immaginare un’autarchia tecnologica, ma utilizzare appalti pubblici, fondi per la ricerca e progetti strategici per creare domanda, scala e ricadute industriali in Europa. Senza una domanda iniziale, anche le tecnologie sviluppate con risorse europee rischiano di essere commercializzate o acquisite altrove.
Il ruolo centrale delle Tlc e i campioni europei
In questo quadro le telecomunicazioni hanno un ruolo particolare. Sono la piattaforma che collega cloud, edge, AI, industria e servizi pubblici. Ma rappresentano anche uno dei pochi livelli dello stack nel quale l’Europa conserva fornitori globali.
Ericsson e Nokia sono i due maggiori produttori europei di infrastrutture mobili; Samsung costituisce il terzo grande attore non cinese. L’Europa possiede quindi ancora competenze nella progettazione delle reti radio, nelle architetture core, nei brevetti e nella standardizzazione. È però un controllo meno solido di quanto possa apparire, perché i clienti domestici, gli operatori europei, dispongono di una capacità di investimento sempre più limitata.
Il baricentro dell’Ai-Ran
Il documento americano insiste sulle reti “Ai-supported”, ma non prescrive una specifica architettura né afferma che il futuro del 6G debba essere basato sulle Gpu. Il contesto industriale nel quale arriva rende però quel riferimento tutt’altro che neutrale.
Nell’ottobre 2025 Nvidia ha investito un miliardo di dollari in Nokia, ottenendo circa il 2,9% del capitale. L’operazione è accompagnata da una partnership per introdurre piattaforme Nvidia nell’offerta Ai-Ran di Nokia e preparare l’evoluzione dal 5G Advanced al 6G. Lo stesso annuncio è stato presentato dalle aziende come un contributo al ritorno degli Stati Uniti alla leadership nelle telecomunicazioni.
“L’operazione mostra dove potrebbe spostarsi una parte crescente del valore. Se la rete mobile diventa anche una piattaforma di calcolo distribuito, il peso non sarà più soltanto negli apparati radio e nel software di telecomunicazione”, nota Capone. “Crescerà quello delle Gpu, dei sistemi cloud-edge, dell’orchestrazione e degli ambienti di sviluppo dell’intelligenza artificiale. Per Nokia la collaborazione offre risorse, accesso a una piattaforma dominante e una possibile accelerazione commerciale. Per l’Europa apre però un interrogativo: è possibile conservare il controllo della radio e dipendere dall’estero per il livello di calcolo sul quale funzioneranno le reti AI-native? Il rischio non è necessariamente che Nokia smetta di essere europea. È che un’impresa europea continui a progettare parti essenziali della rete, mentre i livelli a maggiore crescita e valore aggiunto vengono definiti da uno stack computazionale americano“.
Perché la posizione italiana può essere debole
In questa situazione l’Italia parte da una posizione ancora più fragile. L’adesione alla Call to action garantisce l’accesso al tavolo politico, ma non compensa la debolezza economica del mercato nazionale.
“Secondo il rapporto Asstel-Politecnico di Milano, nel 2024 i ricavi lordi degli operatori italiani ammontavano a 28 miliardi di euro: quasi 14 miliardi in meno rispetto al 2010, pari a una contrazione del 33%. Nello stesso anno gli investimenti privati, al netto delle licenze, sono diminuiti del 4%, a 6,5 miliardi”, dichiara Capone. “In termini reali, la flessione rispetto al 2019 raggiunge il 26% ed è dovuta soprattutto alla riduzione degli investimenti mobili. I dati vanno attribuiti alla rappresentanza industriale del settore e risentono anche del cambiamento di perimetro prodotto dallo scorporo di FiberCop, ma descrivono comunque una pressione strutturale sulla capacità di investimento. La vera marginalità italiana non dipende quindi solo dalle dimensioni del mercato. Dipende dal rischio di arrivare alla definizione del 6G con operatori finanziariamente deboli, una presenza industriale limitata e una partecipazione alla standardizzazione affidata quasi esclusivamente all’iniziativa delle singole aziende e dei centri di ricerca”.
“Assecondare Washington per guadagnare tempo”
Ha senso, allora, che i Paesi europei assecondino l’amministrazione americana?
“Restare fuori non equivarrebbe automaticamente a conquistare autonomia. Significherebbe probabilmente rinunciare a informazioni, coordinamento e influenza proprio mentre si definiscono standard, spettro, criteri di sicurezza e strumenti finanziari. Da questo punto di vista aderire è una scelta razionale e, nelle condizioni attuali, difficilmente eludibile”, afferma Capone. “La strategia può essere sintetizzata così: collaborare con Washington e guadagnare tempo. Ma il tempo ha valore soltanto se viene utilizzato per costruire capacità europee”.
Lo stack digitale continentale non potrà essere completato in pochi anni. Anche le riforme più importanti sono ancora in una fase iniziale. Il Digital Networks Act, proposto dalla Commissione il 21 gennaio 2026 per semplificare e armonizzare le regole sulle reti, è tuttora nel negoziato legislativo. A giugno il Consiglio si è limitato a esaminare una prima relazione sui progressi. Il fatto che sia ancora difficile concordare un quadro unitario per le reti mostra quanto la frammentazione nazionale continui a condizionare la capacità di investimento europea.
Secondo Capone aderire alla Call to action senza costruire una posizione comune europea rischierebbe di moltiplicare il problema. Francia, Germania, Italia e gli altri Stati membri firmatari potrebbero presentarsi nei tavoli internazionali con priorità diverse, lasciando a Washington la funzione di coordinamento che dovrebbe spettare all’Unione.
Il 6G tra rottura e continuità: le divergenze Usa-Europa
Arielle Roth ha affermato che il 6G sarà “drammaticamente diverso” dal 5G e che, proprio per questo, servirà un approccio radicalmente diverso. Il mondo degli operatori spinge invece per una transizione più graduale. AT&T ha chiesto reti aperte, interoperabili e basate su un’innovazione continua del software, senza una sostituzione generalizzata dell’hardware. La NGMN Alliance sostiene esplicitamente che il 6G dovrebbe evitare ricambi obbligatori degli apparati e privilegiare gli aggiornamenti software nelle bande esistenti, introducendo nuovo hardware soltanto quando richiesto da nuove frequenze o da vantaggi economici dimostrabili.
Non è una semplice disputa terminologica. Spiega Capone: “Un 6G concepito come evoluzione del 5G Advanced consentirebbe di riutilizzare siti, frequenze, apparati e investimenti già realizzati. Una discontinuità radicale, fondata su nuove piattaforme di calcolo e su un ricambio accelerato dell’infrastruttura, richiederebbe invece capitali che molti operatori europei non sono in condizione di mobilitare”.
Gli Stati Uniti potrebbero vedere nella discontinuità un’opportunità, prosegue il professore: “Non dispongono di un grande vendor radio paragonabile a Nokia, Ericsson o Huawei, ma dominano i semiconduttori per l’AI, le piattaforme cloud e una parte decisiva del software. Una rete sempre più GPU-centrica e cloud-native permetterebbe alle imprese americane di rientrare al centro della catena del valore delle telecomunicazioni”.
L’UE “Non sostituisca una dipendenza con un’altra”
Per l’Europa la stessa trasformazione potrebbe produrre l’effetto opposto: “Ridurre il valore delle competenze accumulate nella radio e aumentare la dipendenza dal calcolo americano“, osserva Capone. Perciò, secondo il professore, “La posizione europea dovrebbe concentrarsi su alcuni obiettivi concreti: uno standard globale e non frammentato; interfacce realmente aperte; portabilità del software e dei carichi AI; interoperabilità tra piattaforme di calcolo differenti; possibilità di aggiornare le reti senza sostituire forzatamente l’hardware; criteri di sicurezza verificabili; tutela della proprietà intellettuale e sostegno alla presenza europea negli organismi internazionali”.
Evidenzia Capone: “La sicurezza non può consistere nel sostituire una dipendenza con un’altra. Escludere i fornitori considerati ad alto rischio può essere necessario, ma non è sufficiente. Una rete è sovrana quando può essere controllata, verificata, aggiornata e, se necessario, trasferita da una piattaforma a un’altra senza che l’intero sistema debba essere ricostruito”.
I cinque segnali da seguire nei prossimi mesi
Il primo banco di prova sarà amministrativo, ma non per questo marginale. Entro la fine di agosto i governi dovranno indicare i propri referenti.
Il secondo indicatore sarà la consultazione della filiera. Entro tre mesi dovrebbero essere coinvolti operatori, fornitori, università, centri di ricerca e imprese interessate alle applicazioni industriali, satellitari, di sicurezza e difesa.
Il terzo elemento sarà il rapporto tra il contact group e il calendario della standardizzazione.
“Le prime posizioni dovranno maturare prima dell’apertura delle submission all’ITU-R nel febbraio 2027 e prima della WRC-27. Bisognerà capire se gli Stati europei agiranno come una componente coordinata dell’Unione o se confluiranno separatamente nella posizione americana”, indica Capone.
Il quarto segnale arriverà dal Digital Networks Act. La qualità del futuro 6G europeo dipenderà anche dalla capacità di superare la frammentazione dei mercati, aumentare la scala degli operatori e rendere sostenibili gli investimenti. Senza una riforma dell’economia delle reti, la discussione sulla leadership rischia di rimanere separata dalle risorse necessarie per esercitarla.
Infine, andrà osservata l’evoluzione dell’Ai-Ran. Non soltanto quale fornitore vincerà, ma quale architettura prevarrà: una piattaforma concentrata attorno alle Gpu e agli ecosistemi dei grandi gruppi americani oppure un sistema aperto, modulare e compatibile con più tecnologie di calcolo. Da questa scelta dipenderà una parte importante del controllo industriale sulle reti future.
Capone: “Usare la call to action per rafforzare la filiera europea”
“Aderire alla Call to action costa relativamente poco e permette di restare al tavolo. Ma il tavolo non è il risultato: è lo strumento”, conclude Capone. “Per l’Europa la scelta più realistica è collaborare con gli Stati Uniti, evitare che la Cina domini la filiera e utilizzare l’alleanza per guadagnare tempo. Quel tempo dovrà però servire a rafforzare operatori, ricerca, fornitori, capacità di calcolo e domanda pubblica europei. In caso contrario, quando il 6G sarà finalmente uno standard, il continente potrebbe scoprire di aver contribuito a definirne le regole senza controllare le tecnologie necessarie per applicarle”.
Le dichiarazioni Usa sulla call to action agli alleati per 6G
Durante la presentazione dell’iniziativa presso il CSIS, il Vice Segretario al Commercio degli Stati Uniti Dabbar ha detto che l’obiettivo dell’iniziativa è promuovere una leadership condivisa tra tutti coloro che lavorano sul 6G usando un approccio radicalmente diverso e più proattivo rispetto a quello utilizzato finora nel settore pubblico. La call to action è un invito a collaborare con partner fidati per garantire che la prossima generazione delle reti mobili rifletta interessi di sicurezza comuni, rafforzi la competitività dei Paesi alleati, promuova l’innovazione e crei opportunità di crescita economica sia per i governi che per il settore privato.
Dabbar ha sottolineato un altro aspetto definito fondamentale: la scala conta nei mercati tecnologici in generale e certamente nel 6G. Se gli Usa e gli alleati vogliono mantenere l’accesso alle catene di approvvigionamento più solide e resilienti, devono massimizzare sia la portata che l’impatto dei loro sforzi.
La necessità di interoperabilità è un’ulteriore ragione per cui gli Usa spingono sulla collaborazione con gli alleati nell’ambito del 6G. “Noi, negli Stati Uniti, vogliamo anche beneficiare della tecnologia all’avanguardia che le nazioni partner e quelle qui rappresentate possono offrire e sosteniamo pienamente gli sforzi dei governi per rafforzare l’innovazione e gli investimenti nel 6G in modo che tutti ne traggano vantaggio e che l’America e i suoi cittadini siano trattati equamente, così come tutti gli altri membri”, ha detto il vice-segretario Usa al Commercio.
Innovazione e deregolazione
Un altro aspetto sottolineato da Roth della NTIA è l’importanza della neutralità tecnologica e della possibilità per il settore privato di innovare, soprattutto considerando che si prevede che il 6G realizzerà una perfetta integrazione tra reti terrestri e non terrestri. Questo va di pari passo con il raggiungimento di una scalabilità internazionale e renderà possibile avere uno spettro armonizzato a livello globale che corrisponda a ciò che gli Stati Uniti, gli alleati e i partner stanno facendo a livello nazionale.
La scalabilità tra alleati non significa duplicare gli sforzi reciproci, ha detto Roth, ma lavorare insieme in modo costruttivo, sfruttando i diversi punti di forza di ciascuno. Non serve avere molteplici tecnologie duplicate; i fornitori di fiducia possono ottenere l’accesso al mercato all’interno della partnership.
“Eliminiamo le barriere normative per consentire l’innovazione e la leadership tecnologica. L’accesso aperto al mercato e l’eliminazione delle barriere normative che minano gli investimenti e l’innovazione di cui abbiamo bisogno per raggiungere la leadership tecnologica saranno incredibilmente efficaci nel raggiungere il nostro obiettivo”, ha affermato Roth.
Pur perseguendo una politica commerciale che molti definirebbero protezionistica, sullo sviluppo del 6G l’amministrazione Trump evidenzia come obiettivo essenziale il superamento proprio del protezionismo e della frammentazione per mettere insieme i mercati alleati – quello Usa e quello Ue innanzitutto – che combinati hanno una potenza di fuoco unica sia nella creazione di innovazione che nella commercializzazione delle soluzioni. E, pur partendo dal Governo americano, la call to action è sempre chiara su un punto: sarà l’industria privata a guidare gli sforzi, grazie a condizioni favorevoli agli investimenti dove la regolamentazione dovrà essere ridotta al minimo per non soffocare l’innovazione – una frecciata all’Europa che i partner Usa non hanno lasciato implicita.







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